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ICity rate: a Bologna premiate le città italiane più smart

ICity Lab – dove la I evoca Innovazione, Inclusione, Interazione, Intelligenza – è una iniziativa di FORUM PA che vuole essere di supporto a tutti coloro che operano ai diversi livelli per migliorare le nostre città, ma è anche uno stimolo a impegnarsi sempre di più nei diversi ambiti che caratterizzano una città intelligente. Per questo motivo, oltre a produrre materiali di lavoro e di ricerca, FORUM PA – in occasione dell’apertura della manifestazione Smart City Exhibition il 29 ottobre a Bologna – presenterà i risultati di ICity Rate, la classifica delle città intelligenti italiane. I capoluoghi di provincia italiani sono stati messi a confronto sulla base di oltre cento indicatori riferiti alle dimensioni della governance della città, dell’economia, della mobilità, dell’ambiente, del capitale sociale e della qualità dei servizi che hanno poi permesso di arrivare alla classifica finale.

L’idea di Città Intelligente alla base del rating, quindi, è quella di una città inclusiva e competitiva ben descritta dalla parole del ministro Francesco Profumo: “Al centro della sfida vi è la costruzione di un nuovo genere di bene comune, una grande infrastruttura tecnologica e immateriale che faccia dialogare persone e oggetti, integrando informazioni e generando intelligenza, producendo inclusione e migliorando il nostro vivere quotidiano”.

Il tema della Smart City sarà al centro dei tre giorni di Smart City Exhibition, la manifestazione frutto della partnership tra FORUM PA e Bologna Fiere che darà vita a tre giorni di intenso lavoro presso la Fiera di Bologna il 29/30/31 Ottobre. L’iniziativa si pone come momento centrale nel trend che vede ormai la politica per le città intelligenti come una priorità europea e nazionale.

Le grandi opportunità date dai fondi comunitari e dai bandi nazionali sulle smart city e smart community rendono infatti sempre più necessario, per non essere sprecate, un momento “fondativo” di riflessione e di incontro tra i protagonisti per utilizzare al meglio questa grande occasione di innovazione, costruendo politiche sostenibili, lungimiranti ed effettivamente utili a rispondere ai crescenti e multiformi bisogni che, in questo momento di crisi, esprimono i cittadini.

La manifestazione propone una visione completamente nuova del concetto di città, intesa come insieme di flussi informativi e reti di relazioni e comunicazioni, fisiche e digitali, caratterizzate dalla capacità di creare capitale sociale, benessere per le persone, migliore qualità della vita.

Altrettanto nuova è la sua formula, centrata su momenti partecipativi e qualificati di lavoro collaborativo, sulla presentazione di grandi scenari internazionali, sulla costruzione di nuova cultura condivisa che aiuti a trasformare in Progetto-Paese una serie di iniziative ancora allo stato nascente e non sempre coordinate tra loro.

Gli obiettivi principali di SMART City Exhibition sono, in sintesi:

  • Elaborare in forma collaborativa una definizione condivisa di smart city, ossia mettere in luce i passaggi fondamentali per un approccio strategico e olistico; individuare le politiche settoriali, i nessi tra loro e i percorsi per realizzarle; chiarire il ruolo della tecnologia nei suoi tre livelli: quello della piattaforma di rete, quello degli applicativi verticali (scuola, sanità, welfare, ambiente, energia, mobilità, ecc.), quello delle periferiche, della sensoristica, dei device.
  • Proporre momenti di sensibilizzazione e di formazione per la classe dirigente politica ed amministrativa sul tema delle nuove città.
  • Individuare e divulgare le migliori esperienze italiane e internazionali e identificarne i modelli.
  • Costruire un set di documentazione sui singoli aspetti della smart city che possa costituire una cultura condivisa con il Governo, le città e le imprese e che sia la base su cui costruire le politiche future delle città intelligenti.
  • Confrontarsi sui nuovi modelli di procurement e di partnership pubblico-privata che rendano possibile investimenti lungimiranti per migliorare la qualità del vivere urbano.
  • Offrire ai cittadini e all’opinione pubblica un resoconto puntuale e indipendente sullo stato dell’arte dell’innovazione nelle città, con particolare attenzione alla accountability.

Nasce datagov.it

Nasce oggi datagov.it un’iniziativa mirata a sostenere la difffusione della cultura e delle pratiche dell’open government in Italia. Nasce, come gran parte delle iniziative innovative, dal basso, da un gruppo di cittadini, riuniti nell’Associazione Italiana per l’Open Government, “impegnati quotidianamente, con diverse modalità e professionalità, a promuovere l’innovazione all’interno del Paese e in particolar modo della Pubblica Amministrazione in tutte le sue dimensioni centrali e territoriali.”

La prima iniziativa con la quale l’Associazione si presenta è la realizzazione del Manifesto per l’Open Government quale strumento di stimolo per la diffusione, in Italia,  di una cultura della partecipazione.

Qui   la versione completa del Manifesto:

Il cittadino al centro

In termini programmatici è difficile trovare qualche amministratore pubblico che non metta al centro del proprio operato i cittadini a cui si dovrebbe riferire. In termini pratici, lo scollamento tra azione pubblica e popolazione amministrata è sempre più ampio. Anche la “speranza tecnologica” sembra tradita. Negli ultimi venti anni, infatti, in modo ricorrente, ci siamo appellati al presunto potere taumaturgico delle nuove tecnologie confondendo il fine con il mezzo, pensando che l’innovazione potesse essere relegata agli uffici dei sistemi informativi piuttosto che promossa e sostenuta dalle giunte politiche e dai decisori pubblici. E i risultati sono quelli che tutti possiamo vedere: la tecnologia, in Italia, non ha avvicinato in modo sostanziale i cittadini ai loro governanti, non ha sviluppato una nuova dimensione di cittadinanza (quella digitale), non ha arricchito le dinamiche della convivenza civile.

Questo risulta ancora più evidente se ci confrontiamo con quello che sta accadendo, invece, soprattutto in alcuni paesi di cultura anglosassone quali gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Australia. Perché, allora, in altri paesi la tecnologia è riuscita a promuovere l’innovazione quando in Italia, invece, ci troviamo davanti ad una rivoluzione incompiuta? Perché quei paesi non cadono nella trappola del determinismo tecnologico per cui è la tecnologia a indurre il cambiamento sociale ma esattamente il contrario: è l’innovazione sociale, politica e culturale che usa la tecnologia per meglio sostenere il cambiamento.

Tornando al coinvolgimento dei cittadini, sono paesi con una profonda tradizione di ascolto, di coinvolgimento del pubblico nella gestione della cosa pubblica basata su principi, regolamenti e metodologie concrete che, nel loro insieme, hanno contribuito a creare una solida cultura partecipativa.

Articolo completo

 

 

Innovare con chi?

Riporto di seguito la lettera che Ferruccio de Bortoli ha rivolto, sulle pagine del Corriere della Sera, ai propri colleghi. E’ decisamente interessante per capire quali siano le resistenze organizzative che spesso frenano l’introduzione dell’innovazione in Italia. Spesso chi parla di innovazione trascura il contesto in cui il cambiamento dovrebbe avvenire. E questo vale sia per il settore pubblico sia per il settore privato. Alcuni passaggi della lettera risultano incredibili (il sottolineato è mio) e mettono in evidenza come una riflessione sui temi dell’innovazione non posso essere confinata solo tra gli addetti ai lavori ma debba coinvolgere i diversi attori del sistema economico italiano.

Cari colleghi
Questa lettera vi complicherà la vita. Ma la discussione che ne scaturirà ci permetterà di investire meglio nel nostro futuro di giornalisti del Corriere della Sera. E costituirà uno spunto importante per una discussione di carattere generale che la nostra categoria non può rinviare all’infinito. Di che cosa si tratta? In sintesi vi potrei dire: investiamo di più nel giornale e nella qualità, ritorniamo a dare spazio ai giovani, ma ricontrattiamo quelle regole, in qualche caso autentici privilegi, che la multimedialità (e il buon senso) hanno reso obsolete. Con molta fatica, grazie soprattutto al vostro senso di responsabilità, stiamo completando una ristrutturazione dolorosa ma necessaria che non ha messo però in cassa integrazione diretta alcun collega, com’è avvenuto in tutte le altre testate.

Ora si apre una fase diversa, ugualmente impegnativa. Non mi nascondo le difficoltà. Il periodo che attraversiamo è difficile, in tutti i sensi. L’editore è chiamato a investire sul giornale, e sull’intero sistema di diffusione dei suoi contenuti, con una rinnovata attenzione alla qualità e alla promozione di talenti giovani e multimediali. Noi lo incalzeremo con il necessario puntiglio. Parte non secondaria dei risparmi, resi possibili dalla ristrutturazione, deve andare ad accrescere la capacità di penetrazione del giornale nelle diverse aree di diffusione, rafforzandone l’autorevolezza e l’indipendenza, anche con nuovi prodotti allegati. Nell’aggiornamento al piano editoriale sono contenute diverse proposte: dal rafforzamento del fascicolo nazionale a nuove cronache locali, dal nuovo inserto culturale della domenica alle iniziative sul web e sulla tv, all’assunzione di dieci giovani all’anno, attraverso la Rete e la selezione dagli stage universitari. Ne discuteremo a tempo debito. Questa condizione è, per chi vi scrive, irrinunciabile e pregiudiziale a ogni altro sviluppo editoriale, e al proseguimento di ogni forma personale di collaborazione.

Ma vi è una seconda condizione che, con sincerità forse un po’ brutale, io pongo alla vostra attenzione. In questi mesi abbiamo compiuto significativi passi avanti nell’arricchire la nostra informazione, non solo sulla carta, ma anche e in particolar modo sul web. Sono state lanciate nuove iniziative. Edizioni del giornale sono disponibili, per la prima volta anche a pagamento, su Iphone e smartphone. A due mesi dal lancio degli abbonamenti al giornale su Ipad, abbiamo già toccato la soglia delle settemila adesioni, la metà delle quali per un periodo di sei mesi o un anno. Gli streaming di Corriere tv sono ormai largamente superiori a molti, e importanti, canali televisivi. L’industria alla quale apparteniamo e la nostra professione stanno cambiando con velocità impressionante. In profondità. Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l’insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso. Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell’era del piombo e nella preistoria della prima repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili sulle nostre ignare teste.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro.

L’elenco, cari colleghi, potrebbe continuare. E’ un elenco amaro, ma sono costretto a farlo perché, continuando così, non c’è più futuro per la nostra professione. E, infatti, vi sfido a contare in quanti casi sulla Rete è applicato il contratto di giornalista professionista. Tutto ciò deve farci riflettere. Seriamente. Sediamoci attorno a un tavolo, chiedendo all’azienda di assumersi le proprie responsabilità, per stringere un nuovo patto interno all’altezza delle nostre sfide professionali ed editoriali. Ma una cosa deve essere chiara fin dall’inizio. Se non vi sarà accordo, i patti integrativi verranno denunciati, con il mio assenso. Sono convinto che avremo modo di riflettere su questa mia proposta, insieme ai colleghi dell’intera redazione, e di convenire su tutto ciò che è necessario fare per non ipotecare ancora di più il nostro già incerto futuro.

Ferruccio de Bortoli
30 settembre 2010(ultima modifica: 02 ottobre 2010)

Riusciremo mai ad andare sulla Luna?

È evidente, purtroppo, l’incapacità dimostrata nel nostro paese nel gestire i progetti complessi che la sfida della modernità ci sottopone. Ne abbiamo parlato recentemente in merito al dibattito  scaturito sulla nostra Protezione Civile: tutto si trasforma in emergenza e viene gestito con procedure straordinarie al di fuori delle prassi amministrative.

Ma perché avviene questo? E, soprattutto, allo stato attuale siamo in grado, parafrasando il titolo dell’ultimo  libro di  William D. Eggers[1], di mandare un uomo sulla luna? E cioè di impegnarci su nuovi grandi progetti, di reintrodurre tecnologie complesse (quali la produzione di energia nucleare come in molti, forse inopportunamente, richiedono), di sostenere il dovuto e necessario processo di modernizzazione della pubblica amministrazione, così da renderla sempre più efficiente nei confronti dei bisogni delle imprese e dei cittadini? Probabilmente, no.

Negli altri paesi, a fronte delle sfide della complessità, la pubblica amministrazione sta cercando nuove forme organizzative che, di fatto, sanciscono il passaggio da una logica di service provider ad una di service facilitator. Per gestire un progetto complesso – come è stato appunto, storicamente, lo sbarco sulla luna, ma come è, ai tempi attuali, la gestione di un’emergenza, la realizzazione di una grande opera, l’organizzazione di un grande evento o anche, più semplicemente, la realizzazione di nuovi servizi – la pubblica amministrazione ha necessariamente bisogno di coinvolgere soggetti esterni, come fornitori, sponsor, enti del non profit, partner, cittadini interessati.

Si tratta, quindi, di “governare la rete”[2] dei diversi soggetti coinvolti, sviluppando un nuovo modello operativo basato:

  • sugli obiettivi da raggiungere piuttosto che sulle procedere;
  • sulla crescita di nuove competenze interne, soprattutto inerenti al project management (come scrive Eggers, si tratta di effettuare la transizione da “rematori” a “timonieri”);
  • sulla partecipazione civica alla creazione di valore pubblico[3] .

Proviamo a fare un esempio concreto con un settore a noi caro e di cui spesso abbiamo parlato in questa sede; un settore che non ha la complessità di un’impresa spaziale o del ponte sullo stretto, ma che impatta sulla qualità dei servizi pubblici offerti alle famiglie e alle imprese: quello della telematica pubblica.

I primi servizi on line della pubblica amministrazione sono scaturiti come emanazione diretta della logica burocratica e gerarchizzata. Utilizzando le proprie competenze interne, gran parte delle pubbliche amministrazioni ha riprodotto on line le proprie funzioni amministrative migliorando, di fatto, la comunicazione con i cittadini ma creando pochissimo valore pubblico nei servizi offerti. Successivamente, la logica gerarchizzata è stata in gran parte abbandonata a favore di una soluzione “esternalizzata”, che ha portato molti enti a bandire gare pubbliche (spesso anche di cospicuo valore economico) per appaltare all’esterno, a soggetti privati, lo sviluppo dei propri siti. Il risultato è noto a tutti: se in alcuni casi questa è stata l’occasione per raggiungere livelli di eccellenza, in molti altri il ricorso a contractors esterni non ha portato ai risultati sperati e molti soldi pubblici sono stati buttati in realizzazioni nate sbagliate o già vecchie.

La complessità sempre crescente delle tecnologie telematiche, i ritmi della loro obsolescenza, la crescente domanda di trasparenza ed efficienza da parte delle famiglie e delle imprese, le risorse pubbliche sempre più limitate non riescono a trovare risposte in questo modello di amministrazione esternalizzata. Ed è proprio partendo da qui, dall’esigenza di sbloccare questa situazione di stallo, che si potrebbe cominciare ad applicare un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica verticale di gestione dei servizi pubblici a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune.

Partendo da un tema emergente e centrale come quello della trasparenza dell’azione pubblica, si tratta quindi di sovvertire l’approccio attuale basato sulle procedure a favore di un approccio basato sul raggiungimento dell’obiettivo, coinvolgendo i diversi attori e utilizzando gli strumenti a disposizione. È quello che sta accadendo in molte amministrazioni fuori dall’Italia, dove l’obiettivo dell’Open Government sta scardinando prassi e procedure consolidate a favore di un nuovo modo di gestire la cosa pubblica.

Non si può pensare di cambiare da un giorno all’altro la logica burocratica che appesantisce la nostra pubblica amministrazione, ma si può e si deve pensare, invece, a fare laboratorio di nuovi possibili modi di agire del settore pubblico. È proprio partendo da questi presupposti che al prossimo FORUM PA di maggio continueremo a dare ampio spazio ai temi legati all’Amministrare 2.0. Uno specifico zoom tematico metterà in evidenza le soluzioni e le sperimentazioni in essere, mentre la sezione convegnistica ospiterà momenti di approfondimento e di confronto tra i diversi attori coinvolti. È il caso del 2° incontro nazionale di InnovatoriPA nel quale, tramite la formula del barcamp, si approfondiranno i temi dell’open data, dell’open government, del marketplace delle applicazioni pubbliche, delle linee guida sui siti istituzionali e di rapporti tra social network e PA. E ancora, del seminario gestito da David Osimo su quali prospettive per il “government 2.0” e del laboratorio di Amministrare 2.0, solo per citare alcuni appuntamenti.

Probabilmente non riusciremo ad andare sulla luna, ma a dare un piccolo contributo per svecchiare questa pubblica amministrazione forse sì.


[1]William D. Eggers, If We Can Put a Man on the Moon. Getting Big Things Done in Government, Harvard Business School Press, 2009
[2] William D. Eggers, Stephen Goldsmith, Renato Brunetta (Prefazione), Governare con la rete. Per un nuovo modello di Pubblica Amministrazione, IBL Libri, 2010

Il bisogno di un nuovo paradigma per modernizzare la PA

Mi ricordo ancora, dopo tanti anni passati dal periodo universitario, l’esempio che Domenico De Masi faceva spesso dalla cattedra per descrivere sinteticamente il passaggio da una società industriale, prevalentemente orientata alla produzione di beni, alla società post-industriale o della conoscenza prevalentemente improntata sulla produzione di servizi basati sulla conoscenza e sulla centralità del sapere teorico .

Al di là degli indicatori di natura economica e sociale che descrivono il fenomeno, e della descrizione del cambiamento dei modi di produzione che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, De Masi metteva in evidenza il mutamento di paradigma alla base del cambiamento. Nella società industriale gli obiettivi sono determinati dai mezzi tecnici a disposizione, nella società post-industriale vengono prioritariamente definiti gli obiettivi e poi si cercano, si creano o si sviluppano gli strumenti più adatti per raggiungere tali obiettivi. Esempio più pertinente è lo sbarco sulla Luna. Gli Stati Uniti non avevano la tecnologia matura per poter programmare un’impresa di quel tipo ma per ragioni politiche decisero che quello doveva essere un obiettivo prioritario poi raggiunto grazie alle tecnologie e alle competenze sviluppate di proposito.

Perché questo riferimento? Perché credo che un cambiamento di prospettiva di questo tipo debba essere introdotto anche in quei settori, quale la Pubblica Amministrazione italiana, in cui assistiamo ancora a forti ritardi strutturali come conseguenza della mancanza di chiare linee strategiche.

Non sono le singole soluzioni tecnologiche, siano essi gli strumenti del web 2.0 o la recente  PEC, a dover orientare le scelte e definire gli obiettivi ma esattamente il contrario. C’è bisogno di un cambiamento di paradigma che definisca obiettivi chiari e condivisi che poi le tecnologie disponibili o da sviluppare siano in grado di raggiungere.

C’è bisogno che avvenga in Italia quello che sta avvenendo nella pubblica Amministrazione degli Stati Uniti. Il primo atto in assoluto che Barack Obama ha firmato in quanto Presidente è stato il documento Transparency and Open Government,  un testo di appena una pagina in cui però vengono definiti come strategici per il paese tre principi guida: il governo deve essere trasparente, partecipativo e collaborativo. Nel documento non si fa riferimento, se non per inciso, alla tecnologia, piuttosto vengono individuati e descritti con puntualità gli uffici preposti e i responsabili del raggiungimento di questo obiettivo.

E’ bastata una dichiarazione chiara, forte e, soprattutto, credibile per far si che in pochi mesi si attivasse da parte di soggetti pubblici e privati un’immediata risposta di soluzioni ed iniziative.

La prima risposta è stata il portale data.gov il cui obiettivo è di mettere a disposizione del pubblico, in un formato standard che ne permetta l’ulteriore elaborazione, i dati prodotti della pubblica amministrazione. Un primo passo apparentemente semplice ma che in realtà potrebbe risultare strategico nel processo di modernizzazione in atto e che ha sviluppato già un’interessante dibattito a proposito. Il principio ispiratore che ne è alla base parte dal presupposto che spesso è inutile e costoso che i governi, sia centrali sia locali, si impegnino a sviluppare interfacce e soluzioni finali di servizi al cittadino quando sarebbe molto più utile concentrarsi, appunto, sulla definizione di standard e di infrastrutture per rendere i dati pubblici disponibili e riutilizzabili. Saranno poi altri soggetti pubblici, privati o di associazioni non profit a sviluppare soluzioni e servizi in grado di soddisfare le svariate esigenze del pubblico.

La seconda risposta ai principi ispiratori di Obama è stato il portale apps.gov dove le pubbliche amministrazioni possono comprare applicazioni software certificate e approvate dal governo centrale. Anche qui il principio inspiratore è molto semplice: le pubbliche amministrazioni hanno bisogni di soluzioni tecnologiche molti simili tra di loro relative alla gestione interna o all’erogazione di servizi al pubblico. Nella maggior parte dei casi provvedono a queste esigenze dotandosi ciascuna di infrastrutture tecnologiche e di software appropriati. Il portale apps.gov offre invece una biblioteca di soluzioni, gratuite o a prezzi ridotti, che le singole pubbliche amministrazioni possono direttamente utilizzare senza dover installare specifici software sui proprio computer o sui propri server. L’applicativo per gestire le buste paghe, tanto per fare un esempio, non viene comprato ma usato accedendovi  tramite internet (una soluzione che tecnicamente viene chiamata del cloud computing).  I vantaggi sono immediati soprattutto per le pubbliche amministrazioni più piccole: significa risparmio nella scelta delle soluzioni da adottare, nel loro acquisto e nella loro manutenzione.

L’ultima risposta (per ora) è arrivata ieri con la presentazione del Federal Register 2.0, che mette on line e accessibili al pubblico tutti gli atti amministrativi dei governi federali (dalle leggi, alle proposte di legge, di regolamento, etc.) garantendo insieme maggiore trasparenza e anche maggiore partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica potendo intervenire direttamente sulle procedure in atto.

Se torniamo alla situazione italiana ci rendiamo che, invece, sono ancora imperanti logiche “industriali” basate su grandi appalti per soluzioni tecnologiche (il caso indecoroso del portale italia.it non sembra purtroppo aver insegnato molto) o su iniziative che rischiano di essere solo di facciata (la pubblicazione on line  dei dati relativi ai dirigenti pubblici ai sensi dell’art. 21, della Legge 69/09 risponde sì a principi di trasparenza ma applicandoli con modalità perlomeno arcaiche visto che i dati vengono forniti in pdf e quindi in un formato che non permette elaborazioni e confronti).

Abbiamo bisogno di varcare anche noi la soglia del nuovo secolo ma non pensiamo di poterlo fare ricorrendo alle nuove tecnologie. Serve un cambiamento di paradigma e servono idee forti, chiare e, soprattutto, credibili.

Italia digitale 2.0

On line i videoatti del convegno che si è tenuto oggi a Milano: I servizi Innovativi per il rilancio dell’economia. Presentazione dell’osservatorio Italia Digitale 2.0.

Novità in vista? Purtroppo non sembrerebbe proprio.