Archive | luglio 2011

I contest nella PA, scorciatoia o nuovo strumento di partecipazione?

C’è un nuovo termine che si sta diffondendo in modo virale tra le pubbliche amministrazioni di tutto il mondo: contest. Wikipedia così descrive il termine: un evento in cui due o più individui o team partecipano in competizione l’uno con l’altro, spesso per un premio o per un incentivo. Una semplice gara? Sì ma, per modalità di partecipazione e obiettivi, anche qualcosa di più. Tramite i contest le amministrazioni si rivolgono all’”intelligenza collettiva”, come direbbe Lévy, per coinvolgere il pubblico nella definizione di idee, di soluzioni e di proposte per meglio governare la cosa pubblica. Vediamo insieme alcune iniziative.

Le prime organizzazioni a ricorrere al meccanismo del contest sono state, come a volte accade, le aziende private. E cosi Salesforce, azienda che offre servizi di cloud computing, ha lanciato il portale IdeaExchange, una piattaforma tramite la quale i consumatori possono suggerire nuovi prodotti o miglioramenti dei servizi esistenti e interagire con l’azienda e con gli altri clienti. Un’esperienza simile l’ha lanciata Dell Computers con il suo Ideastorm, attraverso cui gli utenti possono partecipare allo sviluppo di nuovi modelli pubblicando idee e suggerimenti.

Ma, come dicevamo, anche la Pubblica Amministrazione ha ben presto fatto proprio il metodo, dando vita ad un ricco patrimonio di iniziative. Tra i primi, il governo del Stati Uniti. Nel 2009, all’indomani della nota iniziativa del presidente Obama “Memorandum on Transparency and Open Government” per un governo più trasparente, partecipativo e collaborativo, il contest fu l’occasione per raccogliere idee e suggerimenti da parte dei cittadini tutti. Proprio grazie al successo dell’iniziativa, al primo contest ne sono seguiti degli altri. E così con Openostop il Governo ha raccolto idee per realizzare l’Open Government Plan. Con l’iniziativa SAVE (Securing Americans’ Value and Efficiency) il Governo si è invece rivolto ai dipendenti pubblici per raccogliere idee per favorire il risparmio nella spesa pubblica e migliorare l’efficienza. Il ricorso alla raccolta di idee viene utilizzato anche per arricchire il dibattito su temi ed iniziative specifiche. E’ il caso di Broadband.gov, usato dal Governo degli Stati Uniti per sostenere un approccio partecipato alla realizzazione del piano di sviluppo della banda larga del Paese, così come di GrassRoots, lanciato con l’obiettivo di raccogliere suggerimenti per la realizzazione della Green Agenda.

Lo strumento dei contest trova applicazione, anzi forse è la dimensione più propria, anche a livello urbano. La città di New York, non a caso da quando Goldsmith ne è diventato il vicesindaco, ha lanciato diversi contest pubblici. Ce ne siamo più volte occupati sul nostro portale. Cito, tra le diverse iniziative, Change By Us e Simplicity Idea Market, particolarmente interessanti per i metodi adottati e per gli obiettivi prefissati. Degna di nota anche l’iniziativa della più piccola città di Austin che con Open Austin si rivolge ai cittadini per raccogliere idee per migliorare il proprio sito internet risparmiando anche sui costi.

Ma non solo gli Stati Uniti si stanno muovendo in questo campo. Il governo della Repubblica Ceca ha addirittura redatto un manuale (in inglese) dal titolo “How to organize a best public partecipation project contest for public”.

E in Italia? Non ci crederete, ma sono diverse le iniziative in corso.
Tra i soggetti pubblici il consiglio regionale del Veneto ha fatto da apripista con un’iniziativa finalizzata a realizzare una campagna di comunicazione per il progetto di E-democracy. Il Comune di Torino con il suo Open Data Contest si è rivolto alla comunità degli sviluppatori per individuare le migliori applicazioni che usassero i dati messi a disposizione e resi pubblici dall’amministrazione comunale. La Regione Emilia Romagna con Ideamocracy ha raccolto in poco più di un mese 65 idee per lo sviluppo di applicazioni web o mobile finalizzate a migliorare la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche.

Dal livello locale a quello nazionale: con 1252 proposte si è appena concluso il contest del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione per raccogliere le migliori idee per la campagna di comunicazione sulle iniziative di riforma della PA avviate in questi tre anni di mandato, mentre è ancora in corso quello lanciato da Italia Lavoro e dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per la creazione di una campagna di comunicazione sui Buoni Lavoro. Innovativo per il nostro Paese è invece Apps4Italy lanciato grazie alla collaborazione di una serie di soggetti pubblici, privati e del non profit per promuovere applicazioni che utilizzino dati pubblici.

Dal punto di vista operativo, le diverse iniziative citate usano internet quale ambiente esclusivo di raccolta e gestione delle proposte tramite specifiche piattaforme commerciali o soluzioni ad hoc realizzate per l’occasione. Tra le piattaforme commerciali la più diffusa è sicuramente Ideascale, che ha una specifica politica di prezzi ed offerte per la pubblica amministrazione. Altre piattaforme generaliste interessanti sono BubbleIdeas (più orientata alle aziende) e UserVoice, anch’essa invece con specifiche offerte per la PA (e infatti utilizzata dalla città di Vancouver per una sua iniziativa). Accanto alle piattaforme generiche, soprattutto utilizzate per raccogliere idee e suggerimenti, esistono poi piattaforme specializzate per contest specialistici. E’ il caso dell’Italiana Zooppa utilizzata per le campagne di comunicazione.

Ma aldilà delle diverse soluzioni tecniche alcuni principi sono comuni a tutte le soluzioni:

  • Il coinvolgimento estensivo del pubblico di riferimento. I diversi contest prevedono non solo la raccolta di contributi ma anche di valutazioni e rating dei contributi stessi da parte dei partecipanti. Il pubblico a cui è rivolto il contest ha la possibilità di votare le idee o i contribut,i partecipando quindi alla selezione stessa delle idee migliori.
  • La dimensione non solo funzionale (raccolta di contributi) ma anche strumentale dei contest. Il contest diventa un formidabile strumento di comunicazione per l’ente che lo utilizza grazie alle capacità virali di internet. Ciascun contributo presentato in un contest può essere reindirizzato sui diversi social media (facebbok e twitter per primi) generando attenzione sul tema trattato. Nel valutare un contest, quindi, il primo riferimento è alla quantità e alla qualità dei contributi raccolti ma anche alla comunicazione che è stato in grado di generare.
  • I contest devono comunque prevedere un meccanismo premiale che può essere in denaro, in prodotti (spesso offerti da sponsor), in incarichi professionali.

Per concludere due riflessioni di natura più politica.

Dal punto di vista politico non ci sono dubbi che i contest possono essere iniziative in grado di supportare la partecipazione civica nella creazione di valore pubblico. I contest rivolti ai dipendenti pubblici possono rafforzare il senso di identità e aiutare i governanti ad individuare cortocircuiti o raccogliere idee di coloro che sono impegnati quotidianamente a far funzionare un’organizzazione. I contest rivolti al pubblico in generale, nello stesso modo, possono aiutare a creare un rapporto di maggiore fiducia con i cittadini così come promuovere un approccio bottom up nella definizione di priorità e delle relative politiche pubbliche. I contest, infine, per prodotti e soluzioni hanno la capacità di far emergere soluzioni particolarmente creative a fronte, spesso, anche di un risparmio da parte dell’ente pubblico che dovrebbe al suo interno attivare procedure molto più dispendiose per raggiungere almeno gli stessi risultati.

I rischi, come in tutte le innovazioni, ci sono. In termini partecipativi il rischio è di creare una scorciatoia, tramite le nuove tecnologie, nel rapporto cittadino-ente che esclude tutti coloro, e non sono pochi, che non hanno accesso per diversi motivi agli strumenti telematici. In termini economici il rischio, soprattutto per i contest per prodotti e soluzioni, è che, piuttosto che essere un’occasione per l’emersione di nuove professionalità ed idee, i contest vadano a sostenere quella cultura dell’amatore fatta di buoni propositi ma anche di improvvisazione a discapito proprio delle professionalità consolidate o emergenti.

Come per tutte le tecnologie emergenti si tratta di gestirne i rischi per sfruttarne al massimo le potenzialità.

La cultura dell’openness per una PA che si rinnova

È evidente che non possiamo rimanere fermi a guardare. La crisi che attanaglia la nostra come le principali economie mondiali si riflette sulla pubblica amministrazione che si trova ogni giorno a dover dare di più spendendo di meno. Ne abbiamo già parlato in diverse occasioni e l’ultima edizione di FORUM PA è stata l’opportunità per ospitare riflessioni e approfondimenti sull’attuale situazione e, soprattutto, su quali potrebbero essere i nuovi modelli operativi e gli strumenti in grado di dare nuova forma ed efficienza a una pubblica amministrazione in cerca di ruolo .

Non possiamo rimanere fermi pensando che superata la crisi tutto ricomincerà come prima. Gli ultimi anni hanno dimostrato che in crisi non sono solo i mercati ma anche i modelli operativi con cui fino ad oggi abbiamo gestito lo sviluppo e governato il territorio. Su queste pagine abbiamo in più momenti messo in evidenza programmi e politiche che in altri paesi sono stati avviati nel tentativo di sperimentare nuovi modelli di sviluppo.

È il caso della Big Society  portata avanti dal governo inglese di Cameron e così descritta da Nat Wei, Consulente capo del Governo di Cameron sul programma Big Society.: “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se (e sottolinea se) gli si fornisce il giusto supporto”.

Un approccio simile a quello portato avanti da Goldsmith con il suo “Governo della Rete” tema che ha dato il titolo all’ultima edizione di FORUM PA e ben interpretato da Mauro Bonaretti in una lectio magistralis che abbiamo trascritto e pubblicato per le nostre edizioni. Riflettendo sul nuovo ruolo dei Comuni nel governare il territorio, Bonaretti scrive: “Il Comune diviene il centro del governo di una rete di attori che, complessivamente e in modo concertato, si assumono collettivamente la responsabilità di realizzare un progetto strategico complessivo di territorio al di là degli specifici ruoli e interessi individuali. Così, se al pubblico viene chiesto di impegnarsi nello sviluppo economico, al di là delle proprie ristrette competenze amministrative, così agli altri attori viene chiesta l’assunzione di nuove responsabilità, rispetto all’equilibrio del sistema sociale e alla sostenibilità ambientale nel lungo periodo. Alle imprese viene chiesto di contribuire alla sostenibilità o al welfare locale, ad esempio attivando convenzioni con gli asili o le case protette per i familiari dei propri dipendenti oppure partecipando concretamente all’integrazione dei propri lavoratori stranieri. Nuovi progetti di welfare aziendale, integrati con le politiche locali, prendono il posto dei vecchi benefit o delle pratiche filantropiche. Così, nello stesso modo, le azioni dei soggetti del terzo settore escono dall’estemporaneità individuale e si connettono entro visioni condivise di benessere collettivo”.

Per ultime, le iniziative legate al tema dell’innovazione sociale a cui abbiamo dedicato sul nostro sito uno speciale dossier continuamente aggiornato, raccogliendo materiali ed interviste su questo tema emergente. In un’intervista Andrea Bassicosì descrive questo approccio: “ Nel termine di innovazione sociale rientrerebbero nuovi modelli e pratiche di realizzazione di politiche pubbliche che vedono la compartecipazione delle persone che sono, poi, i soggetti oggetto delle politiche medesime. Il risultato principale di questa “applicazione” è la creazione di network che rimangono dopo (e a prescindere dal fatto) che i risultati di progetto siano stati del tutto o in parte raggiunti. Parlo, quindi, di reti durature e stabili sui territori.“

Tre approcci formalmente diversi, ma che condividono dimensioni e obiettivi per sostenere e sperimentare nuovi modelli e pratiche di governo pubblico. Tutti e tre gli approcci hanno in comune, infatti:

  • La centralità per il capitale sociale e dei beni relazionali:
  • La partecipazione civica nella creazione di valore pubblico;
  • L’attenzione per i beni comuni;
  • La centralità delle reti sociali.

L’importanza che è data a queste dimensioni presuppone l’acquisizione di una nuova centralità della pubblica amministrazione finalizzata a:

  • Svolgere un ruolo attivo nella gestione della governance locale. Il coinvolgimento dei cittadini, delle imprese, delle associazioni nella gestione dei beni comuni presuppone un ruolo di guida e di governo dei diversi attori coinvolti;
  • Favorire e sostenere i fenomeni emergenti valorizzando le proposte che vengono dal basso e le iniziative spontanee. Un esempio è proprio la recente iniziativa lanciata da Goldsmith nella città di New York.
  • Facilitare l’empowerment di cittadini e comunità tramite programmi di formazione, la creazione di figure di
  • Investire in formazione interna così da adeguare le competenze di chi all’interno della pubblica amministrazione si trova ad affrontare nuove sfide per sostenere il passaggio da una organizzazione basata sulle procedure ad una organizzata per obiettivi. Come scrive Eggers si tratta di effettuare la transizione da “rematori” a “timonieri”.

Una centralità che la PA può acquisire anche grazie ad un accurato uso delle nuove tecnologie che facilitano la messa in comune di risorse fisiche e competenze quali l’open source, l’open data e il cloud computing [a tale proposito segnaliamo gli atti del convegno conclusivo di FORUM PA 2011 in cui si è parlato proprio di questo].

Nel caso più recente del Cloud Computing non a caso gran parte dei governi dei principali paesi occidentali ha avviato iniziative relative all’adozione di questo approccio in ambito governativo, il cosiddetto G-Cloud.
Uno dei primi paesi a muoversi è stato il Canada con il suo “Cloud Computing and the Canadian Environment” presentato nel 2009. A seguire il noto documento di Vivek Kundra, Federal Chief Information Officer del governo degli Stati Uniti “State of Public Sector Cloud Computing”. Molto interessante, ancora, l’iniziativa portata avanti nel Regno Unito sintetizzata nel documento “Government Cloud Programme”, così come le iniziative dei governi australiano, danese e giapponese.

In tutti questi casi, le tecnologie vengono utilizzate per accelerare dei processi di cambiamento i cui obiettivi comuni a tutte le iniziative sono:

  • ridurre i costi di esercizio della macchina pubblica;
  • migliorare i servizi pubblici esistenti e introdurre di nuovi;
  • razionalizzare le risorse esistenti;
  • sostenere la crescita economica e la creazione di posti di lavoro;
  • ridurre l’inquinamento.

In Italia, purtroppo, ancora niente e alla crisi, particolarmente minacciosa in questi ultimi giorni, si risponde con tagli lineari che paralizzano l’attività pubblica. Per eliminare gli sprechi, dimostrano gli altri paesi, non è necessario o comunque sufficiente tagliare le spese ma è indispensabile investire in innovazione, intesa nel senso più ampio dal punto di vista culturale, organizzativo e tecnologico. Modelli e strumenti ci sono, si tratta “semplicemente” di farli propri.