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Roma brucia anche di energie positive #laltraCapitale

Le notizie che si alternano questi ultimi giorni sulla città di Roma sono inequivocabili e ci restituiscono una capitale sopraffatta da logiche affaristiche e criminali. E questo avviene in un periodo in cui è più forte il disagio sociale ed economico sul territorio e in cui inevitabilmente crescono le tensioni di coloro che quotidianamente sentono traditi i propri bisogni e necessità.

A leggere i giornali e i commenti ci troviamo davanti a una città in bilico tra il commissariamento per il fallimento della politica e la rivolta che trasformerebbe in poco tempo le nostre periferie nelle banlieue parigine.

Senza nulla togliere alla drammaticità della situazione, la lettura attuale rischia di non tener conto di una realtà molto più complessa e di non interpretare, o peggio ancora non ascoltare, quelli che potrebbero essere i prodromi di un nuovo modo di intendere la cittadinanza urbana.

Le periferie urbane, e quella di Roma tra le altre, stanno velocemente diventando non solo i luoghi dove si addensano i problemi ma anche contesti dove, spesso, si concentrano le energie e le iniziative in grado di affrontarli con approcci nuovi. Diventano i luoghi dove si fa innovazione sociale sperimentando nuove forme di governo del territorio e, soprattutto, nuovi rapporti tra governati e governanti nel tentativo di superare quell’approccio, ancora prevalente, di governo burocratico e bipolare che si arroga il monopolio della gestione della cosa pubblica, a favore di una logica sussidiaria dove i cittadini stessi collaborano alla valorizzazione dei beni comuni. Un patrimonio che arricchisce quello tradizionale costituito dalle reti di solidarietà e del volontariato, introducendo capacità progettuali e innovative mai sperimentate prima.

È’ quella che, riprendendo la definizione usata da Roger Keil, chiamiamo Suburban Revolution e a cui abbiamo dedicato un’importante sessione di lavoro nell’ultima edizione di Smart City Exhibition mettendo insieme innovatori civici, amministratori, associazioni, urbanisti e di cui ha parlato anche, la scorsa settimana, Paolo Pagliaro nel suo approfondimento serale su la7, in una puntata dedicata appunto all’innovazione urbana e alle periferie.

Seguendo questo approccio e lavorando sul territorio emerge, accanto a quella descritta dalla cronaca e commentata dagli editoriali, un’altra Roma.

Roma corrotta è anche la Roma della Fondazione Mondo Digitale che, nella storica via del Quadraro, organizza corsi di alfabetizzazione informatica per gli anziani e di programmazione per i più giovani, creando la Palestra dell’innovazione quale luogo per l’apprendimento esperienziale e la pratica dell’innovazione in tutte le sue espressioni: innovazione tecnologica, sociale e civica.

Roma corrotta, però, è anche la Città delle mamme che da anni è impegnata in prima fila per rendere la città più accogliente soprattutto per i bambini e che per prima ha sperimentato nuove forme di cogestione del verde pubblico e degli spazi di lavoro.

Torpignattara, altra periferia storica dove recentemente i residenti hanno manifestato contro la criminalità straniera, la Roma corrotta, invece, è anche La Piccola orchestra di Torpignattara, è il Karawan festival che si è concluso qualche giorno fa, è il Cantiere Impero, impegnato da anni per la riapertura del cinema di quartiere, è un attivissimo Comitato cittadino che lavora insieme agli immigrati nella pulizia del parco del quartiere.

Roma corrotta è anche l’Associazione Genitori Scuola Di Donato che dal 2003 mantiene aperti e manutiene gli spazi scolatici per attività sportive e ricreative e che è diventata, negli anni, un importante agente di inclusione e di integrazione in un quartiere, l’Esquilino, a fortissima presenza di immigrati.

Roma, infine è anche il Comitato di Quartiere Pigneto-Prenestino che quest’estate ha vinto la battaglia per restituire al quartiere un importante spazio verde altrimenti destinato ad ospitare un centro commerciale.

Potrei andare avanti per molto, così come potrei redigere un’analoga lista per gli altri 8.000 comuni italiani, perché alla crisi della politica e, spesso, delle stesse istituzioni, c’è anche chi rifiuta di reagire chiudendosi nei microcosmi personali e nel soggettivismo ma decide piuttosto di investire nel bene comune creando nuovo capitale sociale.

Speriamo, per il bene della città, che l’estraneità del Sindaco Marino venga confermata nei prossimi giorni così come speriamo che a questa giunta venga data la possibilità di proseguire fino alla scadenza della legislatura. Ma non basta. Governare la complessità di una grande città significa anche e soprattutto creare le condizioni affinché le energie civiche che la compongono non vengano disperse, significa, per l’amministrazione, diventare soggetto attivo e abilitante di quei progetti di innovazione sociale in grado di affrontare in modo nuovo problemi finora irrisolti, significa mettere finalmente il cittadino al centro del territorio in quanto portatore non solo di bisogni ma anche di competenze e di soluzioni. E, permetteteci, di ben alt(r)e aspirazioni.

Talento sprecato

Irene Tinagli si è dimessa dalla Direzione Generale del Partito Democratico con una lettera indirizzata a Veltroni.

Dallo stesso sito prendo qualche riga di descrizione della Tinagli: ” insegna alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh. Allieva di Richard Florida, è esperta di politiche pubbliche per l’innovazione, la creatività e lo sviluppo economico. Lavora come consulente per il Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’Onu e per la Commissione europea. Il suo ultimo libro è “Talento da svendere” (Einaudi 2008).”

Giovane ricercatrice la Tinagli è un “talento” nazionale purtroppo, come spesso accade, prestata ad università americane. Leggendo il suo libro si trova una lucida, approfondita e chiara  analisi del sistema dell’innovazione italiano e della sua capacità di competere in ambito internazionale. La Tinagli non si limita ad applicare i modelli interpretativi del suo noto maestro Richard Florida ma elabora una prospettiva di analisi inedita ed efficace.

Le sue dimissioni sono davvero una occasione sprecata e non solo per il partito a cui si era dedicata ma per tutti noi. Mancano in Italia campioni nazionali ed internazionali di queste tematiche che incredibilmente vengono trattate in modo sempre più marginale.

Facebook e la «rappresentatività esistenziale»

Sono settimane che, frequentandolo, mi interrogo senza risposte sul senso di Facebook. Perché dovrei essere interessato allo stato d’animo di persone che se incontrassi per strada neanche riconoscerei? Perché devo considerare “amici” compagni di scuola con cui nei trent’anni dal diploma non ho condiviso più niente e per questo mai  più incontrato? Perchè ieri la maggior parte dei miei “amici” su Facebook si interrogava su cose completamente inutili e non sui 143 morti a Mumbai?

Ho trovato tutte le mie risposte leggendo oggi, in ritardo rispetto allla pubblicazione, questo editoriale di Giuseppe De Rita il quale ovviamente non si riferisce direttamente a Facebook ma alla più generale crisi esistenziale che ci accomuna: [… Perché, come ha acutamente notato Natalino Irti, viviamo un tempo in cui non c’è più rappresentanza (di interessi, di bisogni, di opzioni collettive) ma «rappresentatività esistenziale», di messa in comune di emozioni e sentimenti individuali coltivati nella dimensione dell’esistenza, senza passioni e spessori di essenza. Non a caso, limitando la riflessione al puro campo politico, hanno oggi più successo le formazioni che si rifanno al disagio esistenziale (il leghismo, il dipietrismo) che quelle che devono (per necessitata ampia consistenza) far riferimento alla rappresentanza di interessi, bisogni e opzioni di carattere collettivo, più che ai turbamenti o ai rinserramenti esistenziali.]

Codice Internet

Non ho potuto partecipare alla conferenza stampa che si è tenuta il 4 settembre a Milano di presentazione del progetto Codice Internet per cui le considerazioni discendono da una visione  del progetto, dei materiali video parziali pubblicati e dalla lettura delle  testimonianze di coloro che hanno partecipato all’iniziativa.

Obiettivi del progetto sono: “… di diffondere maggiormente in Italia l’impatto positivo che la rete – e le nuove tecnologie in generale – possono avere sulla società e di contribuire a far comprendere come tali strumenti siano in grado di migliorare la qualità della vita di ognuno, con l’obiettivo ultimo di stimolare ed accelerare un cambiamento nella direzione di un sostanziale e celere incremento della digitalizzazione della realtà italiana.”

Obiettivi dunque importanti già ampiamente dibattuti sia all’interno che all’esterno della rete perché sollevano la questione  legata al cosiddetto Digital Divide o meglio al rischio che le nuove tecnologie siano occasione di nuove discriminazioni e  di esclusione sociale.

Benché gli obiettivi siano importanti e i proponenti seri, il progetto, così come si presenta, solleva delle perplessità a cominciare dall’incipit che tradisce una scarsa conoscenza dei processi all’interno dei quali ci si inserisce e un pericoloso riduzionismo tecnologico: Per società dell’informazione si intendono le “nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione”.   Ora non è questa la sede per entrare nello specifico ma di certo, come dice la parola stessa, la Società dell’informazione è ben altro e sono proprio i riduzionismi tecnologici la  causa delle principali forme di digital divide. Probabilmente una rilettura dei classici su questo argomento permetterebbe di meglio impostare le premesse: da Daniel Bell, ad Alvin Toffler e Manuel Castells solo per citarne alcuni.

Oltre a ciò l’approccio rimane troppo generico. Cosa significa portare internet alle persone? Quali  persone? La società è differenziata e articolata e proprio la diversa distribuzione degli utenti internet lo dimostra: non usano internet la quasi totalità dei pensionati, la quasi totalità delle casalinghe e un’enorme percentuale di disoccupati. E questo perché il veicolo principale di alfabetizzazione alla nuove tecnologie è proprio il mondo del lavoro: chi ne sta fuori per motivi anagrafici, professionali o sociali ha una possibilità molto più scarsa di essere “contaminato” dalle nuove tecnologie. Questo situazione crea dei forti squilibri sociali perché:

– non conoscono internet proprio coloro che ne avrebbero più bisogno per trovare lavoro (i disoccupati) o per accedere più facilmente ai servizi alle persone e alle famiglie (casalinghe e pensionati);
– crea una frattura generazionale. Il rapporto tra giovani anziani era una volta imperniato anche sul trasferimento (dagli anziani verso i giovani) dei  saperi  e del saper fare. Ora nella migliore delle ipotesi possiamo dire che la tradizione si tramanda dai nonni ai nipoti e l’innovazione dai nipoti verso i nonni (non è un caso che l’indice di penetrazione dei PC e di internet tra le famiglie è altamente correlato con la presenza di ragazzi in casa).

Già queste prime fenomenologie sollevano l’evidenza che voler divulgare internet fra le persone presuppone un approccio articolato di iniziative specifiche per le diverse categorie sociali. Solo per fare un esempio l’iniziativa Nonni su Internet è un progetto di successo di alfabetizzazione informatica dei più anziani tramite il coinvolgimento dei più giovani.

Per ultimo è necessario chiedersi perché alcune categorie sociali non usano internet. Abbiamo scritto che coloro che non lavorano hanno molte meno possibilità di entrare in contatto con le tecnologie informatiche per cui è necessario trovare delle killer application di contenuti e di servizi interessanti per le categorie attualmente escluse e che invece le incuriosiscano e le motivino nei confronti di internet. Sicuramente per le categorie più escluse (casalinghe e pensionati) una funzione trainante potrebbero svolgerla proprio le istituzioni, soprattutto quelle locali. Sul programma di Codice Internet leggiamo: “La situazione italiana è composita, in quanto si tratta di una nazione all’avanguardia in materia di e-government, ma che presenta livelli ancora molto bassi di connettività e di percentuale di utenti Internet abituali.” E questo, purtroppo, è un altro punto di partenza sbagliato. In passato le reti civiche hanno svolto un ruolo fondamentale di alfabetizzazione delle realtà sociali. Il processo di istituzionalizzazione della telematica locale ha portato, invece, ad un abbandono di questa funzione e ad una riduzione dei possibili obiettivi perseguibili. Che l’e-government in Italia non sia all’avanguardia non è un’opinione ma un dato di fatto dimostrato da numerose ricerche. Oltretutto recenti dati ISTAT hanno dimostrato che se gli utenti dei diversi contenuti offerti su Internet crescono da un anno all’altro, quelli dei servizi pubblici on line sono gli unici che hanno registrato, nell’ultima rilevazione, una diminuzione di utenti.

Non è sufficiente, quindi, far conoscere internet e promuoverla come fosse una saponetta o un bene di consumo. Se davvero vogliamo far si che le nuove tecnologie non siano occasione di nuove discriminazioni sociali dobbiamo andare a capire i bisogni e le aspettative di coloro che per ora ne sono esclusi, mettendo i cittadini, piuttosto che i proclami,  al centro delle nostre azioni. Se le persone non sono connesse (socialmente), come dice Giuseppe De Rita, un motivo c’è  e su questo che dobbiamo lavorare.


Come non si fa innovazione

Se ne parla da molte parti ma è difficile non riportare un commento: dopo una breve quanto contestata esistenza il ministro Rutelli annuncia la chiusura del portale Italia.it.

Dettagli sulla notizia e sulla storia del portale si possono trovare su siti e blog della rete così come sui quotidiani.

58,6 milioni di euro buttati, soldi che sarebbero potuti andare alla ricerca di base, a start up innovative, al trasferimento tecnologico solo per rimanere nel campo dell’innovazione.

Solo per fare un esempio fra i tanti possibili, qualche giorno fa gli scienziati impegnati da 20 anni nel Programma di ricerche al Polo Sud sono scesi in piazza per protestare del taglio del 70% dei finanziamenti pari 28 milioni annui destinati al progetto. E mentre i loro colleghi francesi e tedeschi continuano a lavorare ad uno dei più importanti progetti di studio sui cambiamenti climatici, ai nostri scenziati non rimane altro che protestare.

Da Milano a Firenze

Appena conclusa la 44° edizione dello Smau alla fiera di Milano il tema dell’innovazione viene ripreso, da un’altra prospettiva, al Festival della Creatività di Firenze. L’approccio tecnologico dello SMAU focalizzato alle soluzioni tecniche per supportare la diffusione dell’innovazione all’interno delle imprese e delle pubbliche amministrazioni e quello orientato a valorizzare il capitale umano del Festival di Firenze.

Due assett, tecnologia e talento, che non eccellono ma che che sono consistenti nel nostro paese. E allora da dove scaturisce il deficit di innovazione dell’Italia? Dalla mancanza forse, accanto a Tecnologia e Talento, della terza T indicata da Richard Florida indispensabile per produrre idee, conoscenze e innovazione? La T della tolleranza?

Tolleranza inopportuna

Ancora oggi giornali e telegiornali dedicano ampio spazio all’incidente accaduto a Bormio dove una moto ha investito e ucciso un bambino di tre anni lungo una pista ciclabile dove stava pedalando con la mamma. Un incidente assurdo, in piena campagna, accaduto dove era impensabile che accadesse: una ciclabile isolata e lontana dalla strada.

Un incidente che colpisce ma che non sorprende considerando il poco rispetto che viene riservato alle piste ciclabili. La foto di seguito è stata scattata a poche ore dall’incidente in pieno centro di Roma, in via Cicerone, zona presidiata da vigili e forze dell’ordine che, rispetto a tale invadenza, esercitano, in questo caso sì, una inopportuna, pericolosa e complice tolleranza.

Certo è difficile pensare a forme innovative di trasporto urbano, ad approcci multimodali e alla riduzione dell’inquinamento atmosferico nelle nostre città se sulle ciclabili ci mandiamo le automobili.

ciclabile a Roma