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Codice Internet

Non ho potuto partecipare alla conferenza stampa che si è tenuta il 4 settembre a Milano di presentazione del progetto Codice Internet per cui le considerazioni discendono da una visione  del progetto, dei materiali video parziali pubblicati e dalla lettura delle  testimonianze di coloro che hanno partecipato all’iniziativa.

Obiettivi del progetto sono: “… di diffondere maggiormente in Italia l’impatto positivo che la rete – e le nuove tecnologie in generale – possono avere sulla società e di contribuire a far comprendere come tali strumenti siano in grado di migliorare la qualità della vita di ognuno, con l’obiettivo ultimo di stimolare ed accelerare un cambiamento nella direzione di un sostanziale e celere incremento della digitalizzazione della realtà italiana.”

Obiettivi dunque importanti già ampiamente dibattuti sia all’interno che all’esterno della rete perché sollevano la questione  legata al cosiddetto Digital Divide o meglio al rischio che le nuove tecnologie siano occasione di nuove discriminazioni e  di esclusione sociale.

Benché gli obiettivi siano importanti e i proponenti seri, il progetto, così come si presenta, solleva delle perplessità a cominciare dall’incipit che tradisce una scarsa conoscenza dei processi all’interno dei quali ci si inserisce e un pericoloso riduzionismo tecnologico: Per società dell’informazione si intendono le “nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione”.   Ora non è questa la sede per entrare nello specifico ma di certo, come dice la parola stessa, la Società dell’informazione è ben altro e sono proprio i riduzionismi tecnologici la  causa delle principali forme di digital divide. Probabilmente una rilettura dei classici su questo argomento permetterebbe di meglio impostare le premesse: da Daniel Bell, ad Alvin Toffler e Manuel Castells solo per citarne alcuni.

Oltre a ciò l’approccio rimane troppo generico. Cosa significa portare internet alle persone? Quali  persone? La società è differenziata e articolata e proprio la diversa distribuzione degli utenti internet lo dimostra: non usano internet la quasi totalità dei pensionati, la quasi totalità delle casalinghe e un’enorme percentuale di disoccupati. E questo perché il veicolo principale di alfabetizzazione alla nuove tecnologie è proprio il mondo del lavoro: chi ne sta fuori per motivi anagrafici, professionali o sociali ha una possibilità molto più scarsa di essere “contaminato” dalle nuove tecnologie. Questo situazione crea dei forti squilibri sociali perché:

– non conoscono internet proprio coloro che ne avrebbero più bisogno per trovare lavoro (i disoccupati) o per accedere più facilmente ai servizi alle persone e alle famiglie (casalinghe e pensionati);
– crea una frattura generazionale. Il rapporto tra giovani anziani era una volta imperniato anche sul trasferimento (dagli anziani verso i giovani) dei  saperi  e del saper fare. Ora nella migliore delle ipotesi possiamo dire che la tradizione si tramanda dai nonni ai nipoti e l’innovazione dai nipoti verso i nonni (non è un caso che l’indice di penetrazione dei PC e di internet tra le famiglie è altamente correlato con la presenza di ragazzi in casa).

Già queste prime fenomenologie sollevano l’evidenza che voler divulgare internet fra le persone presuppone un approccio articolato di iniziative specifiche per le diverse categorie sociali. Solo per fare un esempio l’iniziativa Nonni su Internet è un progetto di successo di alfabetizzazione informatica dei più anziani tramite il coinvolgimento dei più giovani.

Per ultimo è necessario chiedersi perché alcune categorie sociali non usano internet. Abbiamo scritto che coloro che non lavorano hanno molte meno possibilità di entrare in contatto con le tecnologie informatiche per cui è necessario trovare delle killer application di contenuti e di servizi interessanti per le categorie attualmente escluse e che invece le incuriosiscano e le motivino nei confronti di internet. Sicuramente per le categorie più escluse (casalinghe e pensionati) una funzione trainante potrebbero svolgerla proprio le istituzioni, soprattutto quelle locali. Sul programma di Codice Internet leggiamo: “La situazione italiana è composita, in quanto si tratta di una nazione all’avanguardia in materia di e-government, ma che presenta livelli ancora molto bassi di connettività e di percentuale di utenti Internet abituali.” E questo, purtroppo, è un altro punto di partenza sbagliato. In passato le reti civiche hanno svolto un ruolo fondamentale di alfabetizzazione delle realtà sociali. Il processo di istituzionalizzazione della telematica locale ha portato, invece, ad un abbandono di questa funzione e ad una riduzione dei possibili obiettivi perseguibili. Che l’e-government in Italia non sia all’avanguardia non è un’opinione ma un dato di fatto dimostrato da numerose ricerche. Oltretutto recenti dati ISTAT hanno dimostrato che se gli utenti dei diversi contenuti offerti su Internet crescono da un anno all’altro, quelli dei servizi pubblici on line sono gli unici che hanno registrato, nell’ultima rilevazione, una diminuzione di utenti.

Non è sufficiente, quindi, far conoscere internet e promuoverla come fosse una saponetta o un bene di consumo. Se davvero vogliamo far si che le nuove tecnologie non siano occasione di nuove discriminazioni sociali dobbiamo andare a capire i bisogni e le aspettative di coloro che per ora ne sono esclusi, mettendo i cittadini, piuttosto che i proclami,  al centro delle nostre azioni. Se le persone non sono connesse (socialmente), come dice Giuseppe De Rita, un motivo c’è  e su questo che dobbiamo lavorare.


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Tolleranza zero

Continua il dibattito, anzi la polemica, sulla proposta del sindaco di Firenze Domenici di applicare la tolleranza zero nei confronti dei lavavetri ai semafori. Per ultimo, con il sindaco fiorentino, ha polemizzato Nichi Vendola che evidenzia il rischio di come, andando avanti così, non si ottiene altro che criminalizzare la povertà.

Bella idea questa della tolleranza zero, importata senza mediazioni, ma senza anche riflettere, dalla metropoli newyorkese.

Nelle nostre città, dove tolleriamo i proprietari dei cani che impunemente lasciano luridi i marciapiedi e i giardini, dove le automobili e i mezzi pubblici invadono strade e marciapiedi, dove si parcheggia, grazie alla tolleranza dei vigili, in seconda e terza fila bloccando la circolazione e intossicando l’aria, dove gran parte degli accessi pedonali sono preclusi ai disabili o alle carrozzine con bambini. Nelle nostre città, cresciute per mano degli speculatori edilizi e della furbizia dei vigliacchi abusi domestici. Nelle nostre città, senza idee e progetti, in cui le uniche trasformazioni in corso sono quelle destinate ai centri commerciali e alle migliaia di metri cubi che si portano dietro. Nelle nostre città, dunque, abbiamo bisogno della tolleranza zero e ce ne abbiamo urgentemente bisogno nei confronti di quella categoria che più sta minando il nostro futuro, il nostro stare insieme civile: i lavavetri.

Perché proprio i lavavetri? Ma è ovvio: perché hanno la sfrontatezza di farsi vedere, di toccare e a volte sporcare le nostre macchine, perché ci fanno perdere secondi preziosi nella nostra monotona corsa quotidiana dalla ricerca di un parcheggio all’altro, perché volendoli al limite ricompensare ci obbligano ad aprire i finestrini delle macchine in cui ci sigilliamo con il climatizzatore.

E dove devono andare i lavavetri che cacciamo dalle strade? Ma è ovvio, nelle fogne in cui vivono, sotto i ponti dei fiumi, nelle discariche abusive, comunque lontani dai nostri occhi. In quelle parti di città e di società che si sta stratificando sotto il livello in cui abitiamo, ci muoviamo e lavoriamo senza voler essere disturbati.

Consiglio un esercizio che sarebbe utile soprattutto a chi ci amministra: dare un’occhiata da dove arrivano quotidianamente gran parte dei lavavetri. A Roma, solo per fare un esempio, l’esercizio non è difficile da svolgere: basta farsi una passeggiata (magari non da soli) sulla ciclabile del Tevere di cui la Capitale tanto si gloria. La ciclabile, che arriva da nessuna parte, attraversa accampamenti sotto i ponti, villaggi improvvisati tra rifiuti e discariche: una città invisibile soprattutto agli occhi di chi non vuole vedere e capire.

Quindi ditela bene e, soprattutto, ditela tutta. Cari lavavetri da oggi tolleranza zero: via dalle nostre strade e rimanete nelle fogne con le vostre famiglie e i vostri bambini, lontani dai nostri occhi e dalle nostre auto.

I villaggi spontanei sugli argini del Tevere.

L’emblematica piazzola, in mezzo ai campi, di conclusione della ciclabile. Non si può far altro che tornare indietro

Immigrati, brava gente

Quello dell’immigrazione è sicuramente il fenomeno sociale dove maggiore e più drammatica è la mancanza di soluzioni innovative dal punto di vista politico, organizzativo e culturale.

Questa estate, come tutte le precedenti, abbiamo assistito all’ennesimo, drammatico bollettino dei viaggi della speranza verso l’Italia molto spesso conclusi tragicamente. Quasi non ci si fa più caso, come se fosse uno degli elementi, come il gran caldo, che oramai caratterizzano le nostre estati. L’ultimo Agosto, però, è stato segnato da una novità, un sussulto di orgoglio politico che si è concretizzato con l’ordinanza dell’amministrazione comunale di Firenze che ha riportato al centro delle discussioni il tema dell’immigrazione.

Per dare un piccolo contributo a un’altra dimensione relativa all’immigrazione, quella dell’integrazione, riporto una galleria di foto a testimonianza delle diverse modalità con la quale le migliaia di immigrati si stanno inserendo in Italia: dall’ambulante, all’operaio specializzato, dal pastore al pescatore fino al cuoco del ristorante di sushi.

Una selezione di queste foto verrà esposta, insieme a quelle di altre autori, proprio a Firenze, nella sala d’Armi di Palazzo Vecchio a partire dal prossimo 21 settembre in una mostra organizzata dalla Fondazione Fratelli Alinari per la Storia della Fotografia per conto del Ministero dell’Interno.

Amo la musica e balare

Si proprio balare è stato scritto, da uno dei ragazzi, su una delle pareti esterne della lavanderia industriale gestita dalla Spazio Lavoro, una cooperativa sociale che opera oramai da molti anni per l’integrazione dei disabili in ambito lavorativo. Le foto di seguito fanno parte di un esperimento, quello di comunicare il sociale per cercare di arrivare a pubblici che poco conoscono queste realtà, esempi di successo e di integrazione.

Negli ultimi anni la comunicazione pubblica e aziendale si è evoluta velocemente adottando linguaggi e strumenti sempre più efficaci ed invasivi. Proprio questa efficacia ha sovrarappresentato queste dimensioni rendendo ancora più invisibili quelle realtà diverse per obiettivi, valori, linguaggi e persone coinvolte. L’esperimento di comunicazione sociale portato avanti insieme alla cooperativa ha utilizzato le foto quale linguaggio diretto utile a raggiungere un pubblico più vasto possibile e a restituire il clima interno alla cooperativa. Le foto sono poi state montate in un DVD, dove sono state riportate le informazioni principali e le attività della Cooperativa, che è diventato lo strumento principale da utilizzare in incontri, seminari e convegni per comunicare la Cooperativa ai diversi pubblici di riferimento.

Storie di pesca e di lavoro

Il progetto Emerlip – “Emersione del lavoro irregolare nella pesca” – nasce dall’esigenza di porre attenzione alle diverse categorie a rischio di lavoro irregolare nel settore della pesca dell’area della Sicilia sud-occidentale ed in particolare nel comprensorio di Mazara del Vallo e Sciacca. La sfida che Emerlip si è posta è di contribuire alla comprensione del fenomeno e delle sue caratteristiche all’interno del comparto e del territorio avviando un percorso di ricerca, ascolto e formazione funzionale alla definizione di politiche di intervento mirate, condivise ed efficaci.

Raramente ci si trova davanti a concetti tanto nebulosi ed articolati quanto quello dell’economia sommersa. Una complessità che gli deriva tanto dalla pluralità dei fenomeni che ne sono all’origine, quanto dagli effetti che l’irregolarità del lavoro e dell’azienda portano agli individui e all’economia territoriale.

Nel sommerso si trovano una pluralità di fattori disomogenei che è tuttavia necessario individuare e affrontare con interventi che, per essere efficaci, devono essere mirati e territorializzati. In quella che da alcuni viene definita come underground economy l’illegalità, criminale o elusiva, si combina spesso con l’ “arte di arrangiarsi”; il degrado sociale, la povertà e l’esclusione con un generale scarso senso civico; la diffusa abitudine a non rispettare le regole necessarie a garantire un’ordinata convivenza con gli eccessi di burocrazia e con radicate consuetudini sociali.

Quando poi la problematica dell’emersione incontra, come nel caso del progetto Emerlip, un settore come quello della pesca in cui alla crisi congiunturale si affianca una crisi strutturale che dura oramai da qualche anno, allora le questioni da affrontare non possono non comprendere riflessioni sull’architettura stessa del comparto, sull’esauribilità delle risorse ittiche, sulla concorrenza della grande distribuzione e ancor di più sulla competizione del mercato aperto e globale.

Non si può ignorare che un tale contesto rende sempre più drammatico il mantenimento di livelli competitivi, inducendo le imprese a contemperare strategie propulsive – quali l’innovazione, l’utilizzo di tecnologie, il rafforzamento dei marchi, l’integrazione finanziaria e logistica – con strategie difensive volte non tanto a conseguire una maggiore efficienza ed una crescente produttività, ma a ridurre il più possibile, attraverso meccanismi irregolari o elusivi, i costi inerenti alle risorse umane e alla fiscalità.

Le due principali marinerie della costa sud-occidentale, Sciacca e Mazara del Vallo, in cui il progetto Emerlip si è svolto sono estremamente diverse tra loro per tradizioni di pesca, organizzazione e problematiche. Entrambe, però, condividono il bisogno di ragionare su strategie e politiche per rivitalizzare le proprie economie tradizionali, rendere più efficienti i sistemi di controllo e acquisire un nuovo approccio di governance della filiera della pesca e del suo indotto.
Per rispondere a questo bisogno condiviso Emerlip si propone al territorio non come soluzione calata dall’alto ma come strumento, come scatola degli attrezzi al servizio degli stakeholders locali: dei singoli individui, dei decisori, dei soggetti intermedi.

Si terrà a Mazara del Vallo e a Palermo la mia mostra sul distretto della pesca locale. Le date sono 4-13 maggio a Mazara del Vallo e 25-31 maggio a Palermo. La descrizione del progetto e una selezione più ampia di foto la trovate sul sito dedicato.

Condividere la conoscenza per progettare l’innovazione

E’ stato pubblicato da Franco Angeli il libro da me curato insieme a Valentina Piersanti, Condividere la conoscenza per progettare l’innovazione.

Il dibattito, la riflessione sul territorio non possono limitarsi ad alimentare la facile contrapposizione tra la necessità di dar vita ad una nuova fase di sviluppo e l’involuzione che può mettere a rischio il benessere accumulato. E’importante, piuttosto, favorire l’individuazione di nuovi modelli interpretativi e la messa a punto di nuove metodologie per la gestione del cambiamento.

Il volume, realizzato nell’ambito del Progetto Competenze è dedicato a chi crede che sia necessario “fare rete”, confrontarsi e imparare dalle esperienze degli altri per riuscire ad innovare il territorio, l’impresa e l’amministrazione. La prima parte del libro racconta i limiti e le potenzialità dei processi d’innovazione in atto nella Pubblica Amministrazione, nelle imprese e nella cittadinanza analizzati nell’ultimo anno dalla Fondazione Censis.

La seconda parte raccoglie, invece, contributi e proposte sviluppate e convalidate a livello internazionale da ricercatori, facilitatori ed esperti. Gli strumenti presentati sono stati sperimentati in diversi contesti e sistematizzati in un modello di intervento che combina insieme azioni di analisi, informazione, formazione e progettazione partecipata il cui obiettivo è di stimolare all’interno delle economie regionali i processi di definizione delle politiche d’innovazione. Applicare sul campo un tale dispositivo ha significato individuare obiettivi di sviluppo comune, analizzare i bisogni del territorio, acquisire competenze, condividere conoscenze e risorse per progettare interventi concreti – i risultati dell’esperienza sono riportati nella terza e ultima parte della pubblicazione.

Il progetto Competenze è un’iniziativa finanziata dal Ministero del Lavoro e dal Fondo Sociale Europeo e promossa dalla Fondazione Censis, Aira, Atenea e InvestiaCatania nella provincia di Catania.

Cittadini digitali

Presentata oggi a ForumPA la terza edizione dell’indagine I cittadini digitali realizzata dal Censis e da Forumpa con il contributo di SkyTV. L’indagine mette in risalto la forte crescita nei consumi tecnologici da parte della famiglie italiane ma anche il crescente rischio di divario digitale (il cosiddetto digital divide) tra coloro che usano queste tecnologie e chi, invece, per motivi prevalentemente professionali e generazionali ne è attualmente escluso.

Questa la mia presentazione: