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Per una seconda fase degli Open Data in Italia*

L’Open Data Day, celebrato a livello internazionale, è sicuramente l’occasione per una riflessione su quella che è stata in questi anni la via italiana agli Open Data e su quali siano le sfide da affrontare. Quella che possiamo chiamare, infatti, la prima fase degli Open Data è da considerare conclusa anche da noi. Una volta, parlando di questo processo, Tim Berners Lee scriveva che il percorso di liberazione degli Open Data deve partire dall’alto, dal livello intermedio e dal basso. Ed è quello che è successo negli ultimi tre anni anche in Italia[2].

Il livello più basso è quello che si è attivato prima con il sorgere di associazioni e di comunità che hanno sollecitato le prime iniziative e, soprattutto, contribuito al nascere di una cultura del dato aperto anche da noi. Fra le tante iniziative le più significative da citare sono sicuramente Gli Stati Generali dell’Innovazione[3] e la comunità di Spaghetti Open Data[4] così come l’Associazione Openpolis[5].

Il livello intermedio ha registrato il protagonismo soprattutto delle regioni come Piemonte, Emila Romagna e Veneto che a lungo hanno mantenuto la primogenitura tra gli enti locali intermedi. Importante, in quella fase, la discesa in campo di una grande azienda quale Enel[6] e, soprattutto, la presa di posizione del più grande e importante produttore di dati italiano: l’ISTAT[7][8].

Al terzo livello, infine, le azioni che provengono dal Top, come direbbe Berners-Lee, portate avanti a livello governativo, di carattere sia normativo sia operativo. Dal punto di vista normativo, come al solito, nel nostro paese non ci si è risparmiati producendo un framework complesso e, per alcuni tratti, contraddittorio[9]. Ma è dal punto di vista politico e operativo che la strada italiana agli open data è stata segnata in un primo momento da un’insolita vitalità che ha portato istituzioni, associazioni e parte politica (i rappresentanti dei tre livelli) a collaborare insieme. Una delle prime iniziative risale al marzo 2011 con il progetto MiaPA[10], che ha portato alla pubblicazione del primo database in formato aperto degli indirizzi della pubblica amministrazione (RubricaPA)[11] e alla definizione e alla diffusione della licenza Italian Open Data License v1.0[12] per la pubblicazione dei dati pubblici da parte delle diverse pubbliche amministrazioni

Ma è con il lancio di tre iniziative concrete e congiunte che si è dato un importante contributo alla causa degli open data in Italia[13]:

  • il portale dati.gov.it [14]il Portale dei dati aperti della PA, nato per consentire a cittadini, sviluppatori, imprese, associazioni di categoria e alle stesse pubbliche amministrazioni di pubblicare ed usufruire dei dati aperti della Pubblica Amministrazione. Partendo dalle esperienze già in corso, il portale è stato creato per valorizzare le esperienze esistenti così come per sensibilizzare e supportare le amministrazioni che ancora non hanno messo in cantiere iniziative specifiche;
  • la pubblicazione del Vademecum Open Data. Come rendere aperti i dati delle pubbliche amministrazioni, che si proponeva come il primo strumento per supportare operativamente le pubbliche amministrazioni nella pubblicazione dei loro dati[15];
  • il contest Apps4italy, un concorso aperto a cittadini, associazioni, comunità di sviluppatori e aziende per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico. Il Contest è stato un esempio della collaborazione auspicata tra i diversi attori impegnati sui temi degli open data: nato dal basso, come idea di associazioni e singoli impegnati su questi temi, ha coinvolto nel suo percorso importanti istituzioni pubbliche e private diventando, nella sua forma presentata oggi al pubblico, un’importante iniziativa che lega il Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione agli altri attori attivi nei diversi territori[16].

Una partenza che, inevitabilmente, non poteva essere sostenuta da una cultura consapevole e diffusa all’interno della PA italiana. Una nostra indagine tra la community di FORUM PA (prevalentemente di dipendenti pubblici) lanciata nel febbraio 2012 registrava che solo il 7% ha una conoscenza approfondita del tema, appena il 28% buona, il 39% sufficiente e il 26% addirittura scarsa[17].

Un primo bilancio

Questi due anni passati dai primi vagiti dell’Open Data in Italia non sono trascorsi senza ulteriori novità. E’ cresciuto il numero delle amministrazioni coinvolte, si è rafforzata la struttura normativa[18] sono nate soluzioni innovative. Tra tutte, sicuramente una delle più interesanti è stata la presentazione del portale OpenCoesione, voluto fortemente dall’allora ministro Barca “è il primo portale sull’attuazione degli investimenti programmati nel ciclo 2007-2013 da Regioni e amministrazioni centrali dello Stato con le risorse per la coesione. I dati sono pubblicati perché i cittadini possano valutare se i progetti corrispondono ai loro bisogni e se le risorse vengono impegnate in modo efficace”. Ma, appunto, OpenCoesione rappresenta una eccezione rispetto alla maggior parte delle iniziative portate aventi in questi anni[19]. Volendo fare un primo bilancio due sono gli aspetti su cui probabilmente conviene riflettere.

Il prevalere di una cultura della trasparenza statica. Per molte amministrazioni la pubblicazione dei dati viene vissuta come un’ulteriore incombenza piuttosto che un’opportunità, anche i database pubblicati spesso non rispondono ad una necessità o una domanda specifica ma una mera logica di opportunità o disponibilità. La disomogenea diffusione territoriale delle iniziative. La mappa pubblicata nel portale dati.gov.it è eloquente[20]: gran parte dei data store italiani sono al centro-nord e le cartina che ci viene restituita è quella di un Italia divisa in due che ben conosciamo[21]. Esiste dunque una questione meridionale con gli Open Data? Non esattamente, esiste un problema, grave, in assoluto, sulla capacità di innovare (dal punto di vista organizzativo, procedurale e tecnologico) nel SUD del nostro paese. Se passiamo dai dati aperti al tema più complessivo delle Smart City i risultati sono gli stessi. La seconda edizione del nostro studio ICity Rate[22] ha confermato le tendenze in atto: tra le città capoluogo di provincia la prima città del SUD che appare in classifica è Cagliari che registra il 47°posto in assoluto e raccoglie 375 punti contro i 515 della capolista Trento[23].

E’ evidente che manchi qualcosa. In nessun altro paese il dibattito e la prassi sugli Open Data sono stati relegati nell’angusto spazio del dibattito normativo, ad una dialettica tra adempimenti e la loro evasione.

Il futuro del governo

I diversi processi di innovazione in corso che investono la maggior parte delle pubbliche amministrazioni non possono essere ridotti a mero esercizio tecnologico o, peggio ancora, normativo ma devono essere ricondotti alla più ampia riflessione su quali saranno le forme istituzionali ed organizzative più idonee ad affrontare le sfide. La crisi che stiamo vivendo non è limitata ai processi in corso ma anche ai modelli e agli approcci fino ad oggi utilizzati. Questa considerazione vale ancora di più per la Pubblica Amministrazione che si trova sempre meno risorse (di natura finanziaria ma anche organizzativa e culturale) per affrontare sfide e problemi di natura sociale, economica e culturale sempre più complessi e articolati.

Per questo motivo in gran parte dei paesi occidentali si stanno sperimentando e imponendo nuovi modi di intendere il governo e la pubblica amministrazione e, soprattutto, il rapporto tra la PA e i cittadini governati[24].

Secondo l’enfasi e la centralità accordati ad un aspetto piuttosto che ad un altro, possiamo parlare di innovazione sociale, governo della rete, innovazione civica, innovazione empatica, sharing economy o open government (solo per citarne alcuni).

Differenti approcci che però condividono importanti dimensioni in comune:

  • priorità ai valori sociali
  • visione sistemica
  • centralità ai beni relazionali
  • coesione sociale
  • attenzione per i beni comuni
  • importanza del capitale sociale
  • ritrovata centralità della dimensione “comunità” e territori

Le difficoltà nel nostro paese nell’adottare nuovi modelli operativi è il prevalere di una cultura di governo che segue la logica bipolare tipica di un’amministrazione autoritaria che parte dal presupposto che le amministrazioni hanno il monopolio del bene pubblico e i cittadini, nei diversi ruoli di utenti, pazienti, clienti o assistiti, ne sono i semplici destinatari.

Il superamento di questa logica e l’adozione di una prospettiva che veda i cittadini portatori non solo di bisogni ma anche di competenze, apre la strada a nuove forme di collaborazione, all’applicazione di quel principio di sussidiarietà che tramite la partecipazione civica crea valore pubblico.

Nascono cosi, per ora prevalentemente a livello sperimentale nel nostro paese, nuove forme di relazioni pubblico- privato basate sul crowdsourcing, sul co-design e sulla condivisione. Un’attività di sperimentazione che nasce soprattutto dal basso, nelle città, da sempre luoghi deputati all’innovazione e dimensione istituzionale più prossima nei rapporti con i cittadini.

Oltre la trasparenza

In questo contesto la trasparenza non è una concessione che arriva dall’alto ma è la sostanza stessa del rapporto di fiducia instaurato tra cittadini e politica e tra cittadini e amministrazione. E’ il presupposto per il sostegno alla definzione di una cittadinanza attiva e partecipata.

I dati sono un bene pubblico la cui disponibilità in termini di Accessibilità, Autenticità e Accuratezza deve essere garantita ma il loro vero valore discende dall’uso che se ne fa, dal processo di appropriazione sociale[25]. Il civic hacking diventa quindi un processo sociale in grado di produrre innovazione civica. Le cinque stelle di Tim Berners Lee sono state da tempo affiancate da quelle di Tim Davies[26] il cui tentativo è stato di “contestualizzare” più possibile il processo di liberazione dei dati. Un processo che presuppone una totale inversione di prospettiva: i cittadini non sono meri destinatari dell’intervento pubblico ma ne sono parte costituente. La partecipazione civica nella creazione di valore pubblico diventa la finalità principale da abilitare e rafforzare alimentando processi di trasparenza e partecipazione.

Da questa prospettiva, le iniziative di Open Data possono essere riconsiderate proprio sulla base del loro esplicito obiettivo di coinvolgere i cittadini[27] nella soluzione di problemi condivisi. In prima istanza, e senza pretesa di esaustività, si può ipotizzare una scale a quattro livelli.

I quattro step dell’Open Government Data Engagement [28]

Normativo Informativo Collaborativo Abilitante
I dati vengono liberati prevalentemente per adempiere ad una norma I dati vengono liberati all’interno di un contesto abilitante come un portale di dati I dati vengono rappresentati tramite applicazioni specifiche pensando ad un coinvolgimento diffuso. Il rilascio dei dati si inserisce in un contesto collaborativo   finalizzato al soddisfacimento dei bisogni primari delle famiglie e delle imprese I dati e dli strumenti operativi sono rilasciati per e insieme ai cittadini e agli attori locali (imprese, istituzioni locali) al fine di costruire nuovi servizi innovativi e innovare quelli esistentii
La cultura prevalente è la PA verticale basata sulle procedure La cultura prevalente è quella e-gvovernment La cultura prevalente è quella della trasparenza dinamica, dell’opengovernment e della cittadinanza attiva La PA condivisia , adottando in pieno il paradigma dell’opengovernment. Si realizzi il principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale, favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale
I cittadini sostanzialmente non sono convolti e si crea rischio di Digital DIvide Il pubblico principale è composto prevalentemente da Hacker, Data Journalist, Watchdogs Vengono raccolti i feedback dei cittadini, viene incentivata la partecipazione il monitoraggio sui dati. Si sostiene la creazione di community Vengono coinvolti in tutte le fasi: dall’analisi dei bisogni alla manutenzione del dato, al codesign dei servizi. Nuove forme di partecipazione alle decisioni e al controllo dei loro effetti nella comunità
Sezione valutazione trasparenza e merito del decreto trasparenza I portali dati.dov regionali e metropolitani Openmunicipio, E-part, Monithon. A scuola di Open Coesione
Browse, Search, , Extract, Download, Collecting Data, Data Divide Visualize, Contextualise, Report Filter data, Combine Data, Community, API, Inclusion, Connecting Data, Apps, Infographics Co-design, Empowerment, Enabling State, Co-governance, Civic Innovation, Data Driven decision

Il senso della riflessione è decisamente semplice: fino ad oggi molti processi innovativi nella PA (dal punto di vista tecnologico, istituzionale e organizzativo) sono stati comunque inseriti in un contesto dato, caratterizzato e definito da una pubblica amministrazione burocratica e gerarchica che per molti anni ha interpretato il proprio ruolo operando come monopolista del bene pubblico. Questo contesto ha spesso ridotto importanti fattori innovativi a pure norme da osservare in una logica attenta alle procedure piuttosto che agli obiettivi.

Il rischio che un movimento, un’innovazione, un processo come quello degli Open Data subisca la stessa sorte è fortissimo soprattutto se lasciato nelle mani dei giuristi e degli amministrativisti. In questi ultimi anni in Italia si è fatto abbastanza ma non a sufficienza puntando troppo su una logica di mera liberazione del dato e troppo poco sulla diffusione della cultura che ne ne dovrebbe essere alla base. La scorsa settimana abbiamo ripetuto tra la nostra community un’indagine che lanciammo esattamente due anni fa finalizzata a capire quali siano stati in questi mesi i cambiamenti di atteggiamento nei confronti degli Open Data. I risultati, però, dimostrano che ci stiamo muovendo troppo lentamente. Ad esempio alla domanda “Come definirebbe la sua conoscenza degli Open Data” nel 2012 riposero scarsa o sufficente il 65,7% dei rispondenti, nel 2014 tale percentuale è scesa si, al 58,6% ,ma probabilmente non quanto ci avremmo potuto aspettare. Quando invece abbiamo chiesto in quale fase l’Italia fosse nell diffusione degli Open Data questi sono stati i risultati nei due anni di confronto : Discussione e approfondimento (per il 29,6% nel 2012 e 29,8% nel 2014), di sperimentazione in alcune realtà (per il 52,4% nel 2012 e per il 58,3 nel 2014),di progressiva applicazione (8,6% nel 2012 e 8,1% nel 2014). L’unico aspetto positivo, la diffusa consapevolezza che stanno aumentando le esperienze di iberazione dei dati. Alla domanda se gli intervistati erano a conoscenza di amministrazioni che hanno liberato i dati, in due anni i “sì” sono passati dal 30 al 51%. [qui tutti i risultati]

E’ urgente, quindi, l’avvio di una seconda fase. Dopo il consolidamento delle esperienze accumulate, bisogna immaginare e definire nuovi obiettivi che vadano oltre il principio della trasparenza fine a se stessa ma che siano finalizzati a sostenere il cambiamento per una nuova pubblica amministrazione in cui il cittadino, i suoi bisogni, ma anche le sue competenze informino di se tutta l’azione pubblica. L’Open Data Engagement ben interpreta questa esigenza creando nuovi spazi e strumenti di collaborazione tra le diverse parti in campo. E’ evidente che, alzando l’asticella degli obiettivi da raggiungere, si sollevano nuove questioni legate alle capacità dei diversi attori in campo (cittadini, associazioni e PA) di raccogliere la sfida.

Il rischio, quando si parla di innovazione è di creare nuove forme di esclusione sociale o, comunque, delle azioni abilitanti un ristretto numero di persone e cioé di “empowers the already empowered”[29]. Promuovere il coinvolgimento dei cittadini significa quindi far ricorso ad azioni attive a cominciare dalla formazione e dal coinvolgimento delle giovani generazioni con iniziative come “A scuola di Open Coesione[30] che dimostrano la giusta sensibilità e il giusto approccio istituzionale nel sostenere la partecipazione.

Le competenza, in Italia, ci sono così come un patrimonio di energie vitali che sta portando avanti sperimentazioni di grande valore. Per non disperdere il capitale accumulato e non perdere anche questa partita con gli altri paesi è necessario però che anche la politica faccia, finalmente, il suo mestiere dando forza e sostegno a un processo che può diventare determinante nel riavvicinare i cittadini alla vita politica e civica del nostro paese.


NOTE

* Il presente articolo riprende e ampia uno da me scritto in occasione del lancio delle iniziative italiane di Open Data. Gianni Dominici, Open Government e Open Data, la prospettiva e la speranza italiana, Smart Innovation, 17 ottobre 2011. Alla revisione del testo hanno partecipato Vittorio Alvino e Vincenzo Patruno che mi hanno dato preziosi suggerimenti. La responsabilità di quanto affermato rimane, ovviamente, la mia.

[2] Open Data Study, in Open Society Foundation, Maggio 2010.

[3] Gli Stati Generali dell’innovazione “sono nati per iniziativa di alcune associazioni, movimenti, aziende e cittadini convinti che le migliori opportunità di crescita per il nostro Paese sono offerte dalla creatività dei giovani, dal riconoscimento del merito, dall’abbattimento del digital divide, dal rinnovamento dello Stato attraverso l’Open Government”.

[4] Spaghetti Open Data si autorappresenta così: “Siamo un gruppo di cittadini italiani interessati al rilascio di dati pubblici in formato aperto, in modo da renderne facile l’accesso e il riuso (open data). Ci sembra che questa pratica sia utile per alimentare la discussione sulle scelte che ci attendono; rendendo facilmente accessibili informazioni di qualità alta, contribuirà a renderla più razionale, allargata e fondata sui dati. Con tutti i suoi difetti, la nostra democrazia è un grandissimo dono che ci hanno fatto le generazioni passate: il minimo che possiamo fare, tutti insieme, è cercare di averne cura.”

[5] Associazione Openpolis: “Colleghiamo i dati per fare trasparenza, li distribuiamo per innescare partecipazione, strumenti liberi e gratuiti per aprire la politica.”

[7] Chiara Buongiovanni e Tommaso Del Lungo, Enrico Giovannini, ISTAT su Open data Italia, Smart Innovation, 20 ottobre 2011.

[8] Tra le esperienze più significative della prima fase di liberazione degli Open Data segnaliamo l’esperienza dellaCamera dei Deputati e delCnr, oltre a diverse amministrazioni locali (tra cuiRegione Piemonte, Regione Emilia-Romagna,Regione Veneto,Comune di Udine,Comune di Firenze)

[9] Solo per citare alcuni interventi alla data del 2010:

■  l’ Art. 21 della legge 69/2009 (trasparenza dei curricula e degli stipendi);

■  l’ Art. 11 del d.lgs 150/2009 (la sezione trasparenza valutazione e merito sui siti pubblici);

■  la Delibera n.105/2010 della Civit (la trasparenza dinamica e l’elenco dei dati che le amministrazioni devono esporre sui loro siti);

■  l’ Art. 52 comma 1-bis del Codice dell’Amministrazione Digitale, d.lgs 82/05 e d.lgs 235/2010 (promozione della diffusione e dell’utilizzo dei dati, obbligo di esporre i dati in formato aperto);

■  le Linee Guida per i Siti Web della PA – 2011 (è lo strumento per il miglioramento continuo della qualità dei siti web pubblici e specifica le caratteristiche dei dati aperti);

■  le Linee Guida per la stesura di convenzioni per la fruibilità di dati delle pubbliche amministrazioni – art. 58 comma 2 del CAD (indicano le modalità per consentire la fruibilità dei dati fra amministrazioni).

[10] Il progetto MiaPA fu proposto dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, insieme a Formez e FORUM PA. Per un approfondimento confronta MiaPA e il social check-in nella Pubblica Amministrazione, Saperi PA, 26 febbraio 2011.

[12] Vedi l’intervento di Salvatore Marras, Italian Open Data License, un licenza per i dati pubblici italiani, Saperi PA, 10 maggio 2011

[13] Vincenzo Patruno, Open Data, Italy has awoken, The Open Knowledge Foundation, novembre 2011.

[15] Il Vademecum è scaricabile dal sito del Formez PA

[16] ForumPA: Il premio Apps4Italy intitolato a Melissa Bassi e alle vittime dell’attentato di Brindisi, Saperi PA, 19 maggio 2012. Vedi anche Webinar Dati aperti per usi intelligenti: parte il contest Apps4Italy!, Saperi PA, 19 maggio 2012. Una recente riflessione di quell’esperienza la trovate su Apps4Italy: dove sono le startup premiate nel 2012?, Wired.it. Febbraio 2014

[17] Michela Stentella, PanelPA “Open data: l’Italia s’è desta?”, Saperi PA, 2 marzo 2012

[18] Tra tutti il più importante è l’introduzione anche in Italia del principio ‘open by default’, effetto della conversione in legge dell’Art. 9 del Decreto Legge 18 ottobre 2012 n. 179 che modifica l’art.52 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

[19] Sicuramente un altro esempio interessante è legato alla comunità che si è creata in Italia, grazie soprattutto all’impegno di Maurizio Napolitano e Simone Cortesi, intorno al progetto internazionale di http://www.openstreetmap.org “OpenStreetMap è una mappa del mondo, creata da persone come te e libera di utilizzare sotto licenza aperta.” Infine, come, esempio di eccellenza il lavoro svolto con “La bussola della trasparenza” della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

[20] Confronta “Dove sono i data store italiani?” su dati.gov.it

[21] A fronte del problema complessivo fanno ben sperare le recenti esperienze di Matera,Palermo eBari

[22] Gianni Dominici e Marta Pieroni, ICity Rate. La classifica delle città intelligenti italiane, FORUM PA edizioni, 2013

[23] Il problema è un po’ di sempre: anche la tua fase delle reti civiche e dell’egovernment ha registrato, in Italia, un sostanziale affanno dei territori del SUD vedi, tra gli altri, Gianni Dominici e Marta Pieroni, Le città digitali in Italia, 9° Rapporto, Franco Angeli, Mialno 2007

[24] Solo per fare un esempio il 6 febbraio scorso siamo stai invitati a Bruxelles al workshop “Public Services for Businesses: recipes for supporting growth”, in quella occasione da parte della commissione europea è stato distribuito il draft di “A vision for public services, with the aim of outlining the long-term vision for a modern and open public sector and the way public services may be delivered in an open government setting (enabled by ICT), i.e. how public services may be created and delivered seamlessly to any citizen and business at any moment of time.”

[25] “Open government data is a sort of civic capital, a raw material that can be transformed like a diamond in the rough into something far different ana much more powerful” in Joshua Tauberer, Open Government Data, Edizione Kindle, 2012, posizione 763

[26] Le cinque stelle di Tim Davies sono:

★ Be demand driven

★ ★ Put data in context

★ ★ ★ Support conversation around data

★ ★ ★ ★ Build capacity, skills and networks

★ ★ ★ ★ ★ Collaborate on data as a common resource

[27] Interessante a sostegno di questo approccio: Brett Goldstein e Lauren Dyson, Beyond Transparency, Open Data and the Future of Civic Innovation, Code for America Press, San Francisco, CA, 2013. Il libro raccoglie una serie di contributi di progetti di Open Data in ambito urbano e viene così introdotto: “It seeks to move beyond the rhetoric of transparency for transparency’s sake and towards action and problem solving. Through these stories, we examine what is needed to build an ecosystem in which open data can become the raw materials to drive            more effective decision-making and efficient service delivery, spu economy activity, and empower citizens to take an active role in improving their own communiities”

[28] Come tutti i modelli si stratta di una esemplificazione di una realtà complessa che però può essere utile per meglio capire le diverse sfaccettature dei processi in corso. Nei prossimi mesi proveremo ad applicare il modello alle diverse esperienze italiane per poi proporre una riflessione ad un convegno di confronto nel corso del prossimo FORUM PA

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Open Government e Open Data, la prospettiva e la speranza italiana

La diffusione dell’Open Data in Italia sta riproducendo dinamiche simili a quelle che hanno portato alla nascita della telematica pubblica. Un primo nucleo di sperimentatori, di innovatori, di associazioni e di volontari insieme, spesso, alla lungimiranza di alcuni enti locali, permise allora la realizzazione delle prime reti civiche creando la cultura e la prassi necessaria che poi hanno permesso la nascita e la diffusione della telematica pubblica nella forma che oggi conosciamo. Un analogo processo, seppur dai ritmi più sostenuti, sta finalmente portando anche l’Italia ad allinearsi con le esperienze internazionali volte a rendere accessibili e riutilizzabili i dati raccolti e prodotti dalle pubbliche amministrazioni.

Ad oggi, infatti, analogamente con quanto è avvenuto negli altri paesi, tutti gli attori sono scesi in campo rispettando quelle che Tim Berners-Lee in un’intervista ha definito come le precondizioni per la politica degli Open data: “It has to start at the top, it has to start in the middle and it has to start at the bottom.”

Ad un primo livello si sono mossi le associazioni o i singoli militanti convinti che le esperienze accumulate negli altri paesi potessero essere un’importante occasione, anche per l’Italia, per sostenere la cultura della trasparenza e, soprattutto, della partecipazione civica nella creazione di valore pubblico. Cito fra le tante esperienze, quelle di datagov.it , Associazione italiana per l’open government finalizzata a diffondere la cultura dell’open data e a sostenere azioni concrete per la diffusione di dati pubblici e quella di openpolis la prima applicazione pratica di riutilizzo di dati di interesse pubblico da parte di un’associazione non-profit.

Ad un secondo livello appartengono le azioni portate avanti dalle istituzioni locali o dai grandi soggetti di servizio. Merita di essere citata per prima l’esperienza della regione Piemonte che con il suo dati.piemonte.it ha fatto da apripista per gli altri enti locali come la città di Udine e, nelle ultime ore, la Regione Emilia Romagna. A questi si aggiungono la proposta di una grande azienda di servizio come l’ENEL e l’istituzione che per eccellenza è la produttrice di dati di pubblica utilità: l’ISTAT.

Al terzo livello, infine, le azioni che provengono dal Top, come direbbe Berners-Lee, portate avanti a livello governativo, di carattere sia normativo sia operativo. Dal punto di vita normativo, i principali punti di riferimento sono:

  • l’ Art. 21 della legge 69/2009 (trasparenza dei curricula e degli stipendi);
  • l’ Art. 11 del d.lgs 150/2009 (la sezione trasparenza valutazione e merito sui siti pubblici);
  • la Delibera n.105/2010 della Civit (la trasparenza dinamica e l’elenco dei dati che le amministrazioni devono esporre sui loro siti);
  • l’ Art. 52 comma 1-bis del Codice dell’Amministrazione Digitale, d.lgs 82/05 e d.lgs 235/2010 (promozione della diffusione e dell’utilizzo dei dati, obbligo di esporre i dati in formato aperto);
  • le Linee Guida per i Siti Web della PA – 2011 (è lo strumento per il miglioramento continuo della qualità dei siti web pubblici e specifica le caratteristiche dei dati aperti);
  • le Linee Guida per la stesura di convenzioni per la fruibilità di dati delle pubbliche amministrazioni – art. 58 comma 2 del CAD (indicano le modalità per consentire la fruibilità dei dati fra amministrazioni).

Dal punto di vista operativo le azioni del governo sono cominciate già un anno fa con delle attività sperimentali, come quella legata al progetto MiaPA, che hanno portato alla pubblicazione del primo database in formato aperto degli indirizzi della pubblica amministrazione (RubricaPA) e alla definizione e alla diffusione della licenza Italian Open Data License v1.0 per la pubblicazione dei dati pubblici da parte delle diverse pubbliche amministrazioni. Ma è con le iniziative presentate alla conferenza stampa di oggi a Palazzo Vidoni che l’azione si fa concreta. Sono tre gli strumenti principali presentati che potranno offrire un importante contributo alla causa degli open data in Italia:

  • il portale dati.gov.it il Portale dei dati aperti della PA, nato per consentire a cittadini, sviluppatori, imprese, associazioni di categoria e alle stesse pubbliche amministrazioni di pubblicare ed usufruire dei dati aperti della Pubblica Amministrazione. Partendo dalle esperienze già in corso, il portale mira a valorizzare le esperienze esistenti così come a sensibilizzare e supportare le amministrazioni che ancora non hanno messo in cantiere iniziative specifiche;
  • la pubblicazione del Vademecum Open Data. Come rendere aperti i dati delle pubbliche amministrazioni che si propone come strumento per supportare operativamente le pubbliche amministrazioni nella pubblicazione dei loro dati;
  • il contest Apps4italy, un concorso aperto a cittadini, associazioni, comunità di sviluppatori e aziende per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico. Il Contest è proprio un esempio della collaborazione auspicata tra i diversi attori impegnati sui temi degli open data: nato dal basso, come idea di associazioni e singoli impegnati su questi temi, ha coinvolto nel suo percorso importanti istituzioni pubbliche e private diventando, nella sua forma presentata oggi al pubblico, un’importante iniziativa che lega il Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione agli altri attori attivi nei diversi territori.

Siamo quindi contenti? Per ora si, ma con la consapevolezza che siamo solo all’inizio. Guardando ai prossimi mesi, le iniziative ai diversi livelli di open data potranno assumere una centralità concreta nello sviluppo di questo paese se, e solo se:

  • saranno ricondotte all’interno di un esplicita politica basta sull’open government. A un impegno politico, cioè, ai diversi livelli, volto a instaurare un nuovo rapporto tra chi governa e chi è governato basato su trasparenza, partecipazione e collaborazione, e ad azioni concrete finalizzate a incrementare, in pochi mesi, la quantità e la qualità dei dati resi pubblici dalle pubbliche amministrazioni;
  • i diversi soggetti afferenti ai tre diversi livelli di intervento e, cioè, singoli cittadini, associazioni, imprese, istituzioni e governo collaboreranno, pur nei diversi ruoli e dalle diverse prospettive, alla creazione di una cultura del dato condiviso e della partecipazione civica nella creazione di valore pubblico;
  •  le esperienze di open data non si limiteranno a rimanere il fiore all’occhiello di alcune fra le istituzioni più virtuose e l’impegno di pochi innovatori contribuendo, anche su questo tema, a creare un’Italia a più velocità e cittadini discriminati nei diritti. E’ necessario sostenere l’impegno dei territori meno avanzati e fare in modo che la cultura del dato, e del dato aperto si diffonda sia all’interno delle istituzioni (tramite azioni di capacity building) sia tra la popolazione che ne è la vera beneficiaria.

Da oggi in poi dobbiamo tutti, nei diversi ruoli che ci sono propri, continuare a vigilare e ad agire attivamente per fare in modo che la cultura e la prassi dell’open data diventino parte integrante del governo di questo paese. Il rischio che le diverse iniziative si riducano ad operazioni di facciata così come che vengano sminuite nei principi e negli obiettivi c’è sempre. Riprendendo il parallelismo con la nascita delle telematica pubblica, il passaggio dalle reti civiche ai siti istituzionali sancì, in molti casi, il tradimento dei principi originari basati sulla partecipazione e l’inclusione delle comunità locali e anche i generosi finanziamenti elargiti attraverso i piani per le-government e l’e-democracy, salvo rarissimi casi, portarono a scarsissimi risultati.

Per quanto ci riguarda, i temi, le esperienze e le iniziative degli open data e, più i generale dell’open government, saranno al centro dei nostri interventi nei prossimi mesi per diventare il tema federatore del Forum PA del prossimo maggio. Qualsiasi contributo o suggerimento, come sempre, è benvenuto.

La cultura dell’openness per una PA che si rinnova

È evidente che non possiamo rimanere fermi a guardare. La crisi che attanaglia la nostra come le principali economie mondiali si riflette sulla pubblica amministrazione che si trova ogni giorno a dover dare di più spendendo di meno. Ne abbiamo già parlato in diverse occasioni e l’ultima edizione di FORUM PA è stata l’opportunità per ospitare riflessioni e approfondimenti sull’attuale situazione e, soprattutto, su quali potrebbero essere i nuovi modelli operativi e gli strumenti in grado di dare nuova forma ed efficienza a una pubblica amministrazione in cerca di ruolo .

Non possiamo rimanere fermi pensando che superata la crisi tutto ricomincerà come prima. Gli ultimi anni hanno dimostrato che in crisi non sono solo i mercati ma anche i modelli operativi con cui fino ad oggi abbiamo gestito lo sviluppo e governato il territorio. Su queste pagine abbiamo in più momenti messo in evidenza programmi e politiche che in altri paesi sono stati avviati nel tentativo di sperimentare nuovi modelli di sviluppo.

È il caso della Big Society  portata avanti dal governo inglese di Cameron e così descritta da Nat Wei, Consulente capo del Governo di Cameron sul programma Big Society.: “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se (e sottolinea se) gli si fornisce il giusto supporto”.

Un approccio simile a quello portato avanti da Goldsmith con il suo “Governo della Rete” tema che ha dato il titolo all’ultima edizione di FORUM PA e ben interpretato da Mauro Bonaretti in una lectio magistralis che abbiamo trascritto e pubblicato per le nostre edizioni. Riflettendo sul nuovo ruolo dei Comuni nel governare il territorio, Bonaretti scrive: “Il Comune diviene il centro del governo di una rete di attori che, complessivamente e in modo concertato, si assumono collettivamente la responsabilità di realizzare un progetto strategico complessivo di territorio al di là degli specifici ruoli e interessi individuali. Così, se al pubblico viene chiesto di impegnarsi nello sviluppo economico, al di là delle proprie ristrette competenze amministrative, così agli altri attori viene chiesta l’assunzione di nuove responsabilità, rispetto all’equilibrio del sistema sociale e alla sostenibilità ambientale nel lungo periodo. Alle imprese viene chiesto di contribuire alla sostenibilità o al welfare locale, ad esempio attivando convenzioni con gli asili o le case protette per i familiari dei propri dipendenti oppure partecipando concretamente all’integrazione dei propri lavoratori stranieri. Nuovi progetti di welfare aziendale, integrati con le politiche locali, prendono il posto dei vecchi benefit o delle pratiche filantropiche. Così, nello stesso modo, le azioni dei soggetti del terzo settore escono dall’estemporaneità individuale e si connettono entro visioni condivise di benessere collettivo”.

Per ultime, le iniziative legate al tema dell’innovazione sociale a cui abbiamo dedicato sul nostro sito uno speciale dossier continuamente aggiornato, raccogliendo materiali ed interviste su questo tema emergente. In un’intervista Andrea Bassicosì descrive questo approccio: “ Nel termine di innovazione sociale rientrerebbero nuovi modelli e pratiche di realizzazione di politiche pubbliche che vedono la compartecipazione delle persone che sono, poi, i soggetti oggetto delle politiche medesime. Il risultato principale di questa “applicazione” è la creazione di network che rimangono dopo (e a prescindere dal fatto) che i risultati di progetto siano stati del tutto o in parte raggiunti. Parlo, quindi, di reti durature e stabili sui territori.“

Tre approcci formalmente diversi, ma che condividono dimensioni e obiettivi per sostenere e sperimentare nuovi modelli e pratiche di governo pubblico. Tutti e tre gli approcci hanno in comune, infatti:

  • La centralità per il capitale sociale e dei beni relazionali:
  • La partecipazione civica nella creazione di valore pubblico;
  • L’attenzione per i beni comuni;
  • La centralità delle reti sociali.

L’importanza che è data a queste dimensioni presuppone l’acquisizione di una nuova centralità della pubblica amministrazione finalizzata a:

  • Svolgere un ruolo attivo nella gestione della governance locale. Il coinvolgimento dei cittadini, delle imprese, delle associazioni nella gestione dei beni comuni presuppone un ruolo di guida e di governo dei diversi attori coinvolti;
  • Favorire e sostenere i fenomeni emergenti valorizzando le proposte che vengono dal basso e le iniziative spontanee. Un esempio è proprio la recente iniziativa lanciata da Goldsmith nella città di New York.
  • Facilitare l’empowerment di cittadini e comunità tramite programmi di formazione, la creazione di figure di
  • Investire in formazione interna così da adeguare le competenze di chi all’interno della pubblica amministrazione si trova ad affrontare nuove sfide per sostenere il passaggio da una organizzazione basata sulle procedure ad una organizzata per obiettivi. Come scrive Eggers si tratta di effettuare la transizione da “rematori” a “timonieri”.

Una centralità che la PA può acquisire anche grazie ad un accurato uso delle nuove tecnologie che facilitano la messa in comune di risorse fisiche e competenze quali l’open source, l’open data e il cloud computing [a tale proposito segnaliamo gli atti del convegno conclusivo di FORUM PA 2011 in cui si è parlato proprio di questo].

Nel caso più recente del Cloud Computing non a caso gran parte dei governi dei principali paesi occidentali ha avviato iniziative relative all’adozione di questo approccio in ambito governativo, il cosiddetto G-Cloud.
Uno dei primi paesi a muoversi è stato il Canada con il suo “Cloud Computing and the Canadian Environment” presentato nel 2009. A seguire il noto documento di Vivek Kundra, Federal Chief Information Officer del governo degli Stati Uniti “State of Public Sector Cloud Computing”. Molto interessante, ancora, l’iniziativa portata avanti nel Regno Unito sintetizzata nel documento “Government Cloud Programme”, così come le iniziative dei governi australiano, danese e giapponese.

In tutti questi casi, le tecnologie vengono utilizzate per accelerare dei processi di cambiamento i cui obiettivi comuni a tutte le iniziative sono:

  • ridurre i costi di esercizio della macchina pubblica;
  • migliorare i servizi pubblici esistenti e introdurre di nuovi;
  • razionalizzare le risorse esistenti;
  • sostenere la crescita economica e la creazione di posti di lavoro;
  • ridurre l’inquinamento.

In Italia, purtroppo, ancora niente e alla crisi, particolarmente minacciosa in questi ultimi giorni, si risponde con tagli lineari che paralizzano l’attività pubblica. Per eliminare gli sprechi, dimostrano gli altri paesi, non è necessario o comunque sufficiente tagliare le spese ma è indispensabile investire in innovazione, intesa nel senso più ampio dal punto di vista culturale, organizzativo e tecnologico. Modelli e strumenti ci sono, si tratta “semplicemente” di farli propri.

Gov. 2.0, facciamo il punto

Il vantaggio per un paese come il nostro che sui temi dell’innovazione insegue, un po’ arrancando, gli altri è che ha la possibilità di arrivare sulle cose quando in altri paesi già si fanno bilanci. E così, mentre in Italia stanno arrivando i primi evangelisti dell’open government, proliferano i post e si rivendicano improbabili primogeniture sui temi emergenti, negli Stati Uniti è tempo di fare il punto sulle cose fatte. Approfitto allora di due eventi recenti per cercare di interpretare lo stato dell’arte. Il primo è il Gov 2.0 summit che si è tenuto a Washington il 7 e l’8 settembre che ho seguito a distanza grazie alla ricchezza dei materiali resi disponibili on line; il secondo, che si è tenuto a Roma il 10 settembre, presso l’Ambasciata degli Stati Uniti, a cui ho invece avuto la possibilità di partecipare direttamente ha registrato la testimonianza, in videoconferenza con gli Stati Uniti, di Stacy Donohue, Clay Johnson e Noel Dickover.

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Linee guida For Dummies

Uno degli strumenti più utili per la diffusione di saperi e competenze tecniche o riconducibili a strumenti innovativi, è stata la linea editoriale For Dummies. Libri e manuali “per stupidi” che hanno permesso l’alfabetizzazione informatica di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.

Al di là del titolo provocatorio, i 1.700 titoli della collana fino ad oggi pubblicati sono tutti caratterizzati da completezza del tema trattato e da chiarezza espositiva: un valido e completo strumento, dunque, esplicitamente realizzato per fare in modo che chiunque possa essere messo in grado di utilizzare un nuovo software o servizio e per “fare ogni cosa semplice”.

Leggendo la versione definitiva delle Linee guida per i siti web della PA pubblicate qualche settimana fa sul sito del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione mi è venuto immediatamente ed inevitabilmente l’accostamento con la nota collana.

Si legge nella pagina che le presenta: “Il documento da un lato illustra i principi criteri generali per accompagnare le pubbliche amministrazioni nell’attuazione degli indirizzi contenuti nella Direttiva Brunetta n. 8 del 2009 (descrivendo gli interventi da realizzare ai fini del miglioramento della qualità del web), dall’altro definisce le modalità e i passi necessari per l’iscrizione al dominio “.gov.it” (che garantisce la natura pubblica dell’informazione e l’appartenenza di un sito a una pubblica amministrazione). Vengono altresì affrontati possibili percorsi operativi e le relative azioni che una pubblica amministrazione può intraprendere nel caso in cui gli interventi da porre in essere riguardino, ad esempio, la riduzione dei siti web e la razionalizzazione dei contenuti online. Una particolare attenzione è stata prestata nella definizione di una mappa di contenuti minimi che per legge i siti web istituzionali devono includere, di fatto semplificando il rispetto dei diversi adempimenti vigenti. Oltre a un inquadramento generale sui criteri e sugli strumenti per il trattamento dei dati e della documentazione pubblica, le Linee guida forniscono i principi generali per le pubbliche amministrazioni che vorranno confrontarsi su temi innovativi quali la customer satisfaction, le rilevazioni di qualità attraverso il benchmark tra amministrazioni, il confronto e l’interazione dei cittadini. Completano il documento una serie di approfondite appendici tecniche”.

Il documento non tradisce gli obiettivi che si prefigge che anzi raggiunge con completezza e chiarezza. Una vera guida per Dummies nel perfetto stile della collana. Ma, è di questo che ha bisogno, in questo momento, la nostra Pubblica Amministrazione? Forse sì nel caso di alcuni che si sono persi nei meandri e spesso nelle contraddizioni delle diverse leggi e normative ma sicuramente il lavoro non risponde ai bisogni di coloro, e sono molti, che da decenni tentano di innovare la pubblica amninistrazione quotidianamente,  sperimentando ed implementando nuove soluzioni e strumenti.

In merito alle aspettative di chi cerca di innovare la PA dal basso sono due gli aspetti che le Linee Guida in parte trascurano.

Il contesto abilitante. La Pubblica Amministrazione si trova ora in un momento storico per cui è chiamata a dare di più (in termini di servizi, di efficienza) spendendo di meno. Un obiettivo, questo, che non si può raggiungere seguendo vecchi approcci basati su logiche autoreferenziali o facendo fune tuning dell’esistente. C’è bisogno di un contesto abilitante definito dalla politica e in cui l’innovazione nella Pubblica Amministrazione assuma la centralità di cui necessità, altrimenti si rischia che i principi ma anche le normative alla base del documento rimangano dei semplici enunciati o degli esercizi legisltativi. Scorrendo proprio il contesto normativo ben descritto dalle Linee viene da chiedersi che fino ha fatto l’applicazione della direttiva del 24 marzo 2004 sulla qualità dei siti “non solo come strumenti per la rilevazione della qualità ex-post, ma anche come metodologia di rilevazione ex-ante delle esigenze dei cittadini, con lo scopo di milgiorare la performance dei servizi”. Quante sono le pubbliche amministrazioni che prima di progettare o varare un servizio ricorrono ad un’indagine per identificare i bisogni dei cittadini o, comunque, dei destinatari di un intervento? Stesse considerazioni valgono per il  tema dell’accessibilità, perché a sei anni dall’emanazione della cosiddetta legge Stanca gran parte di siti pubblici non risponde ai criteri minimi di accessibilità? E così via fino ad arrivare al tema della trasparenza con l’episodio culmine di quest’estate relativo alla legittimità o meno dell’utilizzo della PEC  in uno specifico contesto e che ha visto contrapposti il Ministero dell’innovazione e della pubblica amministrazione e il Ministero dell’Istruzione e dell’Università.

La saggezza delle folle. Se si vuole innovare e migliorare è necessario farlo consultando, con un processo sempre aperto, i diversi attori coinvolti dal cambiamento. Chiamiamo questo Web 2.0, crowdsourcing o open government, per citare solo alcuni dei termini in voga, ma il principio rimane lo stesso:  le nuove tecnologie e i social network sono uno strumento formidabile a disposizione dei diversi governi per coinvolgere i diversi attori sociali (dipendenti pubblici semplici cittadini, aziende, associazione del non profit) nella creazione di valore pubblico (3). La redazione delle Linee Guida si è avvalsa del contributo scaturito da una consultazione pubblica durata due mesi. E’ già qualcosa, destino peggiore è capitato al Codice Azuni che si è “avvalso” di una consultazione tramite una lista chiusa e moderata tenuta aperta per i trenta giorni di Agosto. Sicuramente, sarebbe stato di grande utilità proporre un  ambiente come quello gestito dal Federal Web Managers Council dell’amministrazione USA con il sito Webcontent.gov in cui vengono sì proposte delle linee guida ma anche metodologie, soluzioni e buone pratiche di riferimento  e, soprattutto, viene dato spazio a una community di webmaster, innovatori, decisori in cui  è possibile proporre e scambiarsi suggerimenti, proposte ed esperienze. Simile approccio è quello del COI – Central Office of Information – dove le linee guida pubblicate sui diversi aspetti dell’’egovernment sono presentate in un ambiente dinamico e sempre aggiornato con uno  spazio per il contributo dei diversi attori coinvolti.  Due esempi di come l’ascolto e il convolgimento del pubblico possa diventare non un episodio isolato ma un processo sempre aperto e di scambio continuo.

Tornando alle Linee Guida, complimenti per il lavoro svolto, ma ora cerchiamo di andare avanti investendo la politica delle responsabilità che le sono proprie. Come scrive Stephen Goldsmith (1) nel suo libro appena presentato non possiamo continuare a gestire problemi orizzontali complessi seguendo logiche gerarchiche verticali (2): per innovare, soprattutto in un paese in difficoltà, c’è bisogno di obiettivi e scenari condivisi, di introdurre approcci e strumenti nuovi in grado di gestire la complessità crescente.

(*) FOR DUMMIES® is a registered trademark of Wiley Publishing, Inc.

(1) Stephen Goldsmith è professore ad Harvad di scienze politiche e amministrazione pubblica, è stato sindaco di Indianapolis e ora Bloomberg, non ha caso, lo ha chiamato  a fare il suo vice a New York.
(2) Stephen Goldsmith, Gigi Georges, Tim Glynn Burke, Michael R. Bloomberg (Foreword by) The Power of Social Innovation: How Civic Entrepreneurs Ignite Community Networks for Good.