Il car sharing privato arriva a Roma

Nella cultura della condivisione sono tre le possibili soluzioni rispetto alla mobilità tramite auto: il Public to Consumer  (P2C) sono le soluzioni di servizio pubblico destinate ai cittadini. A Roma da tanto tempo esiste il sistema di car sharing gestito dall’ATAC . Le tariffe sono dignitosissime: 2,03 euro all’ora (dalle 7  a mezzanotte) più 0,34 centesimi al chilometro. Incomprensibilmente alti, invece, i costi di accesso: 100 euro di cauzione più  101,63 di abbonamento annuo, decisamente in grado di scoraggiare i meno convinti. Dal sito non si evince di quanto auto sia composto il parco disponibile che però è composito e articolo fino a prevede anche dei furgoni carg.,  Le macchine vanno prese e rilasciate nelle stazioni che sono numerose ma, inevitabilmente, non omogeneamente distribute con alcuni municipi completamente sprovvisti. Tanto per capirci, per chi conosce Roma, nell’area sud-est della capitale il parcheggio più periferico è posizionato accanto alla basilica di San Giovanni.  Le auto possono transitare nelle zone ZTL, parcheggiare nelle face blu e  utilizzare le corsie preferenziali concesse sai taxi. Poi esiste il Business to Consumer (B2C) organizzato dai privati. I primi a comparire in Italia sono stati, rispettivamente, Car2go ed Enjoy che hanno avviato la loro attività partendo da Milano. Il primo è diffuso in molte città del mondo ed è gestito dalla Mercedes che produce le Smart oggetto del servizio. Un’azienda manifatturiera, quindi, che a fronte della crisi mondiale dell’auto diventa anche un società di servizi. Il secondo è promosso dall’Eni ed utilizzo le FIAT 500. Tutte e due stanno sbarcando ora a Roma con car2go che battuto il concorrente lanciando il servizio per fine marzo (ma è già operativo con un ridotto numero di auto disponibili). Le differenze con il servizio pubblico:

  • costi annuali bassissimi (Car2go) o inesistenti (enjoy);
  • costi orari decisamente più alti (anche se la tariffazione è al minuto): intorno ai 15 euro senza costi chilometrici;
  • un’enorme flessibilità: è possibile prendere (trovandola con un app) e lasciare l’auto in qualsiasi parte della città compresa dal servizio (sempre per fare l’esempio della sono sud-est di Roma, il servizio è attivo fino a Torpignattara)
  • le auto possono circolare in zona ZTl e essere parcheggiate in fascia blu ma non possono, a differenze del servizio ATAC, utilizzare le preferenziali che includono i taxi.

Il terzo sistema? E quello peer to peer (p2p),  privati che emettono a disposizione (a pagamento) la proprio auto ad altri privati così da ammortizzare gli enormi costi di gestione dell’auto in proprietà. Una soluzione che si sta diffondendo in molte città e che in Italia dovrebbe arrivare presto grazie a Dryfe una startup che promette di risolvere i diversi vincoli (dall’assicurazione alle responsabilità civili) che un sistema com e questo solleva.

Quindi? Dipende dai bisogni. Certo che i costi annui dell’ATAC fossero molto più bassi si potrebbe avere le tre tessere (più la soluzione tra privati) e poi scegliere secondo il bisogno. In prospettiva la possibilità di lasciare l’auto ovunque potrebbe non essere più possibile. Infatti in diverse città del mondo il parco macchine Car2go è elettrico, riducendo l’impatto ambientale diretto sulla città. Per poter ottenere questo (ed in una città come Roma è sicuramente auspicabile) bisognerà tornare alle stazioni fisse con colonnine di ricarica. Ma, intanto, così è.

P.S. Nel bagagliaio della Smart (e ovviamente anche in quello della 500) entra la Bromton piegata.

Per una seconda fase degli Open Data in Italia*

L’Open Data Day, celebrato a livello internazionale, è sicuramente l’occasione per una riflessione su quella che è stata in questi anni la via italiana agli Open Data e su quali siano le sfide da affrontare. Quella che possiamo chiamare, infatti, la prima fase degli Open Data è da considerare conclusa anche da noi. Una volta, parlando di questo processo, Tim Berners Lee scriveva che il percorso di liberazione degli Open Data deve partire dall’alto, dal livello intermedio e dal basso. Ed è quello che è successo negli ultimi tre anni anche in Italia[2].

Il livello più basso è quello che si è attivato prima con il sorgere di associazioni e di comunità che hanno sollecitato le prime iniziative e, soprattutto, contribuito al nascere di una cultura del dato aperto anche da noi. Fra le tante iniziative le più significative da citare sono sicuramente Gli Stati Generali dell’Innovazione[3] e la comunità di Spaghetti Open Data[4] così come l’Associazione Openpolis[5].

Il livello intermedio ha registrato il protagonismo soprattutto delle regioni come Piemonte, Emila Romagna e Veneto che a lungo hanno mantenuto la primogenitura tra gli enti locali intermedi. Importante, in quella fase, la discesa in campo di una grande azienda quale Enel[6] e, soprattutto, la presa di posizione del più grande e importante produttore di dati italiano: l’ISTAT[7][8].

Al terzo livello, infine, le azioni che provengono dal Top, come direbbe Berners-Lee, portate avanti a livello governativo, di carattere sia normativo sia operativo. Dal punto di vista normativo, come al solito, nel nostro paese non ci si è risparmiati producendo un framework complesso e, per alcuni tratti, contraddittorio[9]. Ma è dal punto di vista politico e operativo che la strada italiana agli open data è stata segnata in un primo momento da un’insolita vitalità che ha portato istituzioni, associazioni e parte politica (i rappresentanti dei tre livelli) a collaborare insieme. Una delle prime iniziative risale al marzo 2011 con il progetto MiaPA[10], che ha portato alla pubblicazione del primo database in formato aperto degli indirizzi della pubblica amministrazione (RubricaPA)[11] e alla definizione e alla diffusione della licenza Italian Open Data License v1.0[12] per la pubblicazione dei dati pubblici da parte delle diverse pubbliche amministrazioni

Ma è con il lancio di tre iniziative concrete e congiunte che si è dato un importante contributo alla causa degli open data in Italia[13]:

  • il portale dati.gov.it [14]il Portale dei dati aperti della PA, nato per consentire a cittadini, sviluppatori, imprese, associazioni di categoria e alle stesse pubbliche amministrazioni di pubblicare ed usufruire dei dati aperti della Pubblica Amministrazione. Partendo dalle esperienze già in corso, il portale è stato creato per valorizzare le esperienze esistenti così come per sensibilizzare e supportare le amministrazioni che ancora non hanno messo in cantiere iniziative specifiche;
  • la pubblicazione del Vademecum Open Data. Come rendere aperti i dati delle pubbliche amministrazioni, che si proponeva come il primo strumento per supportare operativamente le pubbliche amministrazioni nella pubblicazione dei loro dati[15];
  • il contest Apps4italy, un concorso aperto a cittadini, associazioni, comunità di sviluppatori e aziende per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico. Il Contest è stato un esempio della collaborazione auspicata tra i diversi attori impegnati sui temi degli open data: nato dal basso, come idea di associazioni e singoli impegnati su questi temi, ha coinvolto nel suo percorso importanti istituzioni pubbliche e private diventando, nella sua forma presentata oggi al pubblico, un’importante iniziativa che lega il Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione agli altri attori attivi nei diversi territori[16].

Una partenza che, inevitabilmente, non poteva essere sostenuta da una cultura consapevole e diffusa all’interno della PA italiana. Una nostra indagine tra la community di FORUM PA (prevalentemente di dipendenti pubblici) lanciata nel febbraio 2012 registrava che solo il 7% ha una conoscenza approfondita del tema, appena il 28% buona, il 39% sufficiente e il 26% addirittura scarsa[17].

Un primo bilancio

Questi due anni passati dai primi vagiti dell’Open Data in Italia non sono trascorsi senza ulteriori novità. E’ cresciuto il numero delle amministrazioni coinvolte, si è rafforzata la struttura normativa[18] sono nate soluzioni innovative. Tra tutte, sicuramente una delle più interesanti è stata la presentazione del portale OpenCoesione, voluto fortemente dall’allora ministro Barca “è il primo portale sull’attuazione degli investimenti programmati nel ciclo 2007-2013 da Regioni e amministrazioni centrali dello Stato con le risorse per la coesione. I dati sono pubblicati perché i cittadini possano valutare se i progetti corrispondono ai loro bisogni e se le risorse vengono impegnate in modo efficace”. Ma, appunto, OpenCoesione rappresenta una eccezione rispetto alla maggior parte delle iniziative portate aventi in questi anni[19]. Volendo fare un primo bilancio due sono gli aspetti su cui probabilmente conviene riflettere.

Il prevalere di una cultura della trasparenza statica. Per molte amministrazioni la pubblicazione dei dati viene vissuta come un’ulteriore incombenza piuttosto che un’opportunità, anche i database pubblicati spesso non rispondono ad una necessità o una domanda specifica ma una mera logica di opportunità o disponibilità. La disomogenea diffusione territoriale delle iniziative. La mappa pubblicata nel portale dati.gov.it è eloquente[20]: gran parte dei data store italiani sono al centro-nord e le cartina che ci viene restituita è quella di un Italia divisa in due che ben conosciamo[21]. Esiste dunque una questione meridionale con gli Open Data? Non esattamente, esiste un problema, grave, in assoluto, sulla capacità di innovare (dal punto di vista organizzativo, procedurale e tecnologico) nel SUD del nostro paese. Se passiamo dai dati aperti al tema più complessivo delle Smart City i risultati sono gli stessi. La seconda edizione del nostro studio ICity Rate[22] ha confermato le tendenze in atto: tra le città capoluogo di provincia la prima città del SUD che appare in classifica è Cagliari che registra il 47°posto in assoluto e raccoglie 375 punti contro i 515 della capolista Trento[23].

E’ evidente che manchi qualcosa. In nessun altro paese il dibattito e la prassi sugli Open Data sono stati relegati nell’angusto spazio del dibattito normativo, ad una dialettica tra adempimenti e la loro evasione.

Il futuro del governo

I diversi processi di innovazione in corso che investono la maggior parte delle pubbliche amministrazioni non possono essere ridotti a mero esercizio tecnologico o, peggio ancora, normativo ma devono essere ricondotti alla più ampia riflessione su quali saranno le forme istituzionali ed organizzative più idonee ad affrontare le sfide. La crisi che stiamo vivendo non è limitata ai processi in corso ma anche ai modelli e agli approcci fino ad oggi utilizzati. Questa considerazione vale ancora di più per la Pubblica Amministrazione che si trova sempre meno risorse (di natura finanziaria ma anche organizzativa e culturale) per affrontare sfide e problemi di natura sociale, economica e culturale sempre più complessi e articolati.

Per questo motivo in gran parte dei paesi occidentali si stanno sperimentando e imponendo nuovi modi di intendere il governo e la pubblica amministrazione e, soprattutto, il rapporto tra la PA e i cittadini governati[24].

Secondo l’enfasi e la centralità accordati ad un aspetto piuttosto che ad un altro, possiamo parlare di innovazione sociale, governo della rete, innovazione civica, innovazione empatica, sharing economy o open government (solo per citarne alcuni).

Differenti approcci che però condividono importanti dimensioni in comune:

  • priorità ai valori sociali
  • visione sistemica
  • centralità ai beni relazionali
  • coesione sociale
  • attenzione per i beni comuni
  • importanza del capitale sociale
  • ritrovata centralità della dimensione “comunità” e territori

Le difficoltà nel nostro paese nell’adottare nuovi modelli operativi è il prevalere di una cultura di governo che segue la logica bipolare tipica di un’amministrazione autoritaria che parte dal presupposto che le amministrazioni hanno il monopolio del bene pubblico e i cittadini, nei diversi ruoli di utenti, pazienti, clienti o assistiti, ne sono i semplici destinatari.

Il superamento di questa logica e l’adozione di una prospettiva che veda i cittadini portatori non solo di bisogni ma anche di competenze, apre la strada a nuove forme di collaborazione, all’applicazione di quel principio di sussidiarietà che tramite la partecipazione civica crea valore pubblico.

Nascono cosi, per ora prevalentemente a livello sperimentale nel nostro paese, nuove forme di relazioni pubblico- privato basate sul crowdsourcing, sul co-design e sulla condivisione. Un’attività di sperimentazione che nasce soprattutto dal basso, nelle città, da sempre luoghi deputati all’innovazione e dimensione istituzionale più prossima nei rapporti con i cittadini.

Oltre la trasparenza

In questo contesto la trasparenza non è una concessione che arriva dall’alto ma è la sostanza stessa del rapporto di fiducia instaurato tra cittadini e politica e tra cittadini e amministrazione. E’ il presupposto per il sostegno alla definzione di una cittadinanza attiva e partecipata.

I dati sono un bene pubblico la cui disponibilità in termini di Accessibilità, Autenticità e Accuratezza deve essere garantita ma il loro vero valore discende dall’uso che se ne fa, dal processo di appropriazione sociale[25]. Il civic hacking diventa quindi un processo sociale in grado di produrre innovazione civica. Le cinque stelle di Tim Berners Lee sono state da tempo affiancate da quelle di Tim Davies[26] il cui tentativo è stato di “contestualizzare” più possibile il processo di liberazione dei dati. Un processo che presuppone una totale inversione di prospettiva: i cittadini non sono meri destinatari dell’intervento pubblico ma ne sono parte costituente. La partecipazione civica nella creazione di valore pubblico diventa la finalità principale da abilitare e rafforzare alimentando processi di trasparenza e partecipazione.

Da questa prospettiva, le iniziative di Open Data possono essere riconsiderate proprio sulla base del loro esplicito obiettivo di coinvolgere i cittadini[27] nella soluzione di problemi condivisi. In prima istanza, e senza pretesa di esaustività, si può ipotizzare una scale a quattro livelli.

I quattro step dell’Open Government Data Engagement [28]

Normativo Informativo Collaborativo Abilitante
I dati vengono liberati prevalentemente per adempiere ad una norma I dati vengono liberati all’interno di un contesto abilitante come un portale di dati I dati vengono rappresentati tramite applicazioni specifiche pensando ad un coinvolgimento diffuso. Il rilascio dei dati si inserisce in un contesto collaborativo   finalizzato al soddisfacimento dei bisogni primari delle famiglie e delle imprese I dati e dli strumenti operativi sono rilasciati per e insieme ai cittadini e agli attori locali (imprese, istituzioni locali) al fine di costruire nuovi servizi innovativi e innovare quelli esistentii
La cultura prevalente è la PA verticale basata sulle procedure La cultura prevalente è quella e-gvovernment La cultura prevalente è quella della trasparenza dinamica, dell’opengovernment e della cittadinanza attiva La PA condivisia , adottando in pieno il paradigma dell’opengovernment. Si realizzi il principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale, favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale
I cittadini sostanzialmente non sono convolti e si crea rischio di Digital DIvide Il pubblico principale è composto prevalentemente da Hacker, Data Journalist, Watchdogs Vengono raccolti i feedback dei cittadini, viene incentivata la partecipazione il monitoraggio sui dati. Si sostiene la creazione di community Vengono coinvolti in tutte le fasi: dall’analisi dei bisogni alla manutenzione del dato, al codesign dei servizi. Nuove forme di partecipazione alle decisioni e al controllo dei loro effetti nella comunità
Sezione valutazione trasparenza e merito del decreto trasparenza I portali dati.dov regionali e metropolitani Openmunicipio, E-part, Monithon. A scuola di Open Coesione
Browse, Search, , Extract, Download, Collecting Data, Data Divide Visualize, Contextualise, Report Filter data, Combine Data, Community, API, Inclusion, Connecting Data, Apps, Infographics Co-design, Empowerment, Enabling State, Co-governance, Civic Innovation, Data Driven decision

Il senso della riflessione è decisamente semplice: fino ad oggi molti processi innovativi nella PA (dal punto di vista tecnologico, istituzionale e organizzativo) sono stati comunque inseriti in un contesto dato, caratterizzato e definito da una pubblica amministrazione burocratica e gerarchica che per molti anni ha interpretato il proprio ruolo operando come monopolista del bene pubblico. Questo contesto ha spesso ridotto importanti fattori innovativi a pure norme da osservare in una logica attenta alle procedure piuttosto che agli obiettivi.

Il rischio che un movimento, un’innovazione, un processo come quello degli Open Data subisca la stessa sorte è fortissimo soprattutto se lasciato nelle mani dei giuristi e degli amministrativisti. In questi ultimi anni in Italia si è fatto abbastanza ma non a sufficienza puntando troppo su una logica di mera liberazione del dato e troppo poco sulla diffusione della cultura che ne ne dovrebbe essere alla base. La scorsa settimana abbiamo ripetuto tra la nostra community un’indagine che lanciammo esattamente due anni fa finalizzata a capire quali siano stati in questi mesi i cambiamenti di atteggiamento nei confronti degli Open Data. I risultati, però, dimostrano che ci stiamo muovendo troppo lentamente. Ad esempio alla domanda “Come definirebbe la sua conoscenza degli Open Data” nel 2012 riposero scarsa o sufficente il 65,7% dei rispondenti, nel 2014 tale percentuale è scesa si, al 58,6% ,ma probabilmente non quanto ci avremmo potuto aspettare. Quando invece abbiamo chiesto in quale fase l’Italia fosse nell diffusione degli Open Data questi sono stati i risultati nei due anni di confronto : Discussione e approfondimento (per il 29,6% nel 2012 e 29,8% nel 2014), di sperimentazione in alcune realtà (per il 52,4% nel 2012 e per il 58,3 nel 2014),di progressiva applicazione (8,6% nel 2012 e 8,1% nel 2014). L’unico aspetto positivo, la diffusa consapevolezza che stanno aumentando le esperienze di iberazione dei dati. Alla domanda se gli intervistati erano a conoscenza di amministrazioni che hanno liberato i dati, in due anni i “sì” sono passati dal 30 al 51%. [qui tutti i risultati]

E’ urgente, quindi, l’avvio di una seconda fase. Dopo il consolidamento delle esperienze accumulate, bisogna immaginare e definire nuovi obiettivi che vadano oltre il principio della trasparenza fine a se stessa ma che siano finalizzati a sostenere il cambiamento per una nuova pubblica amministrazione in cui il cittadino, i suoi bisogni, ma anche le sue competenze informino di se tutta l’azione pubblica. L’Open Data Engagement ben interpreta questa esigenza creando nuovi spazi e strumenti di collaborazione tra le diverse parti in campo. E’ evidente che, alzando l’asticella degli obiettivi da raggiungere, si sollevano nuove questioni legate alle capacità dei diversi attori in campo (cittadini, associazioni e PA) di raccogliere la sfida.

Il rischio, quando si parla di innovazione è di creare nuove forme di esclusione sociale o, comunque, delle azioni abilitanti un ristretto numero di persone e cioé di “empowers the already empowered”[29]. Promuovere il coinvolgimento dei cittadini significa quindi far ricorso ad azioni attive a cominciare dalla formazione e dal coinvolgimento delle giovani generazioni con iniziative come “A scuola di Open Coesione[30] che dimostrano la giusta sensibilità e il giusto approccio istituzionale nel sostenere la partecipazione.

Le competenza, in Italia, ci sono così come un patrimonio di energie vitali che sta portando avanti sperimentazioni di grande valore. Per non disperdere il capitale accumulato e non perdere anche questa partita con gli altri paesi è necessario però che anche la politica faccia, finalmente, il suo mestiere dando forza e sostegno a un processo che può diventare determinante nel riavvicinare i cittadini alla vita politica e civica del nostro paese.


NOTE

* Il presente articolo riprende e ampia uno da me scritto in occasione del lancio delle iniziative italiane di Open Data. Gianni Dominici, Open Government e Open Data, la prospettiva e la speranza italiana, Smart Innovation, 17 ottobre 2011. Alla revisione del testo hanno partecipato Vittorio Alvino e Vincenzo Patruno che mi hanno dato preziosi suggerimenti. La responsabilità di quanto affermato rimane, ovviamente, la mia.

[2] Open Data Study, in Open Society Foundation, Maggio 2010.

[3] Gli Stati Generali dell’innovazione “sono nati per iniziativa di alcune associazioni, movimenti, aziende e cittadini convinti che le migliori opportunità di crescita per il nostro Paese sono offerte dalla creatività dei giovani, dal riconoscimento del merito, dall’abbattimento del digital divide, dal rinnovamento dello Stato attraverso l’Open Government”.

[4] Spaghetti Open Data si autorappresenta così: “Siamo un gruppo di cittadini italiani interessati al rilascio di dati pubblici in formato aperto, in modo da renderne facile l’accesso e il riuso (open data). Ci sembra che questa pratica sia utile per alimentare la discussione sulle scelte che ci attendono; rendendo facilmente accessibili informazioni di qualità alta, contribuirà a renderla più razionale, allargata e fondata sui dati. Con tutti i suoi difetti, la nostra democrazia è un grandissimo dono che ci hanno fatto le generazioni passate: il minimo che possiamo fare, tutti insieme, è cercare di averne cura.”

[5] Associazione Openpolis: “Colleghiamo i dati per fare trasparenza, li distribuiamo per innescare partecipazione, strumenti liberi e gratuiti per aprire la politica.”

[7] Chiara Buongiovanni e Tommaso Del Lungo, Enrico Giovannini, ISTAT su Open data Italia, Smart Innovation, 20 ottobre 2011.

[8] Tra le esperienze più significative della prima fase di liberazione degli Open Data segnaliamo l’esperienza dellaCamera dei Deputati e delCnr, oltre a diverse amministrazioni locali (tra cuiRegione Piemonte, Regione Emilia-Romagna,Regione Veneto,Comune di Udine,Comune di Firenze)

[9] Solo per citare alcuni interventi alla data del 2010:

■  l’ Art. 21 della legge 69/2009 (trasparenza dei curricula e degli stipendi);

■  l’ Art. 11 del d.lgs 150/2009 (la sezione trasparenza valutazione e merito sui siti pubblici);

■  la Delibera n.105/2010 della Civit (la trasparenza dinamica e l’elenco dei dati che le amministrazioni devono esporre sui loro siti);

■  l’ Art. 52 comma 1-bis del Codice dell’Amministrazione Digitale, d.lgs 82/05 e d.lgs 235/2010 (promozione della diffusione e dell’utilizzo dei dati, obbligo di esporre i dati in formato aperto);

■  le Linee Guida per i Siti Web della PA – 2011 (è lo strumento per il miglioramento continuo della qualità dei siti web pubblici e specifica le caratteristiche dei dati aperti);

■  le Linee Guida per la stesura di convenzioni per la fruibilità di dati delle pubbliche amministrazioni – art. 58 comma 2 del CAD (indicano le modalità per consentire la fruibilità dei dati fra amministrazioni).

[10] Il progetto MiaPA fu proposto dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, insieme a Formez e FORUM PA. Per un approfondimento confronta MiaPA e il social check-in nella Pubblica Amministrazione, Saperi PA, 26 febbraio 2011.

[12] Vedi l’intervento di Salvatore Marras, Italian Open Data License, un licenza per i dati pubblici italiani, Saperi PA, 10 maggio 2011

[13] Vincenzo Patruno, Open Data, Italy has awoken, The Open Knowledge Foundation, novembre 2011.

[15] Il Vademecum è scaricabile dal sito del Formez PA

[16] ForumPA: Il premio Apps4Italy intitolato a Melissa Bassi e alle vittime dell’attentato di Brindisi, Saperi PA, 19 maggio 2012. Vedi anche Webinar Dati aperti per usi intelligenti: parte il contest Apps4Italy!, Saperi PA, 19 maggio 2012. Una recente riflessione di quell’esperienza la trovate su Apps4Italy: dove sono le startup premiate nel 2012?, Wired.it. Febbraio 2014

[17] Michela Stentella, PanelPA “Open data: l’Italia s’è desta?”, Saperi PA, 2 marzo 2012

[18] Tra tutti il più importante è l’introduzione anche in Italia del principio ‘open by default’, effetto della conversione in legge dell’Art. 9 del Decreto Legge 18 ottobre 2012 n. 179 che modifica l’art.52 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

[19] Sicuramente un altro esempio interessante è legato alla comunità che si è creata in Italia, grazie soprattutto all’impegno di Maurizio Napolitano e Simone Cortesi, intorno al progetto internazionale di http://www.openstreetmap.org “OpenStreetMap è una mappa del mondo, creata da persone come te e libera di utilizzare sotto licenza aperta.” Infine, come, esempio di eccellenza il lavoro svolto con “La bussola della trasparenza” della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

[20] Confronta “Dove sono i data store italiani?” su dati.gov.it

[21] A fronte del problema complessivo fanno ben sperare le recenti esperienze di Matera,Palermo eBari

[22] Gianni Dominici e Marta Pieroni, ICity Rate. La classifica delle città intelligenti italiane, FORUM PA edizioni, 2013

[23] Il problema è un po’ di sempre: anche la tua fase delle reti civiche e dell’egovernment ha registrato, in Italia, un sostanziale affanno dei territori del SUD vedi, tra gli altri, Gianni Dominici e Marta Pieroni, Le città digitali in Italia, 9° Rapporto, Franco Angeli, Mialno 2007

[24] Solo per fare un esempio il 6 febbraio scorso siamo stai invitati a Bruxelles al workshop “Public Services for Businesses: recipes for supporting growth”, in quella occasione da parte della commissione europea è stato distribuito il draft di “A vision for public services, with the aim of outlining the long-term vision for a modern and open public sector and the way public services may be delivered in an open government setting (enabled by ICT), i.e. how public services may be created and delivered seamlessly to any citizen and business at any moment of time.”

[25] “Open government data is a sort of civic capital, a raw material that can be transformed like a diamond in the rough into something far different ana much more powerful” in Joshua Tauberer, Open Government Data, Edizione Kindle, 2012, posizione 763

[26] Le cinque stelle di Tim Davies sono:

★ Be demand driven

★ ★ Put data in context

★ ★ ★ Support conversation around data

★ ★ ★ ★ Build capacity, skills and networks

★ ★ ★ ★ ★ Collaborate on data as a common resource

[27] Interessante a sostegno di questo approccio: Brett Goldstein e Lauren Dyson, Beyond Transparency, Open Data and the Future of Civic Innovation, Code for America Press, San Francisco, CA, 2013. Il libro raccoglie una serie di contributi di progetti di Open Data in ambito urbano e viene così introdotto: “It seeks to move beyond the rhetoric of transparency for transparency’s sake and towards action and problem solving. Through these stories, we examine what is needed to build an ecosystem in which open data can become the raw materials to drive            more effective decision-making and efficient service delivery, spu economy activity, and empower citizens to take an active role in improving their own communiities”

[28] Come tutti i modelli si stratta di una esemplificazione di una realtà complessa che però può essere utile per meglio capire le diverse sfaccettature dei processi in corso. Nei prossimi mesi proveremo ad applicare il modello alle diverse esperienze italiane per poi proporre una riflessione ad un convegno di confronto nel corso del prossimo FORUM PA

Una Smart City in Agenda

Tra le iniziative che il prossimo governo metterà con urgenza in agenda, speriamo che un posto importante sia destinato al tema delle smart cities. Come più volte abbiamo evidenziato, sotto questa etichetta si è avviato in Italia un processo di analisi e di intervento volto ad affrontare con nuovi strumenti (culturali, metodologi e tecnologici) i problemi, finora irrisolti, che le nostre città si trovano ad affrontare. Le smart cities sono, infatti, le città che creano le condizioni di governo, infrastrutturali e tecnologiche per produrre innovazione sociale, per risolvere cioè problemi sociali legati alla crescita, all’inclusione e alla qualità della vita attraverso l’ascolto e il coinvolgimento dei diversi attori locali coinvolti: cittadini, imprese, associazioni.

Un quadro che con la nostra mappa concettuale cerchiamo ogni giorno di tenere aggiornato, tenendo conto delle diverse sfumature che caratterizzano il dibattito e le iniziative in corso.

Quello che rileviamo è che se la discussione ha raggiunto un elevato grado di maturità, poco ancora è stato fatto per tradurre l’approccio alle smart cities in un percorso operativo concreto. Inoltre, come qualsiasi approccio innovativo, quello delle smart city rischia di diventare un’ennesima occasione perduta se non potrà avvalersi delle necessarie competenze, interne ed esterne alla pubblica amministrazione, in grado di gestire le innovazioni introdotte.
Per questo motivo negli ultimi ventiquattro mesi FORUM PA ha promosso e realizzato una serie di iniziative, coordinate tra di loro, al fine di supportare, promuovere e facilitare il percorso delle smart cities italiane. Eccole in sintesi.

  •  Accordo strategico. ANCI e FORUM PA hanno deciso di mettere insieme la loro esperienza siglando un Protocollo d’intesa per la gestione dell’Osservatorio Nazionale ANCI sulle Smart Cities che ha l’obiettivo di mappare e mettere in rete le esperienze già avviate dai Comuni italiani, individuare le soluzioni tecnologiche e gli strumenti di programmazione adottati, evidenziare gli ostacoli ancora esistenti, elaborare analisi, ricerche e modelli replicabili, favorire la conoscenza, la collaborazione, la comunicazione. L’Osservatorio, inoltre, mira a realizzare, insieme alle città che hanno aderito, un Vademecum in grado di rendere operativo il percorso verso le Smart Cities. L’iniziativa (peraltro presentata al pubblico tramite un webinar ) non è estemporanea ma discende direttamente dal ruolo istituzionale che viene attribuito all’ANCI dall’articolo 20 del decreto crescita 2.0
  • Strumenti per la trasparenza e la gestione della conoscenza. La materia prima diventa “informazione e conoscenza” e le città si possono qualificare per il modo in cui informazione e conoscenza sono prodotte, raccolte e condivise. Per questo motivo FORUM PA ha dedicato particolare attenzione a quelle tecnologie in grado di abilitare la gestione delle informazioni e della conoscenza a livello urbano. Ne è un esempio ICity Rate, strumento di analisi e di lavoro dedicato alle imprese, ai governi e ai cittadini impegnati nel processo di costruzione delle smart cities. I City Rate si distingue dalle molteplici inziative che stanno nascendo anche nell’ultime ore perché:
    •  esiste già ed è disponibile sul sito di ICity Lab
    • è gratuito. Chiunque può andare sul sito dedicato e accedere ai dati pubblicati e creare nuove elaborazioni. (Per un comune o un’impresa che intendono investire sul territorio sono utilissimi gli strumenti Checkup e Benchmarking)
    • ha una metodologia aperta e condivisa. Il nostro Indice non vuole essere “migliore degli altri” (non stiamo vendendo un fustino di detersivo) ma semplicemente uno strumento condiviso e aperto. Da quando abbiamo pubblicato la prima versione abbiamo ricevuto molteplici suggerimenti sia dal pubblico vasto che sa specialisti che ci hanno fornito utili indicazioni che stiamo già implementando in vista della prossima edizione.
  • Accordo università. FORUM PA ha firmato una convenzione con l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Dipartimento di Scienze e Tecnologia della Formazione a collaborare per la realizzazione di attività di formazione e ricerca nel campo delle metodologie e tecnologie per l’apprendimento e il lavoro collaborativo, in particolare per il settore della pubblica amministrazione e sulla tematica delle “smart cities” e dei servizi e applicazioni avanzate per la pubblica amministrazione.
  • Servizi di comunicazione. Le relazioni pubbliche, la comunicazione istituzionale e la sensibilizzazione sui temi emergenti rimangono il cuore dell’attività di FORUM PA per promuovere e facilitare l’incontro e il confronto tra pubbliche amministrazioni, imprese e cittadini sui temi chiave dell’innovazione. Il tema delle smart cities è entrato a pieno titolo all’interno del Dispositivo Integrato di Comunicazione del FORUM PA che ha come momenti centrali la Manifestazione di maggio e la Smart City Exhibition di ottobre di cui da pochi giorni abbiamo presentato il nuovo sito.

Nell’ambito del prossimo FORUM PA (28 – 30 maggio, Palazzo dei Congressi Roma) il tema delle Smart Cities sarà un vero e proprio percorso tematico.

Noi siamo pronti, speriamo che il nuovo governo arrivi all’appuntamento con una visione già definita di deleghe operative e di obiettivi per ridare slancio al percorso appena intrapreso verso La via italiana alle Smart Cities.

La partecipazione tradita (e alcune riflessioni sulla Cittadinanza Attiva)

Il 2013 è stato intitolato dall’Unione Europea come “Anno europeo dei cittadini” , con il duplice obiettivo di promuovere la conoscenza dei diritti legati alla cittadinanza europea e di stimolare il dialogo tra i diversi livelli di governo, la società civile e il mondo delle imprese per individuare quale sia, da qui al 2020, l’Europa auspicata dai cittadini in termini di diritti, di politiche e di governance.

L’attenzione delle istituzioni europee ai cittadini, per quanto necessariamente simbolica in iniziative di questo tipo, ci è di stimolo per riflettere su come, a livello internazionale, il rapporto tra governi e cittadini stia mutando fortemente fino a portare, in molti paesi, all’inaugurazione di un nuovo modo di intendere il concetto e lo status di “cittadinanza”(1). E questo sta accadendo come risultato dell’interazione tra due approcci distinti ma altamente complementari:

  • il primo approccio è legato al modello dell’open government e dell’open data, per cui nella relazione con i cittadini si adotta una logica di accountability, traducibile nella volontà e nella capacità di render conto dell’attività svolta. Su Wikipedia l’open government viene così definito: ”Con l’espressione open government - letteralmente governo aperto – si intende un nuovo concetto di governance a livello centrale e locale, basato su modelli, strumenti e tecnologie che consentono alle amministrazioni di essere “aperte” e “trasparenti” nei confronti dei cittadini. In particolare l’open government prevede che tutte le attività dei governi e delle amministrazioni dello stato debbano essere aperte e disponibili al fine di favorire azioni efficaci e garantire un controllo pubblico sull’operato”. In questo modello i diritti di cittadinanza vengono arricchiti dalla possibilità, resa concreta nelle pratiche di amministrazione, di seguire e controllare le attività che riguardano e interessano (2) i cittadini stessi;
  • il secondo approccio è legato alle funzionalità stesse della pubblica amministrazione, messe sempre più in discussione dalla drammmatica riduzione delle risorse disponibili. Già nel 2008 scriveva l’OECD: ”Governments alone cannot deal with complex global and domestic challenges, such as climate change or soaring obesity levels. They face hard trade-offs, such as responding to rising demands for better quality public services despite tight budgets. They need to work with their own citizens and other stakeholders to find solutions”(3). Nella sostanza è quello che noi abbiamo scritto molte volte, con altre parole: i governi di tutto il mondo si trovano a dover fare di più spendendo di meno e possono riuscirci solo con l’aiuto dei cittadini.

In quest’ottica l’eGovernment è stata una promessa mancata. Come scrive Francesca Di Donato: “Si tratta di un vero e proprio fallimento strategico: i servizi offerti non rispondono ai bisogni e agli interessi reali degli utenti; gli sforzi per includere chi è a rischio di esclusione sono insufficienti; sussistono barriere tecniche che limitano l’usabilità dei siti”(4). Alla base di questo fallimento c’è stato l’errore di considerare i destinatari dei servizi, i cittadini, come semplici utenti. Un errore che il nuovo approccio non intende ripetere, coinvolgendo perciò i cittadini in tutte le fasi che descrivono il processo di erogazione dei servizi. Per questo finalmente si parla di crowdsourcing e di co-design dei servizi (5).

Quelli brevemente tracciati sono dunque due approcci che, partendo da necessità apparentemente diverse, finiscono per ridefinire, arricchendolo, il rapporto governo-cittadini, introducendo nuove forme di collaborazione e partecipazione: il cittadino ha la possibilità, come mai era successo prima d’ora, di intervenire ed essere parte attiva nella gestione della cosa pubblica.

Se queste sono le tendenze registrabili a livello internazionale, purtroppo in Italia, per ora, siamo prevalentemente fermi allo stadio delle buone intenzioni, salvo alcune esperienze nel campo degli open data e alcune notevoli iniziative nate dal basso come quelle portate avanti dall’associazione Openpolis, in particolare con i progetti Openparlamento e OpenMunicipio.

In questo momento promuovere la cittadinanza attiva, come abbiamo detto, non è solo un’azione virtuosa dell’amministrazione, ma è anche e soprattutto una necessità, laddove l’obiettivo è rendere più efficace l’azione pubblica.
Per questo dovremmo approfittare dell’Anno Europeo dei Cittadini promosso dalle istituzioni dell’Unione, per portare all’attenzione dell’attuale dibattito politico i temi della cittadinanza attiva.

La Giornata della Cittadinanza Attiva a FORUM PA 2013, 30 maggio 2013, Palazzo dei Congressi Roma. Atti on line!


Per quanto ci riguarda partiremo da qui per indagare, come sempre ci piace fare, forme, approcci e pratiche di questo elemento  che è diventato ormai un must dei modelli di amministrazione emergenti e che spesso viene tirato dentro discorsi politici, dichiarazioni di intenti e programmi d’azione senza sufficiente cognizione di causa e con forte rischio di “depotenziamento” della sua portata (per dei versi) rivoluzionaria.

Questo percorso ci porterà  al prossimo FORUM PA, a Roma dal 28 al 30 maggio 2013,  in occasione del quale abbiamo indetto una Giornata dedicata alla Cittadinanza Attiva, con iniziative e momenti di incontro e di confronto dedicati agli operatori ma anche agli stessi cittadini. Una giornata che metta insieme istituzioni e cittadini in una logica di ascolto reciproco, improntata su quei principi di trasparenza, partecipazione e collaborazione a cui si ispirano gran parte dei governi e che dovrebbero essere elementi fondativi della politica del prossimo governo italiano.


1 Vedi anche l’articolo Dominici, G. (2012). Capitolo 2. Il cittadino al centro | Saperi PA. http://saperi.forumpa.it/story/50914/il-cittadino-al-centro
2 Interessante per i movimenti a livello internazionale Sifry, M.L. (2011). Oltre WikiLeaks : il futuro del movimento per la trasparenza (Milano: EGEA).
3 OECD (2008). Focus on citizens: public engement for better policy and services. Vedi anche (2010). Towards Smarter and more Transparent Government E-GOVERNMENT STATUS
4 Di Donato F. (2010). Lo stato trasparente. Linked Open Data e Cittadinanza Attiva (Editori ETS)
5 Sul co-design , interessante il lavoro fatto in Italia e all’estero da Manzini : SIE Interviews Ezio Manzini | Social Innovation Europe.http://www.socialinnovationeurope.eu/magazine/methodsand-tools/interviews/sie-interviews-ezio-manzini
Baek, J.S., and Manzini, E. (2009). Designing collaborative services on the digital platform. In Proceedings of the Seventh ACM Conference on Creativity and Cognition, pp. 325–326 Vedi anche: OECD (2009). Innovation in public service: working together with citizens for better outcomes

ICity rate: a Bologna premiate le città italiane più smart

ICity Lab – dove la I evoca Innovazione, Inclusione, Interazione, Intelligenza – è una iniziativa di FORUM PA che vuole essere di supporto a tutti coloro che operano ai diversi livelli per migliorare le nostre città, ma è anche uno stimolo a impegnarsi sempre di più nei diversi ambiti che caratterizzano una città intelligente. Per questo motivo, oltre a produrre materiali di lavoro e di ricerca, FORUM PA – in occasione dell’apertura della manifestazione Smart City Exhibition il 29 ottobre a Bologna – presenterà i risultati di ICity Rate, la classifica delle città intelligenti italiane. I capoluoghi di provincia italiani sono stati messi a confronto sulla base di oltre cento indicatori riferiti alle dimensioni della governance della città, dell’economia, della mobilità, dell’ambiente, del capitale sociale e della qualità dei servizi che hanno poi permesso di arrivare alla classifica finale.

L’idea di Città Intelligente alla base del rating, quindi, è quella di una città inclusiva e competitiva ben descritta dalla parole del ministro Francesco Profumo: “Al centro della sfida vi è la costruzione di un nuovo genere di bene comune, una grande infrastruttura tecnologica e immateriale che faccia dialogare persone e oggetti, integrando informazioni e generando intelligenza, producendo inclusione e migliorando il nostro vivere quotidiano”.

Il tema della Smart City sarà al centro dei tre giorni di Smart City Exhibition, la manifestazione frutto della partnership tra FORUM PA e Bologna Fiere che darà vita a tre giorni di intenso lavoro presso la Fiera di Bologna il 29/30/31 Ottobre. L’iniziativa si pone come momento centrale nel trend che vede ormai la politica per le città intelligenti come una priorità europea e nazionale.

Le grandi opportunità date dai fondi comunitari e dai bandi nazionali sulle smart city e smart community rendono infatti sempre più necessario, per non essere sprecate, un momento “fondativo” di riflessione e di incontro tra i protagonisti per utilizzare al meglio questa grande occasione di innovazione, costruendo politiche sostenibili, lungimiranti ed effettivamente utili a rispondere ai crescenti e multiformi bisogni che, in questo momento di crisi, esprimono i cittadini.

La manifestazione propone una visione completamente nuova del concetto di città, intesa come insieme di flussi informativi e reti di relazioni e comunicazioni, fisiche e digitali, caratterizzate dalla capacità di creare capitale sociale, benessere per le persone, migliore qualità della vita.

Altrettanto nuova è la sua formula, centrata su momenti partecipativi e qualificati di lavoro collaborativo, sulla presentazione di grandi scenari internazionali, sulla costruzione di nuova cultura condivisa che aiuti a trasformare in Progetto-Paese una serie di iniziative ancora allo stato nascente e non sempre coordinate tra loro.

Gli obiettivi principali di SMART City Exhibition sono, in sintesi:

  • Elaborare in forma collaborativa una definizione condivisa di smart city, ossia mettere in luce i passaggi fondamentali per un approccio strategico e olistico; individuare le politiche settoriali, i nessi tra loro e i percorsi per realizzarle; chiarire il ruolo della tecnologia nei suoi tre livelli: quello della piattaforma di rete, quello degli applicativi verticali (scuola, sanità, welfare, ambiente, energia, mobilità, ecc.), quello delle periferiche, della sensoristica, dei device.
  • Proporre momenti di sensibilizzazione e di formazione per la classe dirigente politica ed amministrativa sul tema delle nuove città.
  • Individuare e divulgare le migliori esperienze italiane e internazionali e identificarne i modelli.
  • Costruire un set di documentazione sui singoli aspetti della smart city che possa costituire una cultura condivisa con il Governo, le città e le imprese e che sia la base su cui costruire le politiche future delle città intelligenti.
  • Confrontarsi sui nuovi modelli di procurement e di partnership pubblico-privata che rendano possibile investimenti lungimiranti per migliorare la qualità del vivere urbano.
  • Offrire ai cittadini e all’opinione pubblica un resoconto puntuale e indipendente sullo stato dell’arte dell’innovazione nelle città, con particolare attenzione alla accountability.
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