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Dal castello alla rete. Ovvero la Pa nell’era Facebook.

l più recente è il “caso Lazio”: a metà ottobre scorso il Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, vieta, tramite due specifiche direttive, l’accesso a Facebook e ad altri siti “non rilevanti” ai tremila dipendenti della Regione Lazio. La motivazione a sostegno della decisione è stata tanto semplice quanto disarmante: gli impiegati passano troppo tempo, in orario di lavoro, sui social media. Le reazioni sono state molteplici con l’inevitabile tendenza a posizioni manichee. D’altronde siamo sempre stati un popolo a cui piace schierarsi e contrapporsi: dai tempi storici e gloriosi degli “alfisti contro i lancisti” (mi riferisco alle automobili quando erano due marche diverse), dai sostenitori di “Coppi contro Bartali”, alle contrapposizioni meno edificanti contemporanee dei “fannullonisti contro i garantisti”. Non si cerca la dialettica, la comprensione, la contestualizzazione delle fenomenologie ma si arriva direttamente alla sintesi.

Mi ha colpito, tra gli altri, il commento di Andrea Di Maio, autorevole sostenitore dei processi di modernizzazione della pubblica amministrazione in ambito internazionale, che nel suo blog ha commentato la notizia difendendo nella sostanza la decisione perché considerata inevitabile in un contesto in cui i vertici apicali della pubblica amministrazione non sono in grado di valutare l’operato dei propri dipendenti in termini di risultati ed obiettivi. In sintesi, poiché i dirigenti non sono capaci di dirigere è meglio punire i dipendenti limitando la loro discrezionalità.

Cosa vuol dire? Che se in tutto il mondo la pubblica amministrazione sta sperimentando nuove forme organizzative, possibili proprio grazie alle tecnologie dei social media, in Italia è meglio consigliare un arroccamento che tenga buoni i fannulloni? Quale è il modello organizzativo a cui si ispira la gestione pubblica?

Parafrasando (o, meglio, stravolgendo) il titolo dello storico libro di Butera, sembra che il modello emergente da noi debba essere “Dalla Rete al Castello”, ovvero dell’isolamento dei nostri impiegati pubblici da dinamiche che, in altri Paesi, stanno avvicinando la pubblica amministrazione ai linguaggi dei cittadini e che da noi, invece, vengono considerate una minaccia per la produttività.

Ma, forse, anche il Castello rischia di non essere sufficientemente protettivo, perché se mette al riparo dalle minacce esterne, quale la Rete, rischia di non garantire il controllo sulla fuga dalle sue spesse mura verso bar e supermercati, sempre pronti ad accogliere e distogliere i moderni traditori.

Per fortuna che esistono i tornelli, che ci danno la possibilità di emanciparci verso una struttura organizzativa e di controllo ben più moderna ed efficace di quella del Castello e cioè quella del Panopticon, il carcere ideale ideato da Jeremy Bentham [ne avevo già parlato in un precedente editoriale].
Applicando il modello del Panopticon, così come ha fatto Michel Foucault nel descrivere le organizzazioni sociali moderne, alla nostra pubblica amministrazione, possiamo ottenere un formidabile controllo sull’operato dei dipendenti “modificando così indelebilmente il loro carattere”.

Ma è questo che vogliamo? Non credo proprio, così come sono convinto, al di là della provocazione, che quello descritto non sia il modello a cui vogliono ispirarsi i nostri governanti. Si tratta di prendere atto dei cambiamenti oramai inesorabili e condividere una visione comune della forma e del ruolo che dovrebbe avere una pubblica amministrazione moderna, individuando e rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

Mind the gap! quindi, come abbiamo detto nello scorso editoriale, se vogliamo non inciampare proprio appena prima che il treno parta.

Mind the gap! nel campo dei social media, dove ci piacerebbe vedere una pubblica amministrazione che incentivi i propri dipendenti a usare Facebook per raggiungere il pubblico a cui si riferisce e a offrire servizi integrati nei social media, come sta avvenendo nella gran parte degli altri Paesi avanzati.

Mind the gap! nel campo dei dati pubblici, per una pubblica amministrazione che stimoli l’iniziativa privata (profit o non profit che sia) nella produzione di servizi ai cittadini e alle imprese mettendo a disposizione i propri dati. Una pubblica amministrazione che sposi, quindi, i principi dell’open government promuovendo trasparenza, collaborazione e partecipazione.

Mind the gap! nel campo della ricerca e del trasferimento tecnologico, per un sistema che consideri l’innovazione come fattore determinante per la crescita e lo sviluppo e che favorisca la nascita di imprese innovative.

Mind the gap! nei rapporti con i cittadini, per un pubblica amministrazione che consideri la partecipazione civica elemento imprescindibile nella creazione di valore pubblico.

Mind the gap!, infine, nel campo della gestione delle risorse umane dove la cultura, appunto, del controllo deve finalmente lasciare lo spazio al merito e alla valutazione, alla responsabilità, alla condivisone di obiettivi, alla verifica dei risultati. A tale fine il quadro legislativo, almeno quello nazionale, è completo. Manca però la prassi e spesso manca la coerenza interna.
La cultura della valutazione non può essere assunta a metà, magari solo nel giorno in cui si dovranno distinguere i livelli di performance: essa deve essere pervasiva e quindi deve dettare tutti i comportamenti organizzativi. In questo senso sia i tornelli fisici, che prima citavamo “quia absurdum”, sia i tornelli virtuali, che limitano gli accessi ad Internet, non possono che essere false scorciatoie, in realtà deviazioni fuorvianti, rispetto al compito di orientare tutta la gestione e lo sviluppo delle risorse umane ad un corretto ciclo della performance e, quindi, ad una reale e coraggiosa azione di valutazione dei risultati in termini di output (efficienza), ma anche di outcome (efficacia).
Dalla dirigenza apicale, specie se politica, non vorremmo mai aspettarci soluzioni semplicistiche né porte sbarrate. Vorremmo invece sentir dire ai lavoratori pubblici: “impegnatevi nell’usare intelligentemente e creativamente tutti i mezzi che la tecnologia vi mette a disposizione, così come noi ci impegneremo a valutare senza pregiudizi i vostri risultati”.

Potremmo andare ancora avanti ma qui ci preme mettere in evidenza solo gli argomenti principali della prossima edizione della Manifestazione che, insieme a voi, cercheremo di trattare e di approfondire con la speranza di sostenere il cambiamento di questa pubblica amministrazione dalla forma del Castello a quella della Rete.

MiaPA

Di MiaPA abbiamo parlato ampiamente, qui di seguiro le slides di presentazione dell’iniziativa

 

Gov. 2.0, facciamo il punto

Il vantaggio per un paese come il nostro che sui temi dell’innovazione insegue, un po’ arrancando, gli altri è che ha la possibilità di arrivare sulle cose quando in altri paesi già si fanno bilanci. E così, mentre in Italia stanno arrivando i primi evangelisti dell’open government, proliferano i post e si rivendicano improbabili primogeniture sui temi emergenti, negli Stati Uniti è tempo di fare il punto sulle cose fatte. Approfitto allora di due eventi recenti per cercare di interpretare lo stato dell’arte. Il primo è il Gov 2.0 summit che si è tenuto a Washington il 7 e l’8 settembre che ho seguito a distanza grazie alla ricchezza dei materiali resi disponibili on line; il secondo, che si è tenuto a Roma il 10 settembre, presso l’Ambasciata degli Stati Uniti, a cui ho invece avuto la possibilità di partecipare direttamente ha registrato la testimonianza, in videoconferenza con gli Stati Uniti, di Stacy Donohue, Clay Johnson e Noel Dickover.

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E-government, indietro tutta

La presentazione dei risultati dell’Egovernment Report ci da l’occasione per riflettere sull’andamento del processo di digitalizzazione della nostra Pubblica Amministrazione. Come è noto il rapporto – curato da Capgemini, dall’istituto di ricerca Rand Europe, dal gruppo di analisi IDC e dal Danish Technological Institute (DTI), per conto dell’European Commission Directorate General for Information Society and Media – è un benchmark in merito ai servizi pubblici on-line erogati dai principali Paesi europei che ha raggiunto la sua ottava edizione e rappresenta quindi un formidabile strumento di analisi delle politiche nei diversi paesi europei.

I risultati complessivi, descritti in circa 180 pagine, purtroppo non fanno che confermare le tendenze già in atto da diversi anni e da noi più volte commentate[1]: la prima fase dell’e-government, inteso quale processo di informatizzazione incentrato prevalentemente sulle strutture e sui processi esistenti, è da considerarsi conclusa con diversi risultati raggiunti, molte aspettative tradite e svariati obiettivi mancati (come, per fare un esempio, quello individuato dalla Dichiarazione Ministeriale di Manchester del 24 novembre del 2005 che prevedeva entro l’anno 2010 la disponibilità on line di tutti gli appalti pubblici dei paesi membri).

Una fase improntata prevalentemente su una logica autoreferenziale e in cui l’utente, come purtroppo già scrivemmo due anni fa, svolge un ruolo marginale: neanche il 50% dei siti europei analizzati soddisfa i criteri individuati di usabilità, il 54% supera l’esame di accessibilità e “nemmeno un terzo dei siti web governativi può essere valutato e commentato dall’utente”. Risultati, questi, decisamente migliori di quelli registrati due anni fa ma ancora lontanissimi da quelle che sono anche le più tiepide aspettative di una società della conoscenza per tutti, nessuno escluso.

In un contesto complessivamente deludente l’Italia non figura essere la prima della classe, tutt’altro. In merito alla maturità e alla completezza dei venti principali servizi di e-government individuati siamo al 18° posto con un valore inferiore anche alla media dei 31 paesi analizzati. Un dato che peggiora se si prendono in considerazione i servizi con il massimo livello di sofisticazione: diventiamo ventesimi e raggiungiamo la media europea di due anni fa (ben lontana da quella di quest’anno).

Risultati analoghi li otteniamo rispetto alle altre dimensioni analizzate dove è impossibile trovare l’Italia ai primi posti delle classifiche stilate. Ma non è questo il punto. Abbiamo detto che il rapporto analizza, con metodo e rigore, una fase che oramai dobbiamo necessariamente considerare esaurita per mancanza di risorse e perché non risponde più alle necessità crescenti delle famiglie e delle imprese. Si tratta allora di guardare avanti e capire come, in un contesto radicalmente cambiato, rendere più efficienti e significativi gli investimenti per la Pubblica Amministrazione digitale. Lo stesso Rapporto indica che “la sfida del futuro sarà modificare la forma mentis delle amministrazioni e cambiare il modello di erogazione dei servizi pubblici, affinché sia in grado di coinvolgere chiaramente il cliente in tutti gli aspetti del processo”.

Un cambiamento culturale che anche noi recentemente abbiamo auspicato e di cui in molti altri paesi si intravedono i caratteri distintivi tramite progetti basati sulla centralità dei cittadini e delle imprese e dove l’amministrazione e la società civile sono partner nel processo di creazione di valore pubblico. Dobbiamo recuperare e recuperare in fretta elaborando anche in Italia una visione condivisa di obiettivi e strumenti per completare il processo di digitalizzazione della nostra pubblica amministrazione. Non si tratta semplicemente di scalare le classifiche dei più bravi ma di garantire un futuro per questo paese.


[1] Confronta: La sfida dell’utente, FORUM PA NET di giovedì 17 gennaio 2008; La prematura fine delle città digitali, FORUM PA del 30 gennaio 2008;
(*) Confronta anche L’innovazione necessaria di Carlo Mochi Sismondi e Il governo della peer administration di Daniela Pillittu.

Cosa si intende per gov 2.0

Breve ma efficace presentazione dei principi del gov 2.0 da parte della Sunlight Foundation.

Amministrare 2.0: il Manifesto

Un’amministrazione 2.0 è un’amministrazione che si mette dalla parte dei cittadini e che con i cittadini stabilisce una relazione bidirezionale, perché è consapevole che nessuno meglio di loro può valutare servizi e progetti, segnalare eventuali criticità, manifestare esigenze e bisogni e fare proposte per soddisfarli. Ma c’è di più: è un’amministrazione che sceglie di improntare tutti i suoi processi, anche quelli interni, sui principi della condivisione e della collaborazione, di sfruttare l’intelligenza collettiva coinvolgendo le risorse a sua disposizione per migliorare la gestione interna e l’efficienza dei servizi offerti. E, infine, è un’amministrazione che sceglie di fare tutto questo sfruttando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dagli strumenti del web 2.0 e mettendoli al servizio di un nuovo approccio nei rapporti con il cittadino.

E’ questa la premessa che presenta il Manifesto Amministrare 2.0, un documento in progress che diversi attori o network quali FORUMPA, Formez, il Comune di Venezia, il Club di Amministrare 2.0, Artea Studio e Innovatori PA stanno promuovendo con lo scopo di proporre una visione condivisa per favorire la modernizzazione della PA digitale.

A fronte di una situazione di stallo del processo di telematizzazione della PA, si legge nel documento, ci sono però degli enti locali che hanno continuato a sperimentare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie al fine di migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini e favorire la loro partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Sono le amministrazioni locali che hanno promosso una telematica pubblica di secondo livello improntata su una logica relazionale e partecipativa, che hanno approfondito e applicato gli strumenti del Web 2.0, che hanno rimesso i cittadini al centro del processo di sviluppo della PA digitale. Sono un numero ridotto gli enti che si sono avventurati in questa direzione ma rappresentano una minoranza le cui esperienze possono rappresentare uno stimolo per riavviare l’intero settore. Queste amministrazioni hanno spesso implementato anche strumenti di partecipazione e di collaborazione interattivi all’interno delle stesse organizzazioni, permettendo così la diffusione e l’arricchimento dei saperi già presenti nelle risorse umane impiegate, ma che in molti casi restano inespressi.

Da qui nasce l’idea di un’iniziativa, il Manifesto Amministrare 2.0, in grado di valorizzare l’esperienze già realizzate arrichendole dei contributi di coloro che a diverso titolo sono interessati alla diffusione di una moderna PA digitale. Il processo di elaborazione del Manifesto ha già registrato momenti importanti di lavoro e di condivisione di idee e proposte: lo scorso 6 febbraio a Venezia nel corso della prima riunione con alcune amministrazioni locali (Venezia, Monza, Parma, Reggio Emilia, Trieste e Udine) è scaturito un programma di lavoro che poi è stato ripreso e approfondito nell’ambito di un incontro organizzato all’interno dell’ultimo FORUM PA e a cui hanno partecipato circa 70 persone tra esperti, amministratori pubblici e aziende. Sia gli incontri sia la collaborazione on line sono gestiti seguendo una metodologia per favorire la più ampia partecipazione nell’elaborazione del Manifesto.

Il prossimo appuntamento di lavoro di elaborazione del Manifesto è il VeneziaCamp2009 che si terrà nei giorni 23, 24 e 25 ottobre dove è stata prevista un’apposita sezione dedicata alla presentazione e all’elaborazione del Manifesto mentre per coloro che non potranno venire il wiki sarà lo spazio di riferimento per aggiornarsi . Per partecipare all’evento è necessaria la registrazione gratutita.

Per riprendere i ragionamenti su Amministrare 2.0 e la cittadinanza digitale

La migliore occasione è il prossimo Barcamp organizzato a Venezia per il 23-24-25 ottobre. Tre giorni densi di appuntamenti e di incontri  e momento ideale per riprendere i ragionamenti avviati all’ultimo FORUM PA.

A Venezia, infatti, porteremo il documento di sintesi (verso il Manifesto?) elaborato proprio a seguito degli incontri di Maggio così da arricchirlo con nuove idee e contributi in una logica di lavoro sempre in progress.