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Gov. 2.0, facciamo il punto

Il vantaggio per un paese come il nostro che sui temi dell’innovazione insegue, un po’ arrancando, gli altri è che ha la possibilità di arrivare sulle cose quando in altri paesi già si fanno bilanci. E così, mentre in Italia stanno arrivando i primi evangelisti dell’open government, proliferano i post e si rivendicano improbabili primogeniture sui temi emergenti, negli Stati Uniti è tempo di fare il punto sulle cose fatte. Approfitto allora di due eventi recenti per cercare di interpretare lo stato dell’arte. Il primo è il Gov 2.0 summit che si è tenuto a Washington il 7 e l’8 settembre che ho seguito a distanza grazie alla ricchezza dei materiali resi disponibili on line; il secondo, che si è tenuto a Roma il 10 settembre, presso l’Ambasciata degli Stati Uniti, a cui ho invece avuto la possibilità di partecipare direttamente ha registrato la testimonianza, in videoconferenza con gli Stati Uniti, di Stacy Donohue, Clay Johnson e Noel Dickover.

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E-government, indietro tutta

La presentazione dei risultati dell’Egovernment Report ci da l’occasione per riflettere sull’andamento del processo di digitalizzazione della nostra Pubblica Amministrazione. Come è noto il rapporto – curato da Capgemini, dall’istituto di ricerca Rand Europe, dal gruppo di analisi IDC e dal Danish Technological Institute (DTI), per conto dell’European Commission Directorate General for Information Society and Media – è un benchmark in merito ai servizi pubblici on-line erogati dai principali Paesi europei che ha raggiunto la sua ottava edizione e rappresenta quindi un formidabile strumento di analisi delle politiche nei diversi paesi europei.

I risultati complessivi, descritti in circa 180 pagine, purtroppo non fanno che confermare le tendenze già in atto da diversi anni e da noi più volte commentate[1]: la prima fase dell’e-government, inteso quale processo di informatizzazione incentrato prevalentemente sulle strutture e sui processi esistenti, è da considerarsi conclusa con diversi risultati raggiunti, molte aspettative tradite e svariati obiettivi mancati (come, per fare un esempio, quello individuato dalla Dichiarazione Ministeriale di Manchester del 24 novembre del 2005 che prevedeva entro l’anno 2010 la disponibilità on line di tutti gli appalti pubblici dei paesi membri).

Una fase improntata prevalentemente su una logica autoreferenziale e in cui l’utente, come purtroppo già scrivemmo due anni fa, svolge un ruolo marginale: neanche il 50% dei siti europei analizzati soddisfa i criteri individuati di usabilità, il 54% supera l’esame di accessibilità e “nemmeno un terzo dei siti web governativi può essere valutato e commentato dall’utente”. Risultati, questi, decisamente migliori di quelli registrati due anni fa ma ancora lontanissimi da quelle che sono anche le più tiepide aspettative di una società della conoscenza per tutti, nessuno escluso.

In un contesto complessivamente deludente l’Italia non figura essere la prima della classe, tutt’altro. In merito alla maturità e alla completezza dei venti principali servizi di e-government individuati siamo al 18° posto con un valore inferiore anche alla media dei 31 paesi analizzati. Un dato che peggiora se si prendono in considerazione i servizi con il massimo livello di sofisticazione: diventiamo ventesimi e raggiungiamo la media europea di due anni fa (ben lontana da quella di quest’anno).

Risultati analoghi li otteniamo rispetto alle altre dimensioni analizzate dove è impossibile trovare l’Italia ai primi posti delle classifiche stilate. Ma non è questo il punto. Abbiamo detto che il rapporto analizza, con metodo e rigore, una fase che oramai dobbiamo necessariamente considerare esaurita per mancanza di risorse e perché non risponde più alle necessità crescenti delle famiglie e delle imprese. Si tratta allora di guardare avanti e capire come, in un contesto radicalmente cambiato, rendere più efficienti e significativi gli investimenti per la Pubblica Amministrazione digitale. Lo stesso Rapporto indica che “la sfida del futuro sarà modificare la forma mentis delle amministrazioni e cambiare il modello di erogazione dei servizi pubblici, affinché sia in grado di coinvolgere chiaramente il cliente in tutti gli aspetti del processo”.

Un cambiamento culturale che anche noi recentemente abbiamo auspicato e di cui in molti altri paesi si intravedono i caratteri distintivi tramite progetti basati sulla centralità dei cittadini e delle imprese e dove l’amministrazione e la società civile sono partner nel processo di creazione di valore pubblico. Dobbiamo recuperare e recuperare in fretta elaborando anche in Italia una visione condivisa di obiettivi e strumenti per completare il processo di digitalizzazione della nostra pubblica amministrazione. Non si tratta semplicemente di scalare le classifiche dei più bravi ma di garantire un futuro per questo paese.


[1] Confronta: La sfida dell’utente, FORUM PA NET di giovedì 17 gennaio 2008; La prematura fine delle città digitali, FORUM PA del 30 gennaio 2008;
(*) Confronta anche L’innovazione necessaria di Carlo Mochi Sismondi e Il governo della peer administration di Daniela Pillittu.

Il vento caldo del nordest

Si sono da poco conclusi due eventi in Veneto che ci hanno visto tra i promotori e dai quali sono scaturiti interessanti spunti sul tema dell’Amministrare 2.0 e per la costruzione del Manifesto. Il primo incontro si è tenuto a Padova in occasione del Forum dell’ Innovazione organizzato da FORUM PA insieme al Ministero  per la pubblica amministrazione e l’innovazione e alla Regione Veneto.

Diverse le cose sentite e viste nel campo dell’e-gov per cui provo a fare un primo bilancio a freddo. Le eccellenze che questo primo territorio ci ha presentato sono interessanti, mature ma, forse, sotto alcuni aspetti superate se viste in termini di prospettiva. Diversi i sistemi informativi territoriali presentati basati prevalentemente sulla raccolta,sull’elaborazione e la rappresentazione grafica dei dati. Sistemi maturi, appunto, frutto di un buon utilizzo dell’informatica a livello territoriale che sollevano (e solo a volte risolvono ) i problemi classici di un approccio industriale all’informatizzazione: banche dati che non comunicano, la mancanza di standard, questioni di sicurezza relative alla detenzione centralizzata dei dati.

Fino a qualche mese fa, seguendo una logica basata sull’innovazione incrementale e sull’ottimizzazione dei processi avviati avrei detto che è necessario uno sforzo maggiore magari di coordinamento, per valorizzare le esperienze in corso ma i nuovi approcci che si stanno imponendo nei confronti dei dati publici proposti in ambito internazionale ci impongono di riflettere se la strada fino ad oggi intrapresa sia quella giusta o se, come sempre più spesso viene evocato, sia necessario un cambio completo di paradigma. A questo proposito interessante la metafora utilizzata da Fabrizio Panozzo (Docente di Economia delle Amministrazioni Pubbliche e City Management, Università Ca’ Foscari) intervenendo al workshop su Merito, valutazione e trasparenza che possono essere ben utilizzate per descrivere la cultura telematica attuale all’interno delle pubbliche amministrazioni: quella del panopticon. Come è noto per Jeremy Bentham “l’idea alla base del Panopticon (“che fa vedere tutto”) era quella che – grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici – un unico guardiano potesse osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento”. E’ una metafora forte ma che ben sintetizza l’attuale logica sottesa alla gestione dei dati pubblici. Un soggetto, una struttura raccoglie i dati di tutti gli altri senza che questi possano intervenire o sapere cosa è stato visto o raccolto. Una logica che ha spesso prodotto delle anomalie per cui, ad esempio all’interno della pubblica amministrazione, il “guardiano ” non condivide le informazioni nemmeno con gli altri uffici all’interno dello stesso ente.

Il secondo evento che ha contributo a sollevare questo vento caldo di idee e di riflessioni proveniente dal nordest è stato il Veneziacamp 2009 “tre giorni di condivisione, confronto e crescita; per promuovere i temi dell’innovazione e dell’etica per la cittadinanza digitale”. Tanti gli eventi e gli incontri ma vorrei soffermarmi, perché in linea con il ragionamento avviato, sull’incontro di lavoro organizzato sul Manifesto per l’Amministrazione 2.0. L’idea del Manifesto sta piacendo. Sono molti gli enti locali che ci hanno chiesto di sottoscriverlo così come sono tante le idee scaturite per far si che il Manifesto possa essere più incisivo possibile all’interno dell’attuale fase di modernizzazione della PA italiana. Una nuova versione del documento emendata sarà presto disponibile e includerà un punto dal quale tutti sono stati concordi è oramai impossibile prescindere: quello, appunto, della trasparenza e dell’accesso ai dati pubblici. Ne parla oggi anche David Osimo in un’intervista pubblicata sul nostro portale elaborando, tra le altre cose il concetto per cui le pubbliche amministrazioni dovrebbero gestire i dati creando “piattaforme finalizzate alla creazione di valore pubblico”. Come evidenzia Osimo questo non significa che i cittadini si debbano sostituire alla PA ma che diventano parte integrante per la creazione di valore.

E’ evidente, da quest’ottica, la necessità di cambio di paradigma che più volte abbiamo sostenuto: passare dal principio del panopticon a quello dell’anopticon per cui sono i “sorvegliati” o , uscendo dalla metafora, i cittadini che vedono cosa accade all’interno della pubblica amministrazione, che partecipano alla raccolta dei dati e alla loro elaborazione e diffusione.

Il futuro della rete

Cercando di restituire un po’ dell’enorme mole dei materiali prodotti nell’ambito dell’ultimo FORUM PA comincio con gli approfondimenti relativi a Il futuro della rete. Di seguito la presentazione dei risultati della prima ricerca.

Amministare 2.0

Ci siamo incontrati  la scorsa settimana, ospiti del comune di Venezia, con un primo gruppo di città italiane per ragionare sulle possibili evoluzioni della PA digitale. Un tema centrale, trattato giovedì anche da Il Sole 24 Ore.

Diversi gli innovatori presenti a cominciare dal nostro ospite Michele Vianello e del vulcanico Gigi Cogo.

Di seguito la mia presentazione mentre sul sito FORUM PA trovate i dettagli:

Di Brunetta, delle idee, dell’orgoglio e dei cinesi per un‘Amministrazione 2.0

Qualche giorno fa Giampaolo Fabris sul suo blog ha ricordato il famoso aforisma di John Fitzgerald Kennedy «Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità». I pericoli che discendono dall’attuale situazione sono evidenti a tutti e, in termini occupazionali e produttivi, oltre che sociali,  ne stiamo già subendo le conseguenze. Meno attenzione viene posta, invece, alle opportunità che da un periodo come questo di messa in discussione radicale delle certezze radicate, possono scaturire dal futuro.

Nel caso dell’innovazione tecnologica, ad esempio, l’Italia ha arrancato fino ad oggi dietro ai grandi players mondiali giocando  un ruolo marginale nello scenario internazionale: abbiamo una dotazione infrastrutturale digitale modesta, non abbiamo aziende produttrici di calatura internazionale e non abbiamo campioni in grado di confrontarsi a livello mondiale  nel campo  del web. Anche se (ed è altamente improbabile) l’economia ricominciasse a girare ci ritroveremmo in termini di competitività ai livello marginali precedenti.

La crisi e i pericoli attuali potrebbero diventare invece occasione per introdurre una nuova marcia, un nuovo ruolo dell’Italia nello scenario internazionale. Ma servono idee, forti, coraggiose. Come quando la Finlandia in piena crisi economica nei primi anni ‘90 ha trasformato la sua vocazione economica individuando e sostenendo quei settori , come quello delle telecomunicazioni, che riteneva più promettenti e in cui, in pochi anni, è diventata leader mondiale. Proprio in queste ore in inghilterra si parla di “Digital Britain” di un progetto voluto direttamente dal primo ministro Gordon Brown che punta proprio sull’industria delle telecomunicazioni per ridare slancio all’economia inglese e una nuova centralità (oltre a quella finanziaria) a quel paese nell’arena internazionale tramite l’obiettivo concreto  di dotare tutte le case di banda larga entro il 2012.  E’ un’idea, un progetto, sicuramente più promettente della mancanza assoluta di strategie e di visione del futuro che invece subisce il nostro paese. In questa ottica fa bene il ministro Brunetta ad individuare nella pubblica amministrazione il settore dal quale poter riavviare la crescita della nostra economia (come d’altronde la Commissione Europea sostiene da anni) sancendo definitivamente il passaggio dallo Stato soggetto allo Stato funzione o, meglio ancora, servizio.

Ma questa centralità non può essere guadagnata semplicemente appellandosi al senso di responsabilità dei dipendenti pubblici a favore di una maggiore produttività. Troppo semplice per un’equazione leggermente più complessa: all’orgoglio individuale ci si può riferire quando c’è un progetto condiviso, un obiettivo nobile da raggiungere, una visione di futuro  che non può essere semplicemente quella di mettersi a testa bassa e produrre di più in termini assoluti. Il processo di informatizzazione e di modernizzazione della pubblica amministrazione, ad esempio, in passato si è prevalentemente basato su una spontanea partecipazione dei dipendenti più motivati che hanno messo a disposizione competenze, energie  e orgoglio per costruire, sperimentando insieme, una pubblica amministrazione più vicina ai cittadini: è sullo spontaneismo dal basso che sono nate le prime reti civiche, i servizi online e la telematica pubblica. Ora è evidentemente necessario pensare ad una nuova fase che dia nuova spinta e centralità alla pubblica amministrazione e che sia sostenuta, allora sì, dall’orgoglio e dalla responsabilità a cui si appella Brunetta. Ma è una nuova fase che deve scaturire non dalla semplice evoluzione o adattamento di quella precedente ma come completo, radicale e genetico mutamento. C’è bisogno, per parafrasare l’iniziativa britannica, di una “Digital Italy”. Da questa prospettiva Il web 2.0 può essere metafora e strumento  per una pubblica amministrazione che si ripensa. E’ metafora nel senso che che può essere evocativo di una pubblica amministrazione che rifonda se stessa e ridefinisce il suo ruolo all’interno del paese, è strumento perchè  prorprio dall’utilizzo delle tecnologiche più avanzate si possono trovare le soluzioni più adatte per migliorare i servizi offerti, ridurre i costi, guadagnare efficienza per investire in nuove soluzioni e fare così da volano ad un’economia in difficoltà. L’Amministrazione 2.0 (per ora chiamiamola così) ragiona in termini di obiettivi piuttosto che di procedure, si preoccupa di valorizzare i saperi e la saggezza dei dipendenti e dei cittadini nella consapevolezza che l’intelligenza collettiva permette imprese impossibili per un’organizzazione o per una persona, punta l’attenzione sulla partecipazione dei cittadini piuttosto che sulla semplice informazione.

Convinti della necessità di avviare una riflessione su questi temi FORUM PA e il Comune di Venezia hanno organizzato un tavolo di confronto tra gli enti locali più sensibili ed impegnati a sostenere un nuovo modo di amministrare la cosa pubblica: il club di Amministrare 2.0. Si tratta per ora di un tavolo informale che si riunirà il prossimo mese a Venezia proprio per stabilire nel dettaglio il programma delle iniziative di quest’anno. Prima fra tutte il sondaggio lanciato oggi tra il nostro Panel proprio su questi temi. Rimanete sintetizzate e, intanto, dite la vostra.

Nasce InnovatoriPA

E’ diventato pubblico da qualche giorno il portale InnovatoriPA, un’iniziativa Formez e ForumPA per favorire lo scambio di opinione e pratiche fra gli innovatori nella e per la PA. Si legge nel sito: http://www.innovatoripa.it è una rete sociale che produce conoscenza, contatti e nuove opportunità di innovazione. Una rete che è anche luogo di incontro e contaminazione tra pubblica amministrazione e territorio, tra pubblico e privato.

Cosa si può fare dentro innovatoripa.it? Aprire un weblog, presentarsi agli altri innovatori e costruire le proprie relazioni di interesse e professionali; formare nuovi gruppi intorno a temi di interesse e aprire spazi di discussione e di lavoro; segnalare contenuti interessanti e condividere progetti ed esperienze innovative
mettere in rete le comunità esistenti nella pubblica amministrazione.