La Fiera di Bologna ospiterà il 5 e il 6 giugno il quarto salone della ricerca industriale. Tra gli eventi da segnalare “Costruiamo insieme il futuro”, il giorno di apertura, nell’ambito del quale verrà presentato il progetto di sviluppo dei Tecnopoli emiliani, le cittadelle dell’innovazione che dovranno nascere in ciascua provincia. Maggiori informazioni sul sito di R2B.
A proposito di trasparenza fa molto discutere in questi giorni la pubblicazione on line delle dichiarazioni dei redditi 2005, prontamente bloccata in nome della privacy.
Scorrendo quelle liste io invece ho capito tante cose, ho capito almeno in parte i comportamenti elettorali ultimi, i comportamenti quotidiani di molti di quelli che mi stanno vicino, perché molti preferiscono pagare in contanti, perché non chiedono gli incentivi quando ristrutturano una casa, perche siamo in molti comportamenti un paese incivile e lontano dalle democrazie dove questo tipo di dati sono pubblicati da anni.
E’ stato un’iniziativa innovativa, subito bocciata, per fortuna che c’è l’innovazione tecnologica che attraverso il peer to peer custodirà per sempre quei dati cosi imbarazzanti quanto esplicativi.
Su e-mule, con un po’ di pazienza, si trovano le diverse liste.
In diverse occasioni abbiamo messo in evidenza la necessità di riflettere sulle esperienze e sui risultati del processo di e-governement così come si è configurato negli ultimi dieci anni, convinti che i risultati ottenuti fino ad oggi abbiano portato frutti apprezzabili, ma non all’altezza delle aspettative e alle potenzialità della telematica cittadina. Proprio per questo abbiamo parlato di “prematura fine delle città digitali” intendo, con questa espressione, la fine di un processo virtuoso in crisi di identità e di prospettive che ha lasciato almeno tre punti irrisolti: abbandono della logica di governance originaria, incompletezza dell’offerta, fallimento dell’offerta.
L’abbandono della logica di governance originaria. La città digitale non può che essere improntata su una logica collaborativa dei diversi attori locali impegnati a definire gli obiettivi per raggiungere una visione condivisa del ruolo della telematica locale. Gran parte delle iniziative, invece, si sono sviluppate come esperienze isolate dei diversi soggetti locali con pochissima propensione alla collaborazione tra attori diversi.
L’incompletezza dell’offerta. Anche dalla prospettiva della logica istituzionale adottata, i cambiamenti e le iniziative si sono limitati ad introdurre nuove modalità (telematiche) per fornire informazioni ai cittadini o per erogare servizi. Pochissimo è stato fatto nel cosiddetto back-office, dove le nuove tecnologie avrebbero potuto portare grandi innovazioni dal punto di vista dell’efficienza e delle prassi burocratiche.
Il fallimento delle politiche di inclusione. I servizi telematici cittadini piuttosto che favorire l’inclusione e la partecipazione tra le diverse categorie sociali e culturali hanno, a conti fatti, aumentato il divario fra queste. Alle povertà ed alle esclusioni materiali si sono aggiunte quelle tra coloro che hanno le possibilità e le capacità di accedere alle informazioni e ai servizi on line e quelli che, invece, sono di fatto esclusi da tale servizi.
Guardare e riflettere sui limiti del passato deve servire per guardare in prospettiva partendo proprio dagli attori che, con diversi ruoli, sono stati i protagonisti di questa prima fase. Per questo motivo nell’ambito del prossimo FORUM PA abbiamo organizzato un incontro di lavoro proprio su questi temi e con questi attori: La rinascita possibile delle Città Digitali, mercoledì 14 alle ore 10.00.
L’incontro scaturisce da un percorso di riflessione avviato da Cittalia-ANCI con un panel di esperti lo scorso febbraio e ne rappresenta una tappa importante che FORUM PA e Cittalia-ANCI vogliono condividere con un panel di amministratori ed esperti più ampio. A questo scopo l’incontro sarà organizzato come un non-convegno utilizzando la Creativity Room appositamente attrezzata a FORUM PA per eventi di natura collaborativa. Una mattinata di lavoro, quindi, per analizzare insieme gli aspetti problematici delle esperienze fino ad oggi portate avanti e per definire un agenda comune di impegni da portare avanti.
L’incontro sarà coordinato e animato dalla società IDEAI di Barcellona e seguirà il metodo del “Knowledge Safari” che così viene descritto: Nell’età dell’innovazione e dell’accelerazione dei processi sociali, anche il contenuto originario delle parole è sottoposto a cambiamenti di significato o ad integrarsi di nuovi contenuti. Il Safari che proponiamo non è naturalmente il tradizionale percorso di caccia a cui noi stessi riconduciamo il significato di questa parola, dove i partecipanti sono spinti e trovano soddisfazione nella cattura della preda; il safari della conoscenza è anch’esso un percorso a tappe che ha come obiettivo l’elaborazione, lo scambio e la condivisione di idee. Riprendendo il significato originario della parola swahili (safara=viaggiare), il safari della conoscenza è un viaggio con i mezzi della partecipazione per raggiungere la condivisione dei frutti dell’intelligenza collettiva. ll “Knowledge Safari” è un metodo particolarmente stimolante e vivace. La forma interattiva di conversazione dei safari è stata adottata da grandi aziende, governi e comunità in tutto il mondo per animare reti di dialogo collaborativo su problemi e tematiche di particolare interesse in ambito lavorativo, economico, sociale, politico, culturale, etc.
Trattandosi di una sessione di lavoro l’incontro è a porte chiuse. Coloro che intendono partecipare ai lavori devono proporre la propria candidatura on line (proponi una relazione), mentre altre informazioni sui non-convegni di quest’anno possono essere trovati nella sezione del sito dedicata.
Con l’avvicinarsi della data di inaugurazione della prossima edizione di ForumPA (12-15 maggio) abbiamo pensato di rendere trasparente e partecipativo il percorso di avvicinamento, fatto di impegni, scelte organizzative, scadenze, temi in sviluppo attivando un canale Twitter.
Cosa sia Twitter oramai è noto a molti: uno strumento di comunicazione, di microblogging usato sia per la comunicazione personale sia aziendale e politica.
Una buona sintesi si trova in questo blog di Tommaso Sorchiotti proprio dedicato ai diverse strumenti e alle diverse soluzioni di microblogging.
A livello mondiale i dati sono interessanti ed evidenziano un utilizzo eterogeneo di questo strumento. Tra i canali più seguiti quello di Barack Obama, quello sui rumors sulla Apple, quello della CNN così come quelli di centinaia di singoli utenti che utilizzano Twitter per comunicare in sincrono le proprie attività e i propri stati d’animo. Tra le diverse finalità di utilizzo probabilmente è proprio quest’ultima la più complessa che necesserebbe di letture psicologiche e sociologiche. Basta cercare la parola “Italia” in uno dei tanti motori di ricerca dedicati a Twitter per avere un colpo d’occhio sui linguaggi utilizzati e sui temi prevalenti.
Ma al di là degli aspetti esistenziali, che meriterebbero maggiore approfondimento, Twitter e gli altri microblogging registrano una sempre maggiore diffusione nei diversi ambiti sociali, politici e aziendali.
Interessanti, ad esempio, queste riflessioni sull’utilizzo in ambito didattico. Mentre nel governo delle città e dei territori molteplici gli approcci: Commuter feed offre la possibilità di segnalare traffico e incidenti nelle diverse città, comprese alcune delle principali italiane. In termini pratici significa che gli utenti pubblicano informazioni sul traffico dai propri terminali (telefonini, palmari, computer) che possono essere letti in tempo reale, e con le stesse modalità, dagli utenti della stessa città. Simili sono anche esempi di utilizzo di microblogg a servizio delle comunità pubbliche come il caso descritto da Nate Ritter di Twitter per mandare messaggi ad una comunità urbana in caso di emergenze.
La politica è sicuramente il contesto che più ha contribuito (indirettamente) a far conoscere il mondo dei microblogg a un pubblico più vasto: in questi giorni su Twitter è stato possibile seguire, tra gli altri, la campagna elettorale di Walter Veltroni e di Barack Obama solo per citare alcune delle campagne elettorali più recenti ma già le precedenti elezioni amministrative avevano salutato on line diversi candidati a sindaco.
Ma l’informazione politica che scorre su Twitter non è solo quella istituzionale, il microblogging è diventato, infatti, occasione di commento e di partecipazione pubblica ai fatti politici. E’ il caso di alcuni eventi di interesse istituzionale come la seduta al senato che ha decretato la caduta del governo Prodi, descritta e arricchita dai commenti in rete. Come scrive Massimo Mantelli in un suo articolo su Punto Informatico, è stato seguendo il flusso informativo su Twitter che una blogger ha colto l’incongruenza della nota citazione di Mastella erroneamente attribuita a Pablo Neruda.
Nelle dimensione aziendale il microblogging è usato per la comunicazione interna così che ciascuno possa tener informato il proprio gruppo di lavoro sulle attività in corso. Le diverse potenzialità sono ben descritte Tommaso Sorchiotti in questo post. Ma sono sempre di più le aziende che ricorrono a Twitter per sperimentare nuove forme di comunicazione e di servizi nei confronti degli utenti e dei clienti. Tra gli esempi più recenti quello di Sky Italia che ha generato anche diverse critiche al momento del suo lancio.
Perché in questo contesto così variegato un canale Twitter su ForumPA? Perché la preparazione di un evento così complesso (80 convegni per circa 500 relatori, circa 300 espositori, 40.000 visitatori attesi alla Fiera di Roma e più del doppio on line nei quattro giorni dell’evento) vuole comunque essere aperta e partecipata.
Si tratta, ovviamente, di una visione parziale descritta da una delle tante voci che potrebbero descrivere le diverse azioni di un grande processo che si vuole rendere sempre più trasparente e partecipato. D’altronde sperimentare è diventato uno dei nostri imperativi e Twitter, sicuramente, è uno dei laboratori sociali in questo momento più interessanti.
Dovendo partecipare a una cena di lavoro di discussione sui temi dell’e-democracy, ho fatto il punto su alcuni documenti più o meno recenti.
Per cominciare ho fatto una ricerca su internet partendo dal nostro SaperiPA e cercando il termine e-democracy che mi ha restituito dieci contributi presentati alla scorsa edizione di ForumPA tutti di grandi valore.
Tra questi, sicuramente da segnalare è l‘intervento della senatrice Beatrice Magnolfi dove si mettono in evidenza due aspetti principali:- il primo è relativo all’utilizzo della rete, non solo intesa come veicolo di tecnologie ma come nuovo modello e nuova matrice culturale (il modello cooperativo della rete è infatti anche un nuovo modello organizzativo) per definire nuove forme di partecipazione e di rappresentanza.- Il secondo è relativo a come consentire a tutti di essere inclusi in questo circuito.
Altro documento da segnalare su SaperiPA è l’intervento di Anna Carola Freschi (Ricercatrice in Sociologia Economica e Docente di Sociologia Generale ed Economica - Facoltà di Economia, Università degli Studi di Bergamo - - Docente di Società dell’Informazione e Mutamento Sociale - Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di Firenze e Partner del Network di eccelenza europeo Demo-net, the e-participation network). La Freschi introduce un altro elemento: “molti cittadini sono sfiduciati verso la politica, più che verso le istituzioni, e questo elemento è una causa non secondaria del debolissimo interesse dei cittadini verso l’e-democracy, un problema di secondo grado rispetto a quello costituito dalla più generale sfiducia nella politica. Spesso la sfiducia specifica verso la democrazia elettronica si lega al debolissimo impegno, o quantomeno alla difficoltà dimostrate dai politici coinvolti in esperienze di e-democracy, a rispondere ai cittadini che intendono partecipare attivamente in forme organizzate o in forma individuale. Un altro cardine dell’approccio adottato dalla policy nazionale doveva essere infatti l’abbandono dell’approccio technology driven, che era stato uno dei motivi dello scarso impatto partecipativo di gran parte delle reti civiche. Segnali di questa scelta sono la ricerca di un incontro fra esperienze e sperimentazione di politiche partecipative sul territorio ed esperienza delle reti civiche. Come? In primo luogo mettendo al centro la partecipazione, piuttosto che la tecnologia; passando quindi dalla ‘e’ davanti alla partecipazione, ad una (e) tra parentesi si vuol sottolineare soprattutto l’interesse per le opportunità specifiche offerte dalla tecnologia di riorganizzare la politica, i suoi flussi informativi, riducendone le asimmetrie senza sottovalutarne radicamento e motivazioni profonde -, le opportunità di rivitalizzazione della sfera pubblica e di empowerment di soggetti minoritari o marginalizzati, piuttosto che per una mera automazione delle forme date della politica.”
Dal punto di vista aziendale, infine, e da segnalare l’intervento Sergio Esposito (Oracle Italia) che mette in evidenza come il rapporto tra PA, tecnologie e cittadini sia anche un rapporto che deve essere basato sulla crescita di fiducia tra i diversi attori.
Andando oltre i contributi presentati a ForumPA è utile andare a rivedere alcuni dei documenti prodotti in passato su quest’argomento. Tra questi, la lettura o rilettura delle “Linee guida per la promozione della cittadinanza digitale: e-democracy” del Formez-Progetto CRC, offre sicuramente spunti interessanti a cominciare da una definizione di e-democracy “Essere cittadini nella società dell’informazione non significa solo poter accedere ai servizi di una PAL più efficiente, capace di disegnare i propri servizi sui bisogni degli utilizzatori (e-government), ma anche poter partecipare in modo nuovo alla vita delle istituzioni politiche (e- democracy), tenendo conto della trasformazione in atto nelle relazioni fra attori pubblici e privati (governance)”.
Tra i documenti più recenti, interessante il numero di Nova sulla Cittadinanza informata (Nòva numero 114) che così si presenta: “La rete può migliorare le relazioni tra politica e persone, favorendo la circolazione delle notizie e delle idee: ovvero di mattoni indispensabili per costruire democrazia e decisioni consapevoli. Grande pubblico, attivisti auto-organizzati, associazioni, partiti e istituzioni, pubblica amministrazione: un viaggio tra la cittadinanza informata che ci mostra come la rete stia cambiando i valori in gioco, a tutto vantaggio della trasparenza. Anche in politica.” Interessanti le riflessioni di David Wenberger sul crowdsourcing che mette in evidenza come spesso gli strumenti di partecipazione nascono da esperienze di terze parti sulla base del coinvolgimento degli utenti. Tra le esperienze di questo tipo Openpolis, promosso dall’associazione Depp che promuove l’uso della rete e del software open source per favorire la trasparenza pubblica e la partecipazione collettiva al controllo delle informazioni e delle scelte politiche e l’esperienza, recensita anche su SaperiPA, di WikiDemocracy: un ambiente collaborativo e democratico per la stesura e revisione di programmi politici inventato cavalcando la connotazione di “contributo aperto” per il quale è conosciuto Wikipedia.
A proposito di crowdsourcing è interessante il documento scritto in rete con contributi diversi e coordinato da Joi Ito “Emergent Democracy” in cui il tema dell’esclusione viene trattato da un particolare punto di vista. Nel documento la rete viene paragonata ad un ecosistema per la cui evoluzione è indispendabile preservare le “infodiversità”.
Tra le esperienze editoriali da segnalare anche lo Special Report dell’Economist dello scorso 5 marzo su ” The electronic bureaucrat” nel quale viene sottolineato che “The story so far is that technology intensifies the democratic process, but does not fundamentally change it”.
Quattro almeno le domande che scaturiscono da queste letture, per ora senza risposta:
1) Alla base del web 2.0 c’è davvero una nuova matrice culturale? Come può influenzare i processi decisionali nella PA?
2) Come far si che che la partecipazione sia per tutti e non un’occasione di nuove forme di esclusione?
3) A quale livello di governo e con quali strumenti è possibile creare una maggiore fiducia dei cittadini nei confronti della politica?
4) Quali devono essere i soggetti promotori dei processi di partecipazione? Necessariamente le istituzioni o c’è uno spazio e un ruolo per i soggetti privati (aziende e attori sociali)?
Da ieri ho attivato un canale Twitter di descrizione del processo che ci porterà da qui a ForumPa del prossimo maggio (12-15 maggio). Si tratta, ovviamente, di un esperimento, per capire le potenzialità di questo tipo di comunicazione applicata piuttosto che ad una azienda, ad un processo in corso. Il flusso di messaggi lo trovate in forma RSS anche a destra di questo blog.
A proposito del post precedente dove citavo Luca de Biase e il suo invito a riconoscere il merito vi segnalo l’iniziativa di ForumPA “I protagonisti dell’innovazione” che ha l’obiettivo di premiare gli innovatori della Pubblica Amministrazione italiana. Il premio è organizzato insieme a Nova del Sole 24ore e si basa su un meccanismo di segnalazione e di social rating.
E’ questo l’argomento dell’utlimo numero di Nova Review in edicola. Scrive Luca de Biase nella presentazione : Riconoscere il merito. Nell’epoca della conoscenza non è soltanto giusto. E’ vitale. Nell’ecosistema dell’innovazione non c’è soltanto la ricchezza che si forma attorno alle buone idee: c’è anche la povertà che si accumula quando le buone idee mancano o, come più spesso avviene, sono soffocate dalla forza dell’abitudine.
Sarà presentato a Roma oggi a Roma, alle ore 16.00, presso il Tempio di Adriano, il “Il Libro Verde sull’Innovazione”, sesto volume della collana “Innovazione & Competitività” promossa dalla Fondazione Cotec ed edita da Il Sole 24Ore.
Come si legge nella presentazione, attraverso un’analisi condotta su un range di dati e fonti eterogenee, il Libro Verde sull’Innovazione,raccoglie i risultati ottenuti da una serie di incontri organizzati dalla Fondazione con la partecipazione dei principali stakeholders del Sistema Nazionale dell’Innovazione e struttura la discussione, fornendo indicazioni di policy, attraverso quattro filoni fondamentalil sistema di governance dell’innovazione:
il rapporto tra ricerca pubblica e privata, con specifica attenzione al ruolo dell’università;
il ruolo specifico della domanda pubblica con particolare attenzione alle tecnologie ICT, all’energia e alla sanità;
il ruolo trainante dei sistemi finanziari in funzione del ciclo di sviluppo dei settori che caratterizzano l’economia del paese.
Autore della prefazione è il Presidente della Fondazione Cotec, il Min. Luigi Nicolais che interverrà alla presentazione del volume.
Nei prossimi giorni dopo aver letto il libro, ne riparleremo.
Si può innovare parlando di Pubblica Amministrazione? E’ quello che abbiamo cercato di fare introducendo SaperiPA.
Questo il mio articolo di presentazione:
Lo abbiamo scritto oramai in diverse occasioni, soprattutto in questi ultimi mesi di preparazione della nuova edizione di Forum PA: la nostra ambizione è far si che Forum PA diventi sempre di più, tramite le sue iniziative, soggetto abilitante delle diverse energie vitali di questo paese creando momenti, luoghi e strumenti di condensazione di flussi di idee, di persone e di processi innovativi.
SaperiPA è sicuramente un’importante testimonianza di questo approccio. Le relazioni che ogni anno vengono prodotte durante l’esposizione (solo lo scorso anno circa 1.500), le migliori pratiche presentate, gli articoli della nostra redazione sulle diverse esperienze locali e le videointerviste agli innovatori sono sicuramente un importante patrimonio che merita di essere valorizzato. Lo stiamo cercando di fare utilizzando le tecnologie più avanzate disponibili, rendendo accessibile e restituendo a tutti gli attori coinvolti (relatori, pubblico, ricercatori, studenti, amministratori, aziende) I contenuti che tramite Forum PA vengono
prodotti ogni anno.
Il portale che presentiamo oggi è solo il primo passo in questa direzione: un sistema di knowledge management condiviso e partecipato, realizzato usando soluzioni open source e gli strumenti di condivisione e di partecipazione (dal social tagging al social bookmarking). Il patrimonio che per ora abbiamo condiviso, e che da oggi in poi sarà sistematicamente e quotidianamente implementato, è una prima base comune da utilizzare, da commentare e da segnalare.
Arriviamo ai contenuti sia tramite ricerca libera (il cerca a cui i motori di ricerca ci hanno abituato) sia navigando all’interno della struttura delle categorie che abbiamo individuato o che gli utenti hanno implementato.
Ma SaperiPA non è solo tecnologia. Il sistema non restituisce semplicemente tutte le occorrenze rispetto ad un determinato argomento ma le ordina secondo le valutazioni che su ciascun argomento ne fa la redazione. Vuole quindi essere uno strumento partigiano che raccoglie si tutti i materiali prodotti ma che li restituisce ordinati sulla base della completezza del singolo contributo.
E’ un processo aperto che si arricchirà di settimana in settimana di nuove funzioni. I link che trovate sulla pagina principale fra pochissimo tempo porteranno al nuovo sito che si presenterà come un portale alle nostra attività e suddiviso per canali tematici. Così come fra pochissimo introdurremo PanelPa, uno strumento per far sì che la nostra newsletter non sia solo un canale per segnalarvi iniziative e proporre contenuti ma anche di ascolto delle vostre opinioni.
Tra le prime reazioni delle rete questa segnalazione di Mauro Lupi e questo affettuoso ma autorevole commento di Renzo Provedel.
Come si comunica l’innovazione? Compito non semplice perché si rischia di affidare contenuti e idee nuove a strumenti non adatti.
ForumPA ci sta provando, i profondi cambiamenti che caratterizzano la nuova edizione del 2008 sono stati descritti tramite dei videoclip affidati non ad una grande società di comunicazione ma a un giovane attore che ha cercato, riuscendoci secondo me, a comunicare le idee e le soluzioni innovative che troverete il prossimo maggio.
Pubblicata sull’ultima news letter di FORUMPA una mia riflessione sul destino della città digitali in Italia.
Lo scorso numero avevamo commentato a caldo i dati della ricerca Capgemini sull’e-Government in Italia. A questa si è aggiunto l’ultimo white paper dell’Ocap, Osservatorio sul cambiamento delle amministrazioni pubbliche, della Sda Bocconi dall’eloquente titolo L’attuazione dell’e-Government in Italia: retorica o realtà? Mi sembra che i dati, oramai delle diverse fonti, siano inequivocabili: il processo di telematizzazione degli enti locali è arrivato ad un punto fermo e allora sta diventando probabilmente inutile continuare con diverse indagini e approcci ad accanirsi a misurare, a valutare, a cercare segni di vitalità di un paziente oramai morto. Forse è più utile, in questa fase, chiedersi perché siamo arrivati a questo punto e cominciare a ragionare su possibili scenari futuri che dovranno scaturire non da una semplice evoluzione della situazione attuale, ma da un momento di ridefinizione, di rifondazione di quello che dovrebbe essere la telematica applicata a livello istituzionale.
Se ci fermiamo ad approfondire l’offerta on line vedremo che le esperienze sono sostanzialmente dedicate alla comunicazione istituzionale e all’erogazione dei servizi on-line. Un’impostazione che discende da lontano, da un approccio decisamente aziendalista, che aveva impostato e ridotto il rapporto cittadino-istituzione a una logica interattiva elementare: possibilità di accedere alle informazioni pubbliche, interazione a una via (possibilità di scaricare i moduli), interazione a due vie (possibilità di consegnare i moduli), transazione (possibilità di effettuare anche transazioni economiche.) È proprio a misurare l’intensità di queste relazioni che ci siamo impegnati per anni, io per primo, convinti che il raggiungimento del livello superiore fosse di fatto un traguardo per un nuovo modo di intendere la gestione dei servizi con il cittadino e propedeutico per l’introduzione di relazioni più avanzate.
In verità a questo traguardo non siamo mai arrivati e risulta evidente non solo dai risultati che ci forniscono per ultime queste due ricerche, ma anche e soprattutto dagli ultimi dati che l’ISTAT ha presentato lo scorso 16 gennaio sui consumi tecnologici delle famiglie. L’indagine ci restituisce una descrizione accurata dei consumi tecnologici degli italiani e dei comportamenti delle attività svolte on line. Il dato che spicca più in evidenza è che tra le 20 attività censite (da mandare e ricevere una mail a scaricare un software o collegarsi alla propria banca on line) solo tre hanno registrato da un anno all’altro una diminuzione nella frequenza di utilizzo: sono le tre attività legate ai rapporti con la Pubblica Amministrazione. In particolare, l’attività di ottenere informazioni da siti della PA è scesa in un anno da 39,6% degli utilizzatori di internet a 35,9%; scaricare moduli della PA è passato da 28,4% a 24,8%; spedire, infine, moduli della PA è sceso dal 13,3% al 10,7%. Gli italiani credono sempre più in internet, svolgono sempre più frequentemente diverse attività on line che vanno dallo svago alla gestione delle attività familiari e professionali, ma si stanno allontanando dal rapporto telematico con le istituzioni. Non solo, dai dati ISTAT risulta con netta evidenza come l’accesso ai servizi on line sia ancora profondamente legato alla condizione economica e professionale delle famiglie italiane: in quelle in cui il capofamiglia è dirigente, imprenditore o libero professionista il personal computer è presente nell’82,3% dei casi e l’accesso ad internet nel 71,7%; laddove il capofamiglia è un operaio tali quote scendono drammaticamente al 48,5% e al 33,8%, rispettivamente.
Tre processi, quello dell’incompletezza dell’offerta, quello del disincanto della domanda e quello del crescere delle forme di esclusione che portano, almeno a mio avviso, ad un’unica conclusione: la fine delle città digitali quali interpretazione dei diversi programmi di e-Government e di e-Democracy così come sono stati formulati fino ad oggi. È un tema importante che il prossimo governo, qualunque esso sia, dovrà mettere in agenda con approcci nuovi, non rinnegando quanto fatto fino ad ora, ma definendo scenari, obiettivi e strumenti di intervento completamente rinnovati e andando a cercare e valorizzare le realtà più avanzate che stanno già esplorando nuovi percorsi. Un’agenda, che metta il cittadino con i suoi problemi, con i suoi bisogni e con le sue aspettative finalmente al centro dei processi innovativi del nostro paese.
Se ne parla da molte parti ma è difficile non riportare un commento: dopo una breve quanto contestata esistenza il ministro Rutelli annuncia la chiusura del portale Italia.it.
Dettagli sulla notizia e sulla storia del portale si possono trovare su siti e blog della rete così come sui quotidiani.
58,6 milioni di euro buttati, soldi che sarebbero potuti andare alla ricerca di base, a start up innovative, al trasferimento tecnologico solo per rimanere nel campo dell’innovazione.
Solo per fare un esempio fra i tanti possibili, qualche giorno fa gli scienziati impegnati da 20 anni nel Programma di ricerche al Polo Sud sono scesi in piazza per protestare del taglio del 70% dei finanziamenti pari 28 milioni annui destinati al progetto. E mentre i loro colleghi francesi e tedeschi continuano a lavorare ad uno dei più importanti progetti di studio sui cambiamenti climatici, ai nostri scenziati non rimane altro che protestare.
Appena conclusa la 44° edizione dello Smau alla fiera di Milano il tema dell’innovazione viene ripreso, da un’altra prospettiva, al Festival della Creatività di Firenze. L’approccio tecnologico dello SMAU focalizzato alle soluzioni tecniche per supportare la diffusione dell’innovazione all’interno delle imprese e delle pubbliche amministrazioni e quello orientato a valorizzare il capitale umano del Festival di Firenze.
Due assett, tecnologia e talento, che non eccellono ma che che sono consistenti nel nostro paese. E allora da dove scaturisce il deficit di innovazione dell’Italia? Dalla mancanza forse, accanto a Tecnologia e Talento, della terza T indicata da Richard Florida indispensabile per produrre idee, conoscenze e innovazione? La T della tolleranza?
Nei giorni scorsi Punto Informatico ha riportato la notizia di un utente francese che ha chiesto, ed ottenuto dal tribunale competente, un rimborso da parte dell’Acer per il prezzo pagato al momento dell’acquisto del PC dei software già installati nella machina ma non richiesti. A fronte del prezzo del PC di 599 euro, il rimborso è stato pari a 312 euro. Questo vuol dire che, nel caso specifico, più della metà del prezzo che è stato pagato è relativo ai software che i produttori per loro convenienza ci impongono.
Se, come si dice, l’innovatore è colui che disubbidisce a regole a prassi consolidate, questo utente, rifiutandosi di accettare i termini di licenza proposti dai diversi produttori al momento della prima accensione del computer,è sicuramente un innovatore il cui gesto potrà portare importanti novità tra i consumatori e gli utenti di PC.
Oltre a ciò immaginiamo quale potrebbe essere l’impatto positivo di tale risparmi se applicati sulla grande scala come, ad esempio, gli acquisti della pubblica amministrazione locale e centrale. Un esperimento che in molti altri paesi ha portato a grandi risparmi da investire, poi, in politiche per l’alfabetizzazione informatica o contro il digital divide.
I tempi con cui sono organizzate le nostre città incidono profondamente sulla qualità della vita dei cittadini. Negli ultimi anni molte città italiane ed europee hanno sviluppato strategie e iniziative concrete per armonizzare i diversi sistemi di orari che scandiscono la vita quotidiana in città. Nello stesso tempo anche numerose imprese hanno avviato programmi volti alla conciliazione fra tempi dedicati al lavoro, alla famiglia e al tempo libero.
Convegno “Tempi della città e qualità della vita” / Congress “Time policies and quality of life”. EURAC Convention Center, viale Druso 1, Bolzano, 12 e 13 ottobre 2007.
L’Italia è stata il primo paese a varare una legge sul coordinamento dei tempi delle città (L. 53/2000), affidando ai comuni il compito di coordinare i tempi e gli orari delle città ed incentivando le imprese a realizzare azioni a favore della conciliazione. Questo convegno vuole fare il punto sullo sviluppo delle politiche temporali in ambito nazionale ed europeo, presentando alcune esperienze di successo ed aprendo un confronto sul tema tra rappresentanti delle istituzioni, amministratori locali, esperti e docenti di fama internazionale. La prima parte del convegno sarà dedicata a specifici temi di politiche sui tempi della città, in un’ottica di urbanistica temporale e di innovazione della pubblica amministrazione, mentre nella seconda parte saranno trattate le politiche di conciliazione nel mondo del lavoro.
Il convegno si rivolge principalmente ad amministratori e funzionari della P.A., imprenditori, sindacalisti, rappresentanti di associazioni e ricercatori.
La mia relazione presentata al convegno:
Quotidianamente dalle nostre città, dall’insieme dei capoluoghi di provincia, provengono segnali di disagio e di difficoltà. Dal traffico stradale, alla qualità dell’aria fino all’integrazione sociale. Le città si confermano i luoghi dove si riscontrano la maggior parte di incidenti e di vittime stradali. Il ricorso alla mobilità privata e alle due ruote per evitare il traffico fa si che l’88,8% degli incidenti urbani coinvolga una moto. Gli episodi recenti volti a limitare la presenza di immigrati clandestini nelle strade in realtà non affrontano che una parte del problema legato ad una sempre maggiore difficoltà di integrazione. Dal punto di vista ambientale i consumi di carburante rimangono stabili, i rifiuti prodotti continuano a salire mentre la quota di raccolta differenza sale molto lentamente.
Si tratta di dati complessivi riferiti ad un contesto molto eterogeneo. La provincia di Bolzano, nello specifico, in merito ai dati sull’ecosistema urbano risulta il territorio migliore in Italia. Ma il dato complessivo e il problema è comune: le città diventano sempre meno accoglienti nei confronti dei sistemi economici territoriali (il che si traduce in una minore competitività) e nei confronti dei cittadini (il che si traduce in una drastica riduzione della qualità della vita).
In questo contesto qual è il valore aggiunto che può portare l’amministrazione pubblica? Sicuramente quello di mettere a punto azioni e politiche volte a migliorare la qualità della convivenza. Nel far questo, però, il rischio, sempre presente, è di seguire una logica autoreferenziale che si basa su un’interpretazione tutta interna dei bisogni sociali. E’ il caso recente del processo di modernizzazione della PA, prevalentemente basato sull’implementazione di servizi telematici, che in molti casi ha causato nuove forme di discriminazione sociale piuttosto che di avvicinamento del pubblico con le istituzioni.
Nuove prospettive di intervento scaturiscono dal disegnare scenari condivisi grazie all’implementazione sempre più diffusa di esperienze quali i piani strategici e i piani dei tempi delle città. L’innovazione introdotta da questi approcci risiede nel cambiamento di paradigma volto a condividere una idea di città e, come è specificato nel Piano di Bolzano, in una valorizzazione della relazione: individuo-città-territorio.
Dal punto di vista sociologico, inoltre, due sono gli aspetti innovativi nella gestione dei piani dei tempi e dei piani strategici:
L’attenzione rivolta, anche dal punto di vista metodologico, all’analisi del pubblico. Ho trovato questa attenzione nella lettura del Piano dei tempi di Bolzano con la giusta e dovuta differenziazione per i problemi delle diverse categorie sociali. Per migliorare la qualità della convivenza e della qualità della vita è necessario, infatti, rispondere a problemi, bisogni e aspettative specifiche per cui diventa inevitabile e indispensabile adottare una logica di genere o generazionale;
l’attenzione rivolta alla partecipazione attiva del pubblico interessato in tutti le fasi di elaborazione e della successiva implementazione del Piano, adottando, anche per questa finalità, un approccio differenziato sia in termini di informazione e di comunicazione sia nel mettere a punto occasioni e strumenti diversificati per favorire la partecipazione.
A fronte di questi nuovi approcci strategici la domanda che ci dobbiamo porre è: abbiamo raggiunto i risultati sperati? Allo stato attuale in Italia ci sono in corso, o appena avviati, circa 60 piani strategici e 30 “migliori prassi” di piani per i tempi. Siamo sicuri di procedere per la strada giusta?
Una disciplina pochissimo sviluppata da noi, in Italia, è l’analisi delle politiche pubbliche. Ci impegniamo ad introdurre nuovi approcci, anche metodologicamente orientati in modo rigoroso, però poi poco tempo e poche occasioni vengono dedicate a valutare i risultati ottenuti. Credo che questo convegno possa essere una prima occasione proprio per ragionare su tali risultati. I piani per i tempi sono finalizzati a migliorare la qualità della convivenza proprio di quelle categorie normalmente più svantaggiate. Siamo riusciti in questo intento? Siamo riusciti a coinvolgere anche il pubblico con meno attitudini alla partecipazione?
Riprendendo il filo dell’intervento, proprio rispondendo a queste domande riusciremo a capire se la strada intrapresa sia quella giusta per affrontare le sfide che le nostre città poco accoglienti ci sollevano quotidianamente e ad introdure nuove prassi e soluzioni in grado di elevare la qualità della vita e della convivenza.
Il convegno di oggi è sicuramente un passo in questa direzione, come ForumPA è nella nostra missione proporre metodologie di valutazione dei risultati così come favorire il confronto fra i diversi attori impegnati nell’applicazione di processi innovativi a livello territoriale. Organizzare insieme, per il prossimo maggio, un momento di confronto fra i principali attori protagonisti di questi processi, potrebbe essere un ulteriore passo verso una maggiore comprensione dei risultati ottenuti.
Ancora oggi giornali e telegiornali dedicano ampio spazio all’incidente accaduto a Bormio dove una moto ha investito e ucciso un bambino di tre anni lungo una pista ciclabile dove stava pedalando con la mamma. Un incidente assurdo, in piena campagna, accaduto dove era impensabile che accadesse: una ciclabile isolata e lontana dalla strada.
Un incidente che colpisce ma che non sorprende considerando il poco rispetto che viene riservato alle piste ciclabili. La foto di seguito è stata scattata a poche ore dall’incidente in pieno centro di Roma, in via Cicerone, zona presidiata da vigili e forze dell’ordine che, rispetto a tale invadenza, esercitano, in questo caso sì, una inopportuna, pericolosa e complice tolleranza.
Certo è difficile pensare a forme innovative di trasporto urbano, ad approcci multimodali e alla riduzione dell’inquinamento atmosferico nelle nostre città se sulle ciclabili ci mandiamo le automobili.
Continua il dibattito, anzi la polemica, sulla proposta del sindaco di Firenze Domenici di applicare la tolleranza zero nei confronti dei lavavetri ai semafori. Per ultimo, con il sindaco fiorentino, ha polemizzato Nichi Vendola che evidenzia il rischio di come, andando avanti così, non si ottiene altro che criminalizzare la povertà.
Bella idea questa della tolleranza zero, importata senza mediazioni, ma senza anche riflettere, dalla metropoli newyorkese.
Nelle nostre città, dove tolleriamo i proprietari dei cani che impunemente lasciano luridi i marciapiedi e i giardini, dove le automobili e i mezzi pubblici invadono strade e marciapiedi, dove si parcheggia, grazie alla tolleranza dei vigili, in seconda e terza fila bloccando la circolazione e intossicando l’aria, dove gran parte degli accessi pedonali sono preclusi ai disabili o alle carrozzine con bambini. Nelle nostre città, cresciute per mano degli speculatori edilizi e della furbizia dei vigliacchi abusi domestici. Nelle nostre città, senza idee e progetti, in cui le uniche trasformazioni in corso sono quelle destinate ai centri commerciali e alle migliaia di metri cubi che si portano dietro. Nelle nostre città, dunque, abbiamo bisogno della tolleranza zero e ce ne abbiamo urgentemente bisogno nei confronti di quella categoria che più sta minando il nostro futuro, il nostro stare insieme civile: i lavavetri.
Perché proprio i lavavetri? Ma è ovvio: perché hanno la sfrontatezza di farsi vedere, di toccare e a volte sporcare le nostre macchine, perché ci fanno perdere secondi preziosi nella nostra monotona corsa quotidiana dalla ricerca di un parcheggio all’altro, perché volendoli al limite ricompensare ci obbligano ad aprire i finestrini delle macchine in cui ci sigilliamo con il climatizzatore.
E dove devono andare i lavavetri che cacciamo dalle strade? Ma è ovvio, nelle fogne in cui vivono, sotto i ponti dei fiumi, nelle discariche abusive, comunque lontani dai nostri occhi. In quelle parti di città e di società che si sta stratificando sotto il livello in cui abitiamo, ci muoviamo e lavoriamo senza voler essere disturbati.
Consiglio un esercizio che sarebbe utile soprattutto a chi ci amministra: dare un’occhiata da dove arrivano quotidianamente gran parte dei lavavetri. A Roma, solo per fare un esempio, l’esercizio non è difficile da svolgere: basta farsi una passeggiata (magari non da soli) sulla ciclabile del Tevere di cui la Capitale tanto si gloria. La ciclabile, che arriva da nessuna parte, attraversa accampamenti sotto i ponti, villaggi improvvisati tra rifiuti e discariche: una città invisibile soprattutto agli occhi di chi non vuole vedere e capire.
Quindi ditela bene e, soprattutto, ditela tutta. Cari lavavetri da oggi tolleranza zero: via dalle nostre strade e rimanete nelle fogne con le vostre famiglie e i vostri bambini, lontani dai nostri occhi e dalle nostre auto.
I villaggi spontanei sugli argini del Tevere.
L’emblematica piazzola, in mezzo ai campi, di conclusione della ciclabile. Non si può far altro che tornare indietro