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Per una seconda fase degli Open Data in Italia*

L’Open Data Day, celebrato a livello internazionale, è sicuramente l’occasione per una riflessione su quella che è stata in questi anni la via italiana agli Open Data e su quali siano le sfide da affrontare. Quella che possiamo chiamare, infatti, la prima fase degli Open Data è da considerare conclusa anche da noi. Una volta, parlando di questo processo, Tim Berners Lee scriveva che il percorso di liberazione degli Open Data deve partire dall’alto, dal livello intermedio e dal basso. Ed è quello che è successo negli ultimi tre anni anche in Italia[2].

Il livello più basso è quello che si è attivato prima con il sorgere di associazioni e di comunità che hanno sollecitato le prime iniziative e, soprattutto, contribuito al nascere di una cultura del dato aperto anche da noi. Fra le tante iniziative le più significative da citare sono sicuramente Gli Stati Generali dell’Innovazione[3] e la comunità di Spaghetti Open Data[4] così come l’Associazione Openpolis[5].

Il livello intermedio ha registrato il protagonismo soprattutto delle regioni come Piemonte, Emila Romagna e Veneto che a lungo hanno mantenuto la primogenitura tra gli enti locali intermedi. Importante, in quella fase, la discesa in campo di una grande azienda quale Enel[6] e, soprattutto, la presa di posizione del più grande e importante produttore di dati italiano: l’ISTAT[7][8].

Al terzo livello, infine, le azioni che provengono dal Top, come direbbe Berners-Lee, portate avanti a livello governativo, di carattere sia normativo sia operativo. Dal punto di vista normativo, come al solito, nel nostro paese non ci si è risparmiati producendo un framework complesso e, per alcuni tratti, contraddittorio[9]. Ma è dal punto di vista politico e operativo che la strada italiana agli open data è stata segnata in un primo momento da un’insolita vitalità che ha portato istituzioni, associazioni e parte politica (i rappresentanti dei tre livelli) a collaborare insieme. Una delle prime iniziative risale al marzo 2011 con il progetto MiaPA[10], che ha portato alla pubblicazione del primo database in formato aperto degli indirizzi della pubblica amministrazione (RubricaPA)[11] e alla definizione e alla diffusione della licenza Italian Open Data License v1.0[12] per la pubblicazione dei dati pubblici da parte delle diverse pubbliche amministrazioni

Ma è con il lancio di tre iniziative concrete e congiunte che si è dato un importante contributo alla causa degli open data in Italia[13]:

  • il portale dati.gov.it [14]il Portale dei dati aperti della PA, nato per consentire a cittadini, sviluppatori, imprese, associazioni di categoria e alle stesse pubbliche amministrazioni di pubblicare ed usufruire dei dati aperti della Pubblica Amministrazione. Partendo dalle esperienze già in corso, il portale è stato creato per valorizzare le esperienze esistenti così come per sensibilizzare e supportare le amministrazioni che ancora non hanno messo in cantiere iniziative specifiche;
  • la pubblicazione del Vademecum Open Data. Come rendere aperti i dati delle pubbliche amministrazioni, che si proponeva come il primo strumento per supportare operativamente le pubbliche amministrazioni nella pubblicazione dei loro dati[15];
  • il contest Apps4italy, un concorso aperto a cittadini, associazioni, comunità di sviluppatori e aziende per progettare soluzioni utili e interessanti basate sull’utilizzo di dati pubblici, capaci di mostrare a tutta la società il valore del patrimonio informativo pubblico. Il Contest è stato un esempio della collaborazione auspicata tra i diversi attori impegnati sui temi degli open data: nato dal basso, come idea di associazioni e singoli impegnati su questi temi, ha coinvolto nel suo percorso importanti istituzioni pubbliche e private diventando, nella sua forma presentata oggi al pubblico, un’importante iniziativa che lega il Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione agli altri attori attivi nei diversi territori[16].

Una partenza che, inevitabilmente, non poteva essere sostenuta da una cultura consapevole e diffusa all’interno della PA italiana. Una nostra indagine tra la community di FORUM PA (prevalentemente di dipendenti pubblici) lanciata nel febbraio 2012 registrava che solo il 7% ha una conoscenza approfondita del tema, appena il 28% buona, il 39% sufficiente e il 26% addirittura scarsa[17].

Un primo bilancio

Questi due anni passati dai primi vagiti dell’Open Data in Italia non sono trascorsi senza ulteriori novità. E’ cresciuto il numero delle amministrazioni coinvolte, si è rafforzata la struttura normativa[18] sono nate soluzioni innovative. Tra tutte, sicuramente una delle più interesanti è stata la presentazione del portale OpenCoesione, voluto fortemente dall’allora ministro Barca “è il primo portale sull’attuazione degli investimenti programmati nel ciclo 2007-2013 da Regioni e amministrazioni centrali dello Stato con le risorse per la coesione. I dati sono pubblicati perché i cittadini possano valutare se i progetti corrispondono ai loro bisogni e se le risorse vengono impegnate in modo efficace”. Ma, appunto, OpenCoesione rappresenta una eccezione rispetto alla maggior parte delle iniziative portate aventi in questi anni[19]. Volendo fare un primo bilancio due sono gli aspetti su cui probabilmente conviene riflettere.

Il prevalere di una cultura della trasparenza statica. Per molte amministrazioni la pubblicazione dei dati viene vissuta come un’ulteriore incombenza piuttosto che un’opportunità, anche i database pubblicati spesso non rispondono ad una necessità o una domanda specifica ma una mera logica di opportunità o disponibilità. La disomogenea diffusione territoriale delle iniziative. La mappa pubblicata nel portale dati.gov.it è eloquente[20]: gran parte dei data store italiani sono al centro-nord e le cartina che ci viene restituita è quella di un Italia divisa in due che ben conosciamo[21]. Esiste dunque una questione meridionale con gli Open Data? Non esattamente, esiste un problema, grave, in assoluto, sulla capacità di innovare (dal punto di vista organizzativo, procedurale e tecnologico) nel SUD del nostro paese. Se passiamo dai dati aperti al tema più complessivo delle Smart City i risultati sono gli stessi. La seconda edizione del nostro studio ICity Rate[22] ha confermato le tendenze in atto: tra le città capoluogo di provincia la prima città del SUD che appare in classifica è Cagliari che registra il 47°posto in assoluto e raccoglie 375 punti contro i 515 della capolista Trento[23].

E’ evidente che manchi qualcosa. In nessun altro paese il dibattito e la prassi sugli Open Data sono stati relegati nell’angusto spazio del dibattito normativo, ad una dialettica tra adempimenti e la loro evasione.

Il futuro del governo

I diversi processi di innovazione in corso che investono la maggior parte delle pubbliche amministrazioni non possono essere ridotti a mero esercizio tecnologico o, peggio ancora, normativo ma devono essere ricondotti alla più ampia riflessione su quali saranno le forme istituzionali ed organizzative più idonee ad affrontare le sfide. La crisi che stiamo vivendo non è limitata ai processi in corso ma anche ai modelli e agli approcci fino ad oggi utilizzati. Questa considerazione vale ancora di più per la Pubblica Amministrazione che si trova sempre meno risorse (di natura finanziaria ma anche organizzativa e culturale) per affrontare sfide e problemi di natura sociale, economica e culturale sempre più complessi e articolati.

Per questo motivo in gran parte dei paesi occidentali si stanno sperimentando e imponendo nuovi modi di intendere il governo e la pubblica amministrazione e, soprattutto, il rapporto tra la PA e i cittadini governati[24].

Secondo l’enfasi e la centralità accordati ad un aspetto piuttosto che ad un altro, possiamo parlare di innovazione sociale, governo della rete, innovazione civica, innovazione empatica, sharing economy o open government (solo per citarne alcuni).

Differenti approcci che però condividono importanti dimensioni in comune:

  • priorità ai valori sociali
  • visione sistemica
  • centralità ai beni relazionali
  • coesione sociale
  • attenzione per i beni comuni
  • importanza del capitale sociale
  • ritrovata centralità della dimensione “comunità” e territori

Le difficoltà nel nostro paese nell’adottare nuovi modelli operativi è il prevalere di una cultura di governo che segue la logica bipolare tipica di un’amministrazione autoritaria che parte dal presupposto che le amministrazioni hanno il monopolio del bene pubblico e i cittadini, nei diversi ruoli di utenti, pazienti, clienti o assistiti, ne sono i semplici destinatari.

Il superamento di questa logica e l’adozione di una prospettiva che veda i cittadini portatori non solo di bisogni ma anche di competenze, apre la strada a nuove forme di collaborazione, all’applicazione di quel principio di sussidiarietà che tramite la partecipazione civica crea valore pubblico.

Nascono cosi, per ora prevalentemente a livello sperimentale nel nostro paese, nuove forme di relazioni pubblico- privato basate sul crowdsourcing, sul co-design e sulla condivisione. Un’attività di sperimentazione che nasce soprattutto dal basso, nelle città, da sempre luoghi deputati all’innovazione e dimensione istituzionale più prossima nei rapporti con i cittadini.

Oltre la trasparenza

In questo contesto la trasparenza non è una concessione che arriva dall’alto ma è la sostanza stessa del rapporto di fiducia instaurato tra cittadini e politica e tra cittadini e amministrazione. E’ il presupposto per il sostegno alla definzione di una cittadinanza attiva e partecipata.

I dati sono un bene pubblico la cui disponibilità in termini di Accessibilità, Autenticità e Accuratezza deve essere garantita ma il loro vero valore discende dall’uso che se ne fa, dal processo di appropriazione sociale[25]. Il civic hacking diventa quindi un processo sociale in grado di produrre innovazione civica. Le cinque stelle di Tim Berners Lee sono state da tempo affiancate da quelle di Tim Davies[26] il cui tentativo è stato di “contestualizzare” più possibile il processo di liberazione dei dati. Un processo che presuppone una totale inversione di prospettiva: i cittadini non sono meri destinatari dell’intervento pubblico ma ne sono parte costituente. La partecipazione civica nella creazione di valore pubblico diventa la finalità principale da abilitare e rafforzare alimentando processi di trasparenza e partecipazione.

Da questa prospettiva, le iniziative di Open Data possono essere riconsiderate proprio sulla base del loro esplicito obiettivo di coinvolgere i cittadini[27] nella soluzione di problemi condivisi. In prima istanza, e senza pretesa di esaustività, si può ipotizzare una scale a quattro livelli.

I quattro step dell’Open Government Data Engagement [28]

Normativo Informativo Collaborativo Abilitante
I dati vengono liberati prevalentemente per adempiere ad una norma I dati vengono liberati all’interno di un contesto abilitante come un portale di dati I dati vengono rappresentati tramite applicazioni specifiche pensando ad un coinvolgimento diffuso. Il rilascio dei dati si inserisce in un contesto collaborativo   finalizzato al soddisfacimento dei bisogni primari delle famiglie e delle imprese I dati e dli strumenti operativi sono rilasciati per e insieme ai cittadini e agli attori locali (imprese, istituzioni locali) al fine di costruire nuovi servizi innovativi e innovare quelli esistentii
La cultura prevalente è la PA verticale basata sulle procedure La cultura prevalente è quella e-gvovernment La cultura prevalente è quella della trasparenza dinamica, dell’opengovernment e della cittadinanza attiva La PA condivisia , adottando in pieno il paradigma dell’opengovernment. Si realizzi il principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale, favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale
I cittadini sostanzialmente non sono convolti e si crea rischio di Digital DIvide Il pubblico principale è composto prevalentemente da Hacker, Data Journalist, Watchdogs Vengono raccolti i feedback dei cittadini, viene incentivata la partecipazione il monitoraggio sui dati. Si sostiene la creazione di community Vengono coinvolti in tutte le fasi: dall’analisi dei bisogni alla manutenzione del dato, al codesign dei servizi. Nuove forme di partecipazione alle decisioni e al controllo dei loro effetti nella comunità
Sezione valutazione trasparenza e merito del decreto trasparenza I portali dati.dov regionali e metropolitani Openmunicipio, E-part, Monithon. A scuola di Open Coesione
Browse, Search, , Extract, Download, Collecting Data, Data Divide Visualize, Contextualise, Report Filter data, Combine Data, Community, API, Inclusion, Connecting Data, Apps, Infographics Co-design, Empowerment, Enabling State, Co-governance, Civic Innovation, Data Driven decision

Il senso della riflessione è decisamente semplice: fino ad oggi molti processi innovativi nella PA (dal punto di vista tecnologico, istituzionale e organizzativo) sono stati comunque inseriti in un contesto dato, caratterizzato e definito da una pubblica amministrazione burocratica e gerarchica che per molti anni ha interpretato il proprio ruolo operando come monopolista del bene pubblico. Questo contesto ha spesso ridotto importanti fattori innovativi a pure norme da osservare in una logica attenta alle procedure piuttosto che agli obiettivi.

Il rischio che un movimento, un’innovazione, un processo come quello degli Open Data subisca la stessa sorte è fortissimo soprattutto se lasciato nelle mani dei giuristi e degli amministrativisti. In questi ultimi anni in Italia si è fatto abbastanza ma non a sufficienza puntando troppo su una logica di mera liberazione del dato e troppo poco sulla diffusione della cultura che ne ne dovrebbe essere alla base. La scorsa settimana abbiamo ripetuto tra la nostra community un’indagine che lanciammo esattamente due anni fa finalizzata a capire quali siano stati in questi mesi i cambiamenti di atteggiamento nei confronti degli Open Data. I risultati, però, dimostrano che ci stiamo muovendo troppo lentamente. Ad esempio alla domanda “Come definirebbe la sua conoscenza degli Open Data” nel 2012 riposero scarsa o sufficente il 65,7% dei rispondenti, nel 2014 tale percentuale è scesa si, al 58,6% ,ma probabilmente non quanto ci avremmo potuto aspettare. Quando invece abbiamo chiesto in quale fase l’Italia fosse nell diffusione degli Open Data questi sono stati i risultati nei due anni di confronto : Discussione e approfondimento (per il 29,6% nel 2012 e 29,8% nel 2014), di sperimentazione in alcune realtà (per il 52,4% nel 2012 e per il 58,3 nel 2014),di progressiva applicazione (8,6% nel 2012 e 8,1% nel 2014). L’unico aspetto positivo, la diffusa consapevolezza che stanno aumentando le esperienze di iberazione dei dati. Alla domanda se gli intervistati erano a conoscenza di amministrazioni che hanno liberato i dati, in due anni i “sì” sono passati dal 30 al 51%. [qui tutti i risultati]

E’ urgente, quindi, l’avvio di una seconda fase. Dopo il consolidamento delle esperienze accumulate, bisogna immaginare e definire nuovi obiettivi che vadano oltre il principio della trasparenza fine a se stessa ma che siano finalizzati a sostenere il cambiamento per una nuova pubblica amministrazione in cui il cittadino, i suoi bisogni, ma anche le sue competenze informino di se tutta l’azione pubblica. L’Open Data Engagement ben interpreta questa esigenza creando nuovi spazi e strumenti di collaborazione tra le diverse parti in campo. E’ evidente che, alzando l’asticella degli obiettivi da raggiungere, si sollevano nuove questioni legate alle capacità dei diversi attori in campo (cittadini, associazioni e PA) di raccogliere la sfida.

Il rischio, quando si parla di innovazione è di creare nuove forme di esclusione sociale o, comunque, delle azioni abilitanti un ristretto numero di persone e cioé di “empowers the already empowered”[29]. Promuovere il coinvolgimento dei cittadini significa quindi far ricorso ad azioni attive a cominciare dalla formazione e dal coinvolgimento delle giovani generazioni con iniziative come “A scuola di Open Coesione[30] che dimostrano la giusta sensibilità e il giusto approccio istituzionale nel sostenere la partecipazione.

Le competenza, in Italia, ci sono così come un patrimonio di energie vitali che sta portando avanti sperimentazioni di grande valore. Per non disperdere il capitale accumulato e non perdere anche questa partita con gli altri paesi è necessario però che anche la politica faccia, finalmente, il suo mestiere dando forza e sostegno a un processo che può diventare determinante nel riavvicinare i cittadini alla vita politica e civica del nostro paese.


NOTE

* Il presente articolo riprende e ampia uno da me scritto in occasione del lancio delle iniziative italiane di Open Data. Gianni Dominici, Open Government e Open Data, la prospettiva e la speranza italiana, Smart Innovation, 17 ottobre 2011. Alla revisione del testo hanno partecipato Vittorio Alvino e Vincenzo Patruno che mi hanno dato preziosi suggerimenti. La responsabilità di quanto affermato rimane, ovviamente, la mia.

[2] Open Data Study, in Open Society Foundation, Maggio 2010.

[3] Gli Stati Generali dell’innovazione “sono nati per iniziativa di alcune associazioni, movimenti, aziende e cittadini convinti che le migliori opportunità di crescita per il nostro Paese sono offerte dalla creatività dei giovani, dal riconoscimento del merito, dall’abbattimento del digital divide, dal rinnovamento dello Stato attraverso l’Open Government”.

[4] Spaghetti Open Data si autorappresenta così: “Siamo un gruppo di cittadini italiani interessati al rilascio di dati pubblici in formato aperto, in modo da renderne facile l’accesso e il riuso (open data). Ci sembra che questa pratica sia utile per alimentare la discussione sulle scelte che ci attendono; rendendo facilmente accessibili informazioni di qualità alta, contribuirà a renderla più razionale, allargata e fondata sui dati. Con tutti i suoi difetti, la nostra democrazia è un grandissimo dono che ci hanno fatto le generazioni passate: il minimo che possiamo fare, tutti insieme, è cercare di averne cura.”

[5] Associazione Openpolis: “Colleghiamo i dati per fare trasparenza, li distribuiamo per innescare partecipazione, strumenti liberi e gratuiti per aprire la politica.”

[7] Chiara Buongiovanni e Tommaso Del Lungo, Enrico Giovannini, ISTAT su Open data Italia, Smart Innovation, 20 ottobre 2011.

[8] Tra le esperienze più significative della prima fase di liberazione degli Open Data segnaliamo l’esperienza dellaCamera dei Deputati e delCnr, oltre a diverse amministrazioni locali (tra cuiRegione Piemonte, Regione Emilia-Romagna,Regione Veneto,Comune di Udine,Comune di Firenze)

[9] Solo per citare alcuni interventi alla data del 2010:

■  l’ Art. 21 della legge 69/2009 (trasparenza dei curricula e degli stipendi);

■  l’ Art. 11 del d.lgs 150/2009 (la sezione trasparenza valutazione e merito sui siti pubblici);

■  la Delibera n.105/2010 della Civit (la trasparenza dinamica e l’elenco dei dati che le amministrazioni devono esporre sui loro siti);

■  l’ Art. 52 comma 1-bis del Codice dell’Amministrazione Digitale, d.lgs 82/05 e d.lgs 235/2010 (promozione della diffusione e dell’utilizzo dei dati, obbligo di esporre i dati in formato aperto);

■  le Linee Guida per i Siti Web della PA – 2011 (è lo strumento per il miglioramento continuo della qualità dei siti web pubblici e specifica le caratteristiche dei dati aperti);

■  le Linee Guida per la stesura di convenzioni per la fruibilità di dati delle pubbliche amministrazioni – art. 58 comma 2 del CAD (indicano le modalità per consentire la fruibilità dei dati fra amministrazioni).

[10] Il progetto MiaPA fu proposto dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, insieme a Formez e FORUM PA. Per un approfondimento confronta MiaPA e il social check-in nella Pubblica Amministrazione, Saperi PA, 26 febbraio 2011.

[12] Vedi l’intervento di Salvatore Marras, Italian Open Data License, un licenza per i dati pubblici italiani, Saperi PA, 10 maggio 2011

[13] Vincenzo Patruno, Open Data, Italy has awoken, The Open Knowledge Foundation, novembre 2011.

[15] Il Vademecum è scaricabile dal sito del Formez PA

[16] ForumPA: Il premio Apps4Italy intitolato a Melissa Bassi e alle vittime dell’attentato di Brindisi, Saperi PA, 19 maggio 2012. Vedi anche Webinar Dati aperti per usi intelligenti: parte il contest Apps4Italy!, Saperi PA, 19 maggio 2012. Una recente riflessione di quell’esperienza la trovate su Apps4Italy: dove sono le startup premiate nel 2012?, Wired.it. Febbraio 2014

[17] Michela Stentella, PanelPA “Open data: l’Italia s’è desta?”, Saperi PA, 2 marzo 2012

[18] Tra tutti il più importante è l’introduzione anche in Italia del principio ‘open by default’, effetto della conversione in legge dell’Art. 9 del Decreto Legge 18 ottobre 2012 n. 179 che modifica l’art.52 del Codice dell’Amministrazione Digitale.

[19] Sicuramente un altro esempio interessante è legato alla comunità che si è creata in Italia, grazie soprattutto all’impegno di Maurizio Napolitano e Simone Cortesi, intorno al progetto internazionale di http://www.openstreetmap.org “OpenStreetMap è una mappa del mondo, creata da persone come te e libera di utilizzare sotto licenza aperta.” Infine, come, esempio di eccellenza il lavoro svolto con “La bussola della trasparenza” della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

[20] Confronta “Dove sono i data store italiani?” su dati.gov.it

[21] A fronte del problema complessivo fanno ben sperare le recenti esperienze di Matera,Palermo eBari

[22] Gianni Dominici e Marta Pieroni, ICity Rate. La classifica delle città intelligenti italiane, FORUM PA edizioni, 2013

[23] Il problema è un po’ di sempre: anche la tua fase delle reti civiche e dell’egovernment ha registrato, in Italia, un sostanziale affanno dei territori del SUD vedi, tra gli altri, Gianni Dominici e Marta Pieroni, Le città digitali in Italia, 9° Rapporto, Franco Angeli, Mialno 2007

[24] Solo per fare un esempio il 6 febbraio scorso siamo stai invitati a Bruxelles al workshop “Public Services for Businesses: recipes for supporting growth”, in quella occasione da parte della commissione europea è stato distribuito il draft di “A vision for public services, with the aim of outlining the long-term vision for a modern and open public sector and the way public services may be delivered in an open government setting (enabled by ICT), i.e. how public services may be created and delivered seamlessly to any citizen and business at any moment of time.”

[25] “Open government data is a sort of civic capital, a raw material that can be transformed like a diamond in the rough into something far different ana much more powerful” in Joshua Tauberer, Open Government Data, Edizione Kindle, 2012, posizione 763

[26] Le cinque stelle di Tim Davies sono:

★ Be demand driven

★ ★ Put data in context

★ ★ ★ Support conversation around data

★ ★ ★ ★ Build capacity, skills and networks

★ ★ ★ ★ ★ Collaborate on data as a common resource

[27] Interessante a sostegno di questo approccio: Brett Goldstein e Lauren Dyson, Beyond Transparency, Open Data and the Future of Civic Innovation, Code for America Press, San Francisco, CA, 2013. Il libro raccoglie una serie di contributi di progetti di Open Data in ambito urbano e viene così introdotto: “It seeks to move beyond the rhetoric of transparency for transparency’s sake and towards action and problem solving. Through these stories, we examine what is needed to build an ecosystem in which open data can become the raw materials to drive            more effective decision-making and efficient service delivery, spu economy activity, and empower citizens to take an active role in improving their own communiities”

[28] Come tutti i modelli si stratta di una esemplificazione di una realtà complessa che però può essere utile per meglio capire le diverse sfaccettature dei processi in corso. Nei prossimi mesi proveremo ad applicare il modello alle diverse esperienze italiane per poi proporre una riflessione ad un convegno di confronto nel corso del prossimo FORUM PA

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La partecipazione tradita (e alcune riflessioni sulla Cittadinanza Attiva)

Il 2013 è stato intitolato dall’Unione Europea come “Anno europeo dei cittadini” , con il duplice obiettivo di promuovere la conoscenza dei diritti legati alla cittadinanza europea e di stimolare il dialogo tra i diversi livelli di governo, la società civile e il mondo delle imprese per individuare quale sia, da qui al 2020, l’Europa auspicata dai cittadini in termini di diritti, di politiche e di governance.

L’attenzione delle istituzioni europee ai cittadini, per quanto necessariamente simbolica in iniziative di questo tipo, ci è di stimolo per riflettere su come, a livello internazionale, il rapporto tra governi e cittadini stia mutando fortemente fino a portare, in molti paesi, all’inaugurazione di un nuovo modo di intendere il concetto e lo status di “cittadinanza”(1). E questo sta accadendo come risultato dell’interazione tra due approcci distinti ma altamente complementari:

  • il primo approccio è legato al modello dell’open government e dell’open data, per cui nella relazione con i cittadini si adotta una logica di accountability, traducibile nella volontà e nella capacità di render conto dell’attività svolta. Su Wikipedia l’open government viene così definito: ”Con l’espressione open government – letteralmente governo aperto – si intende un nuovo concetto di governance a livello centrale e locale, basato su modelli, strumenti e tecnologie che consentono alle amministrazioni di essere “aperte” e “trasparenti” nei confronti dei cittadini. In particolare l’open government prevede che tutte le attività dei governi e delle amministrazioni dello stato debbano essere aperte e disponibili al fine di favorire azioni efficaci e garantire un controllo pubblico sull’operato”. In questo modello i diritti di cittadinanza vengono arricchiti dalla possibilità, resa concreta nelle pratiche di amministrazione, di seguire e controllare le attività che riguardano e interessano (2) i cittadini stessi;
  • il secondo approccio è legato alle funzionalità stesse della pubblica amministrazione, messe sempre più in discussione dalla drammmatica riduzione delle risorse disponibili. Già nel 2008 scriveva l’OECD: ”Governments alone cannot deal with complex global and domestic challenges, such as climate change or soaring obesity levels. They face hard trade-offs, such as responding to rising demands for better quality public services despite tight budgets. They need to work with their own citizens and other stakeholders to find solutions”(3). Nella sostanza è quello che noi abbiamo scritto molte volte, con altre parole: i governi di tutto il mondo si trovano a dover fare di più spendendo di meno e possono riuscirci solo con l’aiuto dei cittadini.

In quest’ottica l’eGovernment è stata una promessa mancata. Come scrive Francesca Di Donato: “Si tratta di un vero e proprio fallimento strategico: i servizi offerti non rispondono ai bisogni e agli interessi reali degli utenti; gli sforzi per includere chi è a rischio di esclusione sono insufficienti; sussistono barriere tecniche che limitano l’usabilità dei siti”(4). Alla base di questo fallimento c’è stato l’errore di considerare i destinatari dei servizi, i cittadini, come semplici utenti. Un errore che il nuovo approccio non intende ripetere, coinvolgendo perciò i cittadini in tutte le fasi che descrivono il processo di erogazione dei servizi. Per questo finalmente si parla di crowdsourcing e di co-design dei servizi (5).

Quelli brevemente tracciati sono dunque due approcci che, partendo da necessità apparentemente diverse, finiscono per ridefinire, arricchendolo, il rapporto governo-cittadini, introducendo nuove forme di collaborazione e partecipazione: il cittadino ha la possibilità, come mai era successo prima d’ora, di intervenire ed essere parte attiva nella gestione della cosa pubblica.

Se queste sono le tendenze registrabili a livello internazionale, purtroppo in Italia, per ora, siamo prevalentemente fermi allo stadio delle buone intenzioni, salvo alcune esperienze nel campo degli open data e alcune notevoli iniziative nate dal basso come quelle portate avanti dall’associazione Openpolis, in particolare con i progetti Openparlamento e OpenMunicipio.

In questo momento promuovere la cittadinanza attiva, come abbiamo detto, non è solo un’azione virtuosa dell’amministrazione, ma è anche e soprattutto una necessità, laddove l’obiettivo è rendere più efficace l’azione pubblica.
Per questo dovremmo approfittare dell’Anno Europeo dei Cittadini promosso dalle istituzioni dell’Unione, per portare all’attenzione dell’attuale dibattito politico i temi della cittadinanza attiva.

La Giornata della Cittadinanza Attiva a FORUM PA 2013, 30 maggio 2013, Palazzo dei Congressi Roma. Atti on line!


Per quanto ci riguarda partiremo da qui per indagare, come sempre ci piace fare, forme, approcci e pratiche di questo elemento  che è diventato ormai un must dei modelli di amministrazione emergenti e che spesso viene tirato dentro discorsi politici, dichiarazioni di intenti e programmi d’azione senza sufficiente cognizione di causa e con forte rischio di “depotenziamento” della sua portata (per dei versi) rivoluzionaria.

Questo percorso ci porterà  al prossimo FORUM PA, a Roma dal 28 al 30 maggio 2013,  in occasione del quale abbiamo indetto una Giornata dedicata alla Cittadinanza Attiva, con iniziative e momenti di incontro e di confronto dedicati agli operatori ma anche agli stessi cittadini. Una giornata che metta insieme istituzioni e cittadini in una logica di ascolto reciproco, improntata su quei principi di trasparenza, partecipazione e collaborazione a cui si ispirano gran parte dei governi e che dovrebbero essere elementi fondativi della politica del prossimo governo italiano.


1 Vedi anche l’articolo Dominici, G. (2012). Capitolo 2. Il cittadino al centro | Saperi PA. http://saperi.forumpa.it/story/50914/il-cittadino-al-centro
2 Interessante per i movimenti a livello internazionale Sifry, M.L. (2011). Oltre WikiLeaks : il futuro del movimento per la trasparenza (Milano: EGEA).
3 OECD (2008). Focus on citizens: public engement for better policy and services. Vedi anche (2010). Towards Smarter and more Transparent Government E-GOVERNMENT STATUS
4 Di Donato F. (2010). Lo stato trasparente. Linked Open Data e Cittadinanza Attiva (Editori ETS)
5 Sul co-design , interessante il lavoro fatto in Italia e all’estero da Manzini : SIE Interviews Ezio Manzini | Social Innovation Europe.http://www.socialinnovationeurope.eu/magazine/methodsand-tools/interviews/sie-interviews-ezio-manzini
Baek, J.S., and Manzini, E. (2009). Designing collaborative services on the digital platform. In Proceedings of the Seventh ACM Conference on Creativity and Cognition, pp. 325–326 Vedi anche: OECD (2009). Innovation in public service: working together with citizens for better outcomes

I contest nella PA, scorciatoia o nuovo strumento di partecipazione?

C’è un nuovo termine che si sta diffondendo in modo virale tra le pubbliche amministrazioni di tutto il mondo: contest. Wikipedia così descrive il termine: un evento in cui due o più individui o team partecipano in competizione l’uno con l’altro, spesso per un premio o per un incentivo. Una semplice gara? Sì ma, per modalità di partecipazione e obiettivi, anche qualcosa di più. Tramite i contest le amministrazioni si rivolgono all’”intelligenza collettiva”, come direbbe Lévy, per coinvolgere il pubblico nella definizione di idee, di soluzioni e di proposte per meglio governare la cosa pubblica. Vediamo insieme alcune iniziative.

Le prime organizzazioni a ricorrere al meccanismo del contest sono state, come a volte accade, le aziende private. E cosi Salesforce, azienda che offre servizi di cloud computing, ha lanciato il portale IdeaExchange, una piattaforma tramite la quale i consumatori possono suggerire nuovi prodotti o miglioramenti dei servizi esistenti e interagire con l’azienda e con gli altri clienti. Un’esperienza simile l’ha lanciata Dell Computers con il suo Ideastorm, attraverso cui gli utenti possono partecipare allo sviluppo di nuovi modelli pubblicando idee e suggerimenti.

Ma, come dicevamo, anche la Pubblica Amministrazione ha ben presto fatto proprio il metodo, dando vita ad un ricco patrimonio di iniziative. Tra i primi, il governo del Stati Uniti. Nel 2009, all’indomani della nota iniziativa del presidente Obama “Memorandum on Transparency and Open Government” per un governo più trasparente, partecipativo e collaborativo, il contest fu l’occasione per raccogliere idee e suggerimenti da parte dei cittadini tutti. Proprio grazie al successo dell’iniziativa, al primo contest ne sono seguiti degli altri. E così con Openostop il Governo ha raccolto idee per realizzare l’Open Government Plan. Con l’iniziativa SAVE (Securing Americans’ Value and Efficiency) il Governo si è invece rivolto ai dipendenti pubblici per raccogliere idee per favorire il risparmio nella spesa pubblica e migliorare l’efficienza. Il ricorso alla raccolta di idee viene utilizzato anche per arricchire il dibattito su temi ed iniziative specifiche. E’ il caso di Broadband.gov, usato dal Governo degli Stati Uniti per sostenere un approccio partecipato alla realizzazione del piano di sviluppo della banda larga del Paese, così come di GrassRoots, lanciato con l’obiettivo di raccogliere suggerimenti per la realizzazione della Green Agenda.

Lo strumento dei contest trova applicazione, anzi forse è la dimensione più propria, anche a livello urbano. La città di New York, non a caso da quando Goldsmith ne è diventato il vicesindaco, ha lanciato diversi contest pubblici. Ce ne siamo più volte occupati sul nostro portale. Cito, tra le diverse iniziative, Change By Us e Simplicity Idea Market, particolarmente interessanti per i metodi adottati e per gli obiettivi prefissati. Degna di nota anche l’iniziativa della più piccola città di Austin che con Open Austin si rivolge ai cittadini per raccogliere idee per migliorare il proprio sito internet risparmiando anche sui costi.

Ma non solo gli Stati Uniti si stanno muovendo in questo campo. Il governo della Repubblica Ceca ha addirittura redatto un manuale (in inglese) dal titolo “How to organize a best public partecipation project contest for public”.

E in Italia? Non ci crederete, ma sono diverse le iniziative in corso.
Tra i soggetti pubblici il consiglio regionale del Veneto ha fatto da apripista con un’iniziativa finalizzata a realizzare una campagna di comunicazione per il progetto di E-democracy. Il Comune di Torino con il suo Open Data Contest si è rivolto alla comunità degli sviluppatori per individuare le migliori applicazioni che usassero i dati messi a disposizione e resi pubblici dall’amministrazione comunale. La Regione Emilia Romagna con Ideamocracy ha raccolto in poco più di un mese 65 idee per lo sviluppo di applicazioni web o mobile finalizzate a migliorare la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche.

Dal livello locale a quello nazionale: con 1252 proposte si è appena concluso il contest del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione per raccogliere le migliori idee per la campagna di comunicazione sulle iniziative di riforma della PA avviate in questi tre anni di mandato, mentre è ancora in corso quello lanciato da Italia Lavoro e dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per la creazione di una campagna di comunicazione sui Buoni Lavoro. Innovativo per il nostro Paese è invece Apps4Italy lanciato grazie alla collaborazione di una serie di soggetti pubblici, privati e del non profit per promuovere applicazioni che utilizzino dati pubblici.

Dal punto di vista operativo, le diverse iniziative citate usano internet quale ambiente esclusivo di raccolta e gestione delle proposte tramite specifiche piattaforme commerciali o soluzioni ad hoc realizzate per l’occasione. Tra le piattaforme commerciali la più diffusa è sicuramente Ideascale, che ha una specifica politica di prezzi ed offerte per la pubblica amministrazione. Altre piattaforme generaliste interessanti sono BubbleIdeas (più orientata alle aziende) e UserVoice, anch’essa invece con specifiche offerte per la PA (e infatti utilizzata dalla città di Vancouver per una sua iniziativa). Accanto alle piattaforme generiche, soprattutto utilizzate per raccogliere idee e suggerimenti, esistono poi piattaforme specializzate per contest specialistici. E’ il caso dell’Italiana Zooppa utilizzata per le campagne di comunicazione.

Ma aldilà delle diverse soluzioni tecniche alcuni principi sono comuni a tutte le soluzioni:

  • Il coinvolgimento estensivo del pubblico di riferimento. I diversi contest prevedono non solo la raccolta di contributi ma anche di valutazioni e rating dei contributi stessi da parte dei partecipanti. Il pubblico a cui è rivolto il contest ha la possibilità di votare le idee o i contribut,i partecipando quindi alla selezione stessa delle idee migliori.
  • La dimensione non solo funzionale (raccolta di contributi) ma anche strumentale dei contest. Il contest diventa un formidabile strumento di comunicazione per l’ente che lo utilizza grazie alle capacità virali di internet. Ciascun contributo presentato in un contest può essere reindirizzato sui diversi social media (facebbok e twitter per primi) generando attenzione sul tema trattato. Nel valutare un contest, quindi, il primo riferimento è alla quantità e alla qualità dei contributi raccolti ma anche alla comunicazione che è stato in grado di generare.
  • I contest devono comunque prevedere un meccanismo premiale che può essere in denaro, in prodotti (spesso offerti da sponsor), in incarichi professionali.

Per concludere due riflessioni di natura più politica.

Dal punto di vista politico non ci sono dubbi che i contest possono essere iniziative in grado di supportare la partecipazione civica nella creazione di valore pubblico. I contest rivolti ai dipendenti pubblici possono rafforzare il senso di identità e aiutare i governanti ad individuare cortocircuiti o raccogliere idee di coloro che sono impegnati quotidianamente a far funzionare un’organizzazione. I contest rivolti al pubblico in generale, nello stesso modo, possono aiutare a creare un rapporto di maggiore fiducia con i cittadini così come promuovere un approccio bottom up nella definizione di priorità e delle relative politiche pubbliche. I contest, infine, per prodotti e soluzioni hanno la capacità di far emergere soluzioni particolarmente creative a fronte, spesso, anche di un risparmio da parte dell’ente pubblico che dovrebbe al suo interno attivare procedure molto più dispendiose per raggiungere almeno gli stessi risultati.

I rischi, come in tutte le innovazioni, ci sono. In termini partecipativi il rischio è di creare una scorciatoia, tramite le nuove tecnologie, nel rapporto cittadino-ente che esclude tutti coloro, e non sono pochi, che non hanno accesso per diversi motivi agli strumenti telematici. In termini economici il rischio, soprattutto per i contest per prodotti e soluzioni, è che, piuttosto che essere un’occasione per l’emersione di nuove professionalità ed idee, i contest vadano a sostenere quella cultura dell’amatore fatta di buoni propositi ma anche di improvvisazione a discapito proprio delle professionalità consolidate o emergenti.

Come per tutte le tecnologie emergenti si tratta di gestirne i rischi per sfruttarne al massimo le potenzialità.

La cultura dell’openness per una PA che si rinnova

È evidente che non possiamo rimanere fermi a guardare. La crisi che attanaglia la nostra come le principali economie mondiali si riflette sulla pubblica amministrazione che si trova ogni giorno a dover dare di più spendendo di meno. Ne abbiamo già parlato in diverse occasioni e l’ultima edizione di FORUM PA è stata l’opportunità per ospitare riflessioni e approfondimenti sull’attuale situazione e, soprattutto, su quali potrebbero essere i nuovi modelli operativi e gli strumenti in grado di dare nuova forma ed efficienza a una pubblica amministrazione in cerca di ruolo .

Non possiamo rimanere fermi pensando che superata la crisi tutto ricomincerà come prima. Gli ultimi anni hanno dimostrato che in crisi non sono solo i mercati ma anche i modelli operativi con cui fino ad oggi abbiamo gestito lo sviluppo e governato il territorio. Su queste pagine abbiamo in più momenti messo in evidenza programmi e politiche che in altri paesi sono stati avviati nel tentativo di sperimentare nuovi modelli di sviluppo.

È il caso della Big Society  portata avanti dal governo inglese di Cameron e così descritta da Nat Wei, Consulente capo del Governo di Cameron sul programma Big Society.: “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se (e sottolinea se) gli si fornisce il giusto supporto”.

Un approccio simile a quello portato avanti da Goldsmith con il suo “Governo della Rete” tema che ha dato il titolo all’ultima edizione di FORUM PA e ben interpretato da Mauro Bonaretti in una lectio magistralis che abbiamo trascritto e pubblicato per le nostre edizioni. Riflettendo sul nuovo ruolo dei Comuni nel governare il territorio, Bonaretti scrive: “Il Comune diviene il centro del governo di una rete di attori che, complessivamente e in modo concertato, si assumono collettivamente la responsabilità di realizzare un progetto strategico complessivo di territorio al di là degli specifici ruoli e interessi individuali. Così, se al pubblico viene chiesto di impegnarsi nello sviluppo economico, al di là delle proprie ristrette competenze amministrative, così agli altri attori viene chiesta l’assunzione di nuove responsabilità, rispetto all’equilibrio del sistema sociale e alla sostenibilità ambientale nel lungo periodo. Alle imprese viene chiesto di contribuire alla sostenibilità o al welfare locale, ad esempio attivando convenzioni con gli asili o le case protette per i familiari dei propri dipendenti oppure partecipando concretamente all’integrazione dei propri lavoratori stranieri. Nuovi progetti di welfare aziendale, integrati con le politiche locali, prendono il posto dei vecchi benefit o delle pratiche filantropiche. Così, nello stesso modo, le azioni dei soggetti del terzo settore escono dall’estemporaneità individuale e si connettono entro visioni condivise di benessere collettivo”.

Per ultime, le iniziative legate al tema dell’innovazione sociale a cui abbiamo dedicato sul nostro sito uno speciale dossier continuamente aggiornato, raccogliendo materiali ed interviste su questo tema emergente. In un’intervista Andrea Bassicosì descrive questo approccio: “ Nel termine di innovazione sociale rientrerebbero nuovi modelli e pratiche di realizzazione di politiche pubbliche che vedono la compartecipazione delle persone che sono, poi, i soggetti oggetto delle politiche medesime. Il risultato principale di questa “applicazione” è la creazione di network che rimangono dopo (e a prescindere dal fatto) che i risultati di progetto siano stati del tutto o in parte raggiunti. Parlo, quindi, di reti durature e stabili sui territori.“

Tre approcci formalmente diversi, ma che condividono dimensioni e obiettivi per sostenere e sperimentare nuovi modelli e pratiche di governo pubblico. Tutti e tre gli approcci hanno in comune, infatti:

  • La centralità per il capitale sociale e dei beni relazionali:
  • La partecipazione civica nella creazione di valore pubblico;
  • L’attenzione per i beni comuni;
  • La centralità delle reti sociali.

L’importanza che è data a queste dimensioni presuppone l’acquisizione di una nuova centralità della pubblica amministrazione finalizzata a:

  • Svolgere un ruolo attivo nella gestione della governance locale. Il coinvolgimento dei cittadini, delle imprese, delle associazioni nella gestione dei beni comuni presuppone un ruolo di guida e di governo dei diversi attori coinvolti;
  • Favorire e sostenere i fenomeni emergenti valorizzando le proposte che vengono dal basso e le iniziative spontanee. Un esempio è proprio la recente iniziativa lanciata da Goldsmith nella città di New York.
  • Facilitare l’empowerment di cittadini e comunità tramite programmi di formazione, la creazione di figure di
  • Investire in formazione interna così da adeguare le competenze di chi all’interno della pubblica amministrazione si trova ad affrontare nuove sfide per sostenere il passaggio da una organizzazione basata sulle procedure ad una organizzata per obiettivi. Come scrive Eggers si tratta di effettuare la transizione da “rematori” a “timonieri”.

Una centralità che la PA può acquisire anche grazie ad un accurato uso delle nuove tecnologie che facilitano la messa in comune di risorse fisiche e competenze quali l’open source, l’open data e il cloud computing [a tale proposito segnaliamo gli atti del convegno conclusivo di FORUM PA 2011 in cui si è parlato proprio di questo].

Nel caso più recente del Cloud Computing non a caso gran parte dei governi dei principali paesi occidentali ha avviato iniziative relative all’adozione di questo approccio in ambito governativo, il cosiddetto G-Cloud.
Uno dei primi paesi a muoversi è stato il Canada con il suo “Cloud Computing and the Canadian Environment” presentato nel 2009. A seguire il noto documento di Vivek Kundra, Federal Chief Information Officer del governo degli Stati Uniti “State of Public Sector Cloud Computing”. Molto interessante, ancora, l’iniziativa portata avanti nel Regno Unito sintetizzata nel documento “Government Cloud Programme”, così come le iniziative dei governi australiano, danese e giapponese.

In tutti questi casi, le tecnologie vengono utilizzate per accelerare dei processi di cambiamento i cui obiettivi comuni a tutte le iniziative sono:

  • ridurre i costi di esercizio della macchina pubblica;
  • migliorare i servizi pubblici esistenti e introdurre di nuovi;
  • razionalizzare le risorse esistenti;
  • sostenere la crescita economica e la creazione di posti di lavoro;
  • ridurre l’inquinamento.

In Italia, purtroppo, ancora niente e alla crisi, particolarmente minacciosa in questi ultimi giorni, si risponde con tagli lineari che paralizzano l’attività pubblica. Per eliminare gli sprechi, dimostrano gli altri paesi, non è necessario o comunque sufficiente tagliare le spese ma è indispensabile investire in innovazione, intesa nel senso più ampio dal punto di vista culturale, organizzativo e tecnologico. Modelli e strumenti ci sono, si tratta “semplicemente” di farli propri.