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ICity Rate: la conoscenza al centro delle smart city

In occasione di Smart City Exhibition che comincerà a Bologna il prossimo 22 ottobre presenteremo la terza edizione di ICity Rate, la nostra indagine statistica sulle città italiane. Anche quest’anno si è trattato di un importante impegno della cui necessità, però, siamo sempre più convinti. Come scrive Bloomberg, l’ex sindaco di New York, nell’introdurre l’ultimo libro di Goldsmith: If you can’t measure it, you can’t manage it. Se non la conosci, se non puoi misurare le dinamiche e gli effetti delle politiche di una città, non puoi governarla. E questo è ancor più vero in questi ultimi anni in cui i fenomeni sociali, economici, ambientali e culturali si sono fatti sempre più complessi, articolati e frammentati. Anni in cui sono mutate le stesse categorie sociali  tradizionali creando nuovi ibridi con comportamenti, bisogni ed aspettative diverse. I rapporti venditore-consumatore, dipendente-imprenditore, governanti-governati sono sfumati (Blur, scrivevano Davis e Meyer già diversi anni fa). Per non parlare del mercato del lavoro, dei flussi migratori nelle grandi città, dell’invecchiamento della popolazione, dei bisogni sanitari, etc. Anni in cui le città sono al centro di mutamenti climatici che si trasformano in vere e proprie emergenze sociali (vedi il caso di Genova).

ICity rate è la risposta a queste necessità sempre più impellenti? Sicuramente no. Il nostro rating è però, allo stato attuale, uno dei pochi strumenti aperti che è a disposizione delle città che vogliono migliorare la capacità di comprendere i processi in corso, anche se certamente, da solo, non basta ad interpretarne la complessità.

Citando Goldsmith mi riferivo al suo ultimo libro The Responsive City, la città in grado di rispondere ai diversi bisogni in modo efficace, trasparente e più economico. E per far questo utilizza le metodologie e le nuove  tecnologie per trattare al meglio le informazioni e per trasformarle in conoscenza e poi in decisioni. Assumendo questa prospettiva, di mettere la conoscenza al centro dell’attività di governo di una città, la Responsive City utilizza tutte le informazioni in suo possesso che derivano dal funzionamento urbano sfruttando le metodologie di Data Analysis.  Una Responsive City è una città che sa utilizzare i dataset liberati dai suoi diversi uffici ed è in grado di ottenere i dati provenienti dalle attività private. Se le informazioni sono strategiche, sono infatti un bene comune e la Responsive City deve  decidere quali sono le informazioni private di interesse sociale. A questi si aggiungono i dati prodotti dai cittadini stessi, tramite i sensori embedded in gran parte degli strumenti di uso quotidiano (a cominciare, ovviamente, dai telefoni e dall’automobile) per finire con le informazioni di monitoraggio ambientale.

Le informazioni ci sono, anche le tecnologie, c’è bisogno delle competenza ma soprattutto di una visione politica che condivida la necessità di governare la complessità con nuovi strumenti. Per ora in Italia tutto questo non c’è.

ICity Rate è importante proprio per questo e vuole essere funzione e strumento di un modo diverso di valutare le informazioni. E’ funzionale come strumento gratuito a disposizione di tutti coloro che operano nelle città fornendo un set unico di indicatori come completezza e trasparenza, è strumentale alla diffusione di una nuova cultura di governo delle città che metta la conoscenza al centro dei poteri decisionali.

Come spesso succede, non tutti sono d’accordo con la costruzione di indici e di rating, e mettono l’accento su quel che gli indici non possono misurare, come ad esempio la capacità di reagire a eventi tragici come un’alluvione, e penso ovviamente a Genova. Non possiamo che ripetere a tal proposito che certamente un rating non è una panacea, ma anche ribadire con forza che la conoscenza dei fenomeni, la loro misurazione, la lunga e paziente costruzione di indici condivisi è in sé uno strumento indispensabile per governare il cambiamento e indirizzarlo verso uno sviluppo equo e sostenibile. Per far questo abbiamo elaborato una metodologia, l’abbiamo testata, l’abbiamo condivisa con gli stakeholders, l’abbiamo esplicitata in un sito dedicato aperto a tutti e la mettiamo a disposizione delle città, assieme ai dati che sono accessibili liberamente e agli indici che possono essere navigati, ma anche personalizzati a seconda delle necessità e delle politiche. Questo è il nostro contributo. Chi sa far meglio è benvenuto.

Un’ultima parola sulle classifiche. Non dimentichiamoci che la strada italiana alle smart city è ancora lunga e difficile, il nostro indice ne misura oggi i vincitori di tappa, ma le sfide da superare sono tutte davanti. Il rischio nel continuare a guardarsi nell’ombelico, invece di guardare fatti e numeri, è di smarrirsi e di perdere anche quest’occasione.

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Smart cities e smart communities: l’innovazione che nasce dal basso

Sempre più spesso si sente parlare di Smart Cities e, più recentemente, di smart communities. Un tema che ha registrato un rinnovato interesse anche in seguito al recente bando pubblicato dal MIUR come prima iniziativa volta a finanziare idee progettuali per “Smart cities e communities”[1].

Ma quando una città è smart? Ovviamente il rischio maggiore è attribuire l’intelligenza alle sue dotazioni tecnologiche. Le reti e tutte le infrastrutture immateriali, il cloud computing, l’elettronica distribuita sono solo degli strumenti che devono essere finalizzati ad un obiettivo[2].

Andando quindi oltre la tecnologia sono tre le dimensioni principali di una smart city:

  • quella economica. Legata alla presenza di attività innovative, di ricerca, alla capacità di attirare capitali economici e professionali;
  • quella del capitale umano e sociale. Una città è smart quando sono smart i suoi abitanti in termini di competenze, di capacità relazionale di inclusione e tolleranza;
  • quella della governance. Da intendersi nell’adozione di modelli di governo improntati a dare centralità ai beni relazionali e attenzione ai beni comuni. Nella creazione di opportunità per favorire la partecipazione civica nella creazione di valore pubblico.

Assumendo questa prospettiva, il concetto di smart city si lega indissolubilmente a quello di innovazione sociale[3]. Le Smart cities sono le città che creano le condizioni di governo, infrastrutturali e tecnologiche per produrre innovazione sociale, per risolvere cioè problemi sociali legati alla crescita, all’inclusione e alla qualità della vita attraverso l’ascolto e il coinvolgimento dei diversi attori locali coinvolti: cittadini, imprese, associazioni.

La materia prima diventa l’informazione e la conoscenza e le città si possono qualificare nel modo in cui informazione e conoscenza sono prodotte, raccolte e condivise per produrre innovazione. Sia essa comunicazione finanziaria, economica, sociale o culturale le città sono sempre più nodi attivi dei flussi fisici ma anche, appunto, di quelli immateriali.

Negli ultimi dieci anni, però, è drasticamente cambiato il modo in cui le informazioni vengono elaborate e trasmesse, grazie soprattutto allo sviluppo delle tecnologie di rete. Lo stesso spazio urbano è divenuto un luogo ibrido nel quale esperienza fisica ed esperienza virtuale si combinano insieme creando un sistema socio tecnico esteso basato sulla combinazione di luogo e network. Un’interazione continua tra luoghi fisici e flussi informativi resa ancora più intensa dalla recentissima diffusione delle applicazioni georeferenziate utilizzate dai moderni device (i cosiddetti Location Based Social Network)[4]. La fruizione della città diventa un’esperienza che non finisce a quello che è direttamente osservabile ma che viene arricchita da comunicazioni, annotazioni e segnalazioni che provengono dalle comunità in rete[5].

La stessa rappresentazione grafica della forma urbana si è arricchita di nuove informazioni con l”utilizzo delle cartografia on line che da rappresentazione simbolica dello spazio urbano si è arricchita in un primo momento aggiungendo alla rappresentazione geografica quella dei fenomeni sociali per poi portare diventare strumento di socializzazione delle informazioni territoriali.

Semplificando, a seconda della priorità data alle diverse forme di comunicazione e di partecipazione, si possono isolare i seguenti modelli di smart cities:

La città delle reti o net city[6]. Le città sono centri flessibili in grado di relazionarsi sia alla propria popolazione sia ai flussi internazionali legati ai settori della finanza, dell’economia e della cultura con l’ambizione di fungere da collegamento tra globale e locale, di fare da cerniera di connessione fra la dimensione locale e quella globale. Da questa prospettiva, la città diventa lo strumento per mobilitare e valorizzare le risorse umane e le competenze che ospita ai fini della concorrenza globale. Per far questo deve essere per prima cosa “accogliente” ed essere capace di attrarre il capitale umano della classe creativa in settori innovativi e di ricerca[7].

La città aperta o open city[8]. È la città che dà priorità alla trasparenza del suo operato. La comunicazione delle proprie attività non è mediata ma è diretta: pubblicazione on line di tutti gli atti, trasmissione in diretta streaming delle sedute consiliari, acceso agli atti. E’ con l’adozione del modello degli open data che questo approccio ha trovato la massima espressione prima in alcuni paesi esteri e, recentemente, anche in Italia con le esperienze di Udine, Torino, Firenze.

La città senziente o sentient cities[9]. Finalizzata prioritariamente a migliorare l’efficienza operativa e la sostenibilità dello sviluppo, la città senziente crea le condizioni infrastrutturali per produrre e gestire le informazioni sul suo funzionamento negli ambiti prioritari delle sue funzioni come la mobilità, le risorse energetiche, la qualità dell’ambiente. Esempi di questo approccio, tra i tanti, sono: il progetto Trash Track e Live Singapore del MIT, il progetto del politecnico di Torino. La raccolta delle informazioni non è solo delegata al diffondersi di nuovi strumenti urbani sotto forma di sensori ma nuovi progetti coinvolgono i cittadini i quali da fruitori o beneficiari diventano soggetti attivi nel monitoraggio della città. Un esempio di questo tipo è la sperimentazione portata avanti nella città di San Francisco con la tecnologia Citysense[10], che analizza i flussi dei movimenti urbani monitorando (in formato anonimo) i dati di posizionamento prodotti dai cellulari (ciascun cellulare invia in continuazione in modo automatico informazioni sulla sua posizione). Ancora più ambizioso il “Copenaghen Wheel project” [11] che prevede, tramite uno speciale accessorio di trasformare normali biciclette in veicoli elettrici in grado di raccogliere informazioni sul sistema urbano: inquinamento, traffico, condizioni delle strade che vengono inviate ad un centro di controllo che le elabora e le ridistribuisce in tempo reale[12]

La città partecipata o wiki città. La comunicazione è orientata a favorire il coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica. Dai primi esperimenti di e-democracy alle recenti esperienze di contest pubblici e di wiki- government i cittadini sono chiamati a diventare parte attiva nelle decisioni che riguardano la città. Esempi concreti di questo approccio sono le esperienze di Bologna[13] e Cagliari[14].

La città neo-bohème o città creativa. E’ la città che dà spazio alla comunicazione che viene dal basso in formato di produzione artistica, creando così le condizioni per la riqualificazione di aree urbane. I quartieri neo-boheme sono laboratori di ricerca e sviluppo per la produzione dell’economia dell’entertainment, dei media, della pubblicità, dei lavori legati all’estetica[15].

La città resiliente[16]. Il 4 novembre, a seguito dell’emergenza causata dal nubifragio a Genova, twitter è stato utilizzato dai cittadini stessi per dare informazioni di pubblica utilità e, a fronte delle difficoltà di sovraccarico della rete cellulare, per invitare le famiglie ad aprire l’accesso ai router wifi domestici così da mettere la comunicazione su internet a disposizione della popolazione in generale. L’ashtag utilizzato su twitter è stato rilanciato dalle tv, a cominciare da Rainews24, creando così una rete di comunicazione formale-informale a disposizione della cittadinanza. E’ stato un classico esempio di comunità resiliente in grado, cioè, di reagire a una calamità esterna condividendo informazioni. Una città resiliente è quindi una città che aiuta i cittadini a meglio comprendere i rischi del proprio territorio, soprattutto legati ai cambiamenti climatici, tramite la formazione e la sensibilizzazione, e a condividere le informazioni in caso di eventi minacciosi.

La città 2.0. E’ un’amministrazione che si mette dalla parte dei cittadini e che, con gli stessi, stabilisce una relazione di comunicazione bidirezionale perché è consapevole che nessuno meglio di loro può valutare servizi e progetti, segnalare eventuali criticità, manifestare esigenze e bisogni e fare proposte per soddisfarli[17]. Nella sua accezione più ampia i cittadini non vengono coinvolti solo tramite consultazione ma nella progettazione stessa dei servizi, è quello che comunemente viene chiamato il co-design dei servizi[18]. Esempi sono le esperienze di Fixmystreet[19], Are you safe, e, in Italia, di e-part e del comune di Udine[20].

La città come piattaforma o cloud city. Lo spazio urbano, con le sue strade, piazze, parchi è da sempre la precondizione per l’interazione sociale. Nella città come piattaforma la tecnologia diventa un elemento facilitatore dell’interazione, diventa software di connessione tra idee, iniziative, competenze ed esperienze diverse o, come dice Ben Cerveny[21], il sistema operativo della società civile in grado diCombine the reach of the cloud with the power of the crowd”[22]. C’è chi denota questa caratteristica come MAAS, Municipality as a Service[23]prendendo a modello l’approccio portato avanti dalla città di New York che tra le prime città al mondo ha esplicitato il suo modello di sviluppo digitale tramite un piano di sviluppo, la Road Map for Digital City[24], finalizzato a “create an ecosystem that enables both transparency and also economic growth”[25].

Diversi modi, complementari tra di loro, di essere smart ma con un’unica prospettiva comune di considerare la città, il suo governo e le sue tecnologie quale ambiente abilitante del capitale sociale, the enabling city[26], in grado – attraverso azioni positive di inclusione, di innovazione e di interazione – di sostenere una cittadinanza attiva, una smart communities, orientata a risolvere problemi condivisi e creare nuove opportunità sociali, economiche e culturali.

Scarica le slide proiettate alla conferenza stampa di presentazione

Come sempre, quando si tratta di sostenere i processi innovativi in grado di modernizzare le pubbliche amministrazioni e i territori italiani, anche noi di FORUM PA cerchiamo di fare la nostra parte. In questo caso con due iniziative concrete, la prima, in ordine cronologico è “La Giornata PA e Smart Communities” organizzata nell’ambito del prossimo FORUM PA che si terrà a Roma dal 16 al 19 maggio. La seconda, ancora più ambiziosa, è l’organizzazione di un evento, insieme a Bologna Fiere, dal titolo SMART City Exhibition e che si terrà, appunto a Bologna nei prossimi 29-31 ottobre: una grande occasione non solo per parlare di smart city con i principali attori nazionali ed internazionali ma anche per toccare con mano le iniziative concrete portate avanti dalle diverse realtà urbane[27].


[1] Vedi il servizio sul sito di FORUM PA

[2] Tra le altre riflessioni vedi Alfonso Fuggetta, Com’è Smart la Cittàwww.lavoce.info, 13 marzo 2012

[3] Sul tema dell’innovazione sociale vedi il dossier curato da Chiara Buongiovanni: Il vaso di Pandora della Big society e i nuovi modelli di pubblica amministrazione, FORUM PA Saperi

[4] Eric Gordon, Adriana de Souza e Silva, Net Locality: Why Location Matters in a Networked World, Wiley-Blackwell, 2011

[5] Tra i progetti più interessanti di utilizzo della tecnologia per integrare l’esperienza urbana vedi i progetti Yellow Arrow, il Murmur project e, in Italia, le attività di Urban Experience

[6] Guarda ad esempio le considerazioni di Manuell Castells su The Network Society. From Knowledge do Policy. Washington, DC, Johns Hopkins center for Transatlantic relations, 2005 e le considerazioni dello stesso autore sulle Global City in The Rise of Network Society, British Library Cataloguing in Pubblication Data, 1996

.[7] Rimane un punto di riferimento, in merito all’attratività di una città, il lavoro di Florida: Richard Florida, L’ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Mondatori, Milano, 2003. In Italia l’approccio di Florida è stato applicato da colei che in quegli anni era la sua allieva, Tinagli. Vedi Irene Tinagli, Talento da svendere. Perché in Italia il talento non riesce a prendere il volo, Gli struzzi editore, 2008.

[8] Vedi Chiara Buongiovanni, Lo stato trasparente. Linked open data e cittadinanza attiva, FORUM PA portal, 2012

[9] Vedi Mark(Editor), Shepard Sentient City: Ubiquitous Computing, Architecture, and the Future of Urban Space , MIT Press (MA), 2011. Vedi anche il sito sentiencity.net. Vedi inoltre, Chiara Buongiovanni, So Smart, so Sentient, so Social. E’ la nostra città di domani?, FORUM PA Saperi.

[10] Vedi la pagina del progetto

[11] Vedi il sito del progetto

[12] Un progetto italiano interessante in questo ambito è “Pandora, un organismo vivente a Marghera” finalizzato a creare un edificio intelligente

[13] Diverse sono le iniziative di consultazione pubblica portate avanti dalla municipalità di Bologna, tra le ultime questa

[14] L’iniziativa di Cagliari nasce dal basso come stimolo all’attività del nuovo sindaco Massimo Zedda

[15] Richard Lloyd, Neo-Bohemia: Art and Commerce in the Postindustrial City. New York. 2006.

[16] Interessante da seguire su questo tema le attività di Elena Rapisardi sul suo blog fondatrice, tra le altre cose, del network Open Resilience, intervistata su FORUM PA Saperi da Michela Stentella.
Da segnalare anche Social media for emergency managers can’t start when the emergency does così come il progetto Notify NYC
Interessanti anche le iniziative nate sulla base della piattaforma open source Ushahidi

[17] Tra le iniziative più recenti promosse dalla Pubblica Amministrazione italiana segnaliamo quella della regione Lazio

[18] Su questo tema consulta su FORUM PA Saperi gli atti del webinar Dare voce ai cittadini: dall’ascolto al co-design dei servizi,

[19] Vedi la recente intervista di David Osimo a Tom Steinberg

[20] vai al sito del progetto

[21] Confronta www.themobilecity.nl

[22] Vedi qui

[23] vedi qui

[24] La versione in PDF della Road Map è disponibile qui

[25] Promotrice di questo approccio è Rachel Sterne, chief digital officer della città che in questa intervista descrive le sue ambizioni: New York City Sees Its Future as a Data Platform

[26] Guarda il bel progetto The enabling City e il relativo libro scaricabile gratuitamente. Un’interessante intervista alla promotrice, Chiara Camponeschi, si trova su FORUM PA Saperi

[27] Tra le ultime iniziative a livello territoriale confronta il resoconto SGI: ‘Non c’è smart city senza smart people’. Da Genova l’invito a investire sui giovani, innovare dal basso e fare sistema

Linee guida For Dummies

Uno degli strumenti più utili per la diffusione di saperi e competenze tecniche o riconducibili a strumenti innovativi, è stata la linea editoriale For Dummies. Libri e manuali “per stupidi” che hanno permesso l’alfabetizzazione informatica di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.

Al di là del titolo provocatorio, i 1.700 titoli della collana fino ad oggi pubblicati sono tutti caratterizzati da completezza del tema trattato e da chiarezza espositiva: un valido e completo strumento, dunque, esplicitamente realizzato per fare in modo che chiunque possa essere messo in grado di utilizzare un nuovo software o servizio e per “fare ogni cosa semplice”.

Leggendo la versione definitiva delle Linee guida per i siti web della PA pubblicate qualche settimana fa sul sito del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione mi è venuto immediatamente ed inevitabilmente l’accostamento con la nota collana.

Si legge nella pagina che le presenta: “Il documento da un lato illustra i principi criteri generali per accompagnare le pubbliche amministrazioni nell’attuazione degli indirizzi contenuti nella Direttiva Brunetta n. 8 del 2009 (descrivendo gli interventi da realizzare ai fini del miglioramento della qualità del web), dall’altro definisce le modalità e i passi necessari per l’iscrizione al dominio “.gov.it” (che garantisce la natura pubblica dell’informazione e l’appartenenza di un sito a una pubblica amministrazione). Vengono altresì affrontati possibili percorsi operativi e le relative azioni che una pubblica amministrazione può intraprendere nel caso in cui gli interventi da porre in essere riguardino, ad esempio, la riduzione dei siti web e la razionalizzazione dei contenuti online. Una particolare attenzione è stata prestata nella definizione di una mappa di contenuti minimi che per legge i siti web istituzionali devono includere, di fatto semplificando il rispetto dei diversi adempimenti vigenti. Oltre a un inquadramento generale sui criteri e sugli strumenti per il trattamento dei dati e della documentazione pubblica, le Linee guida forniscono i principi generali per le pubbliche amministrazioni che vorranno confrontarsi su temi innovativi quali la customer satisfaction, le rilevazioni di qualità attraverso il benchmark tra amministrazioni, il confronto e l’interazione dei cittadini. Completano il documento una serie di approfondite appendici tecniche”.

Il documento non tradisce gli obiettivi che si prefigge che anzi raggiunge con completezza e chiarezza. Una vera guida per Dummies nel perfetto stile della collana. Ma, è di questo che ha bisogno, in questo momento, la nostra Pubblica Amministrazione? Forse sì nel caso di alcuni che si sono persi nei meandri e spesso nelle contraddizioni delle diverse leggi e normative ma sicuramente il lavoro non risponde ai bisogni di coloro, e sono molti, che da decenni tentano di innovare la pubblica amninistrazione quotidianamente,  sperimentando ed implementando nuove soluzioni e strumenti.

In merito alle aspettative di chi cerca di innovare la PA dal basso sono due gli aspetti che le Linee Guida in parte trascurano.

Il contesto abilitante. La Pubblica Amministrazione si trova ora in un momento storico per cui è chiamata a dare di più (in termini di servizi, di efficienza) spendendo di meno. Un obiettivo, questo, che non si può raggiungere seguendo vecchi approcci basati su logiche autoreferenziali o facendo fune tuning dell’esistente. C’è bisogno di un contesto abilitante definito dalla politica e in cui l’innovazione nella Pubblica Amministrazione assuma la centralità di cui necessità, altrimenti si rischia che i principi ma anche le normative alla base del documento rimangano dei semplici enunciati o degli esercizi legisltativi. Scorrendo proprio il contesto normativo ben descritto dalle Linee viene da chiedersi che fino ha fatto l’applicazione della direttiva del 24 marzo 2004 sulla qualità dei siti “non solo come strumenti per la rilevazione della qualità ex-post, ma anche come metodologia di rilevazione ex-ante delle esigenze dei cittadini, con lo scopo di milgiorare la performance dei servizi”. Quante sono le pubbliche amministrazioni che prima di progettare o varare un servizio ricorrono ad un’indagine per identificare i bisogni dei cittadini o, comunque, dei destinatari di un intervento? Stesse considerazioni valgono per il  tema dell’accessibilità, perché a sei anni dall’emanazione della cosiddetta legge Stanca gran parte di siti pubblici non risponde ai criteri minimi di accessibilità? E così via fino ad arrivare al tema della trasparenza con l’episodio culmine di quest’estate relativo alla legittimità o meno dell’utilizzo della PEC  in uno specifico contesto e che ha visto contrapposti il Ministero dell’innovazione e della pubblica amministrazione e il Ministero dell’Istruzione e dell’Università.

La saggezza delle folle. Se si vuole innovare e migliorare è necessario farlo consultando, con un processo sempre aperto, i diversi attori coinvolti dal cambiamento. Chiamiamo questo Web 2.0, crowdsourcing o open government, per citare solo alcuni dei termini in voga, ma il principio rimane lo stesso:  le nuove tecnologie e i social network sono uno strumento formidabile a disposizione dei diversi governi per coinvolgere i diversi attori sociali (dipendenti pubblici semplici cittadini, aziende, associazione del non profit) nella creazione di valore pubblico (3). La redazione delle Linee Guida si è avvalsa del contributo scaturito da una consultazione pubblica durata due mesi. E’ già qualcosa, destino peggiore è capitato al Codice Azuni che si è “avvalso” di una consultazione tramite una lista chiusa e moderata tenuta aperta per i trenta giorni di Agosto. Sicuramente, sarebbe stato di grande utilità proporre un  ambiente come quello gestito dal Federal Web Managers Council dell’amministrazione USA con il sito Webcontent.gov in cui vengono sì proposte delle linee guida ma anche metodologie, soluzioni e buone pratiche di riferimento  e, soprattutto, viene dato spazio a una community di webmaster, innovatori, decisori in cui  è possibile proporre e scambiarsi suggerimenti, proposte ed esperienze. Simile approccio è quello del COI – Central Office of Information – dove le linee guida pubblicate sui diversi aspetti dell’’egovernment sono presentate in un ambiente dinamico e sempre aggiornato con uno  spazio per il contributo dei diversi attori coinvolti.  Due esempi di come l’ascolto e il convolgimento del pubblico possa diventare non un episodio isolato ma un processo sempre aperto e di scambio continuo.

Tornando alle Linee Guida, complimenti per il lavoro svolto, ma ora cerchiamo di andare avanti investendo la politica delle responsabilità che le sono proprie. Come scrive Stephen Goldsmith (1) nel suo libro appena presentato non possiamo continuare a gestire problemi orizzontali complessi seguendo logiche gerarchiche verticali (2): per innovare, soprattutto in un paese in difficoltà, c’è bisogno di obiettivi e scenari condivisi, di introdurre approcci e strumenti nuovi in grado di gestire la complessità crescente.

(*) FOR DUMMIES® is a registered trademark of Wiley Publishing, Inc.

(1) Stephen Goldsmith è professore ad Harvad di scienze politiche e amministrazione pubblica, è stato sindaco di Indianapolis e ora Bloomberg, non ha caso, lo ha chiamato  a fare il suo vice a New York.
(2) Stephen Goldsmith, Gigi Georges, Tim Glynn Burke, Michael R. Bloomberg (Foreword by) The Power of Social Innovation: How Civic Entrepreneurs Ignite Community Networks for Good.

E-government, indietro tutta

La presentazione dei risultati dell’Egovernment Report ci da l’occasione per riflettere sull’andamento del processo di digitalizzazione della nostra Pubblica Amministrazione. Come è noto il rapporto – curato da Capgemini, dall’istituto di ricerca Rand Europe, dal gruppo di analisi IDC e dal Danish Technological Institute (DTI), per conto dell’European Commission Directorate General for Information Society and Media – è un benchmark in merito ai servizi pubblici on-line erogati dai principali Paesi europei che ha raggiunto la sua ottava edizione e rappresenta quindi un formidabile strumento di analisi delle politiche nei diversi paesi europei.

I risultati complessivi, descritti in circa 180 pagine, purtroppo non fanno che confermare le tendenze già in atto da diversi anni e da noi più volte commentate[1]: la prima fase dell’e-government, inteso quale processo di informatizzazione incentrato prevalentemente sulle strutture e sui processi esistenti, è da considerarsi conclusa con diversi risultati raggiunti, molte aspettative tradite e svariati obiettivi mancati (come, per fare un esempio, quello individuato dalla Dichiarazione Ministeriale di Manchester del 24 novembre del 2005 che prevedeva entro l’anno 2010 la disponibilità on line di tutti gli appalti pubblici dei paesi membri).

Una fase improntata prevalentemente su una logica autoreferenziale e in cui l’utente, come purtroppo già scrivemmo due anni fa, svolge un ruolo marginale: neanche il 50% dei siti europei analizzati soddisfa i criteri individuati di usabilità, il 54% supera l’esame di accessibilità e “nemmeno un terzo dei siti web governativi può essere valutato e commentato dall’utente”. Risultati, questi, decisamente migliori di quelli registrati due anni fa ma ancora lontanissimi da quelle che sono anche le più tiepide aspettative di una società della conoscenza per tutti, nessuno escluso.

In un contesto complessivamente deludente l’Italia non figura essere la prima della classe, tutt’altro. In merito alla maturità e alla completezza dei venti principali servizi di e-government individuati siamo al 18° posto con un valore inferiore anche alla media dei 31 paesi analizzati. Un dato che peggiora se si prendono in considerazione i servizi con il massimo livello di sofisticazione: diventiamo ventesimi e raggiungiamo la media europea di due anni fa (ben lontana da quella di quest’anno).

Risultati analoghi li otteniamo rispetto alle altre dimensioni analizzate dove è impossibile trovare l’Italia ai primi posti delle classifiche stilate. Ma non è questo il punto. Abbiamo detto che il rapporto analizza, con metodo e rigore, una fase che oramai dobbiamo necessariamente considerare esaurita per mancanza di risorse e perché non risponde più alle necessità crescenti delle famiglie e delle imprese. Si tratta allora di guardare avanti e capire come, in un contesto radicalmente cambiato, rendere più efficienti e significativi gli investimenti per la Pubblica Amministrazione digitale. Lo stesso Rapporto indica che “la sfida del futuro sarà modificare la forma mentis delle amministrazioni e cambiare il modello di erogazione dei servizi pubblici, affinché sia in grado di coinvolgere chiaramente il cliente in tutti gli aspetti del processo”.

Un cambiamento culturale che anche noi recentemente abbiamo auspicato e di cui in molti altri paesi si intravedono i caratteri distintivi tramite progetti basati sulla centralità dei cittadini e delle imprese e dove l’amministrazione e la società civile sono partner nel processo di creazione di valore pubblico. Dobbiamo recuperare e recuperare in fretta elaborando anche in Italia una visione condivisa di obiettivi e strumenti per completare il processo di digitalizzazione della nostra pubblica amministrazione. Non si tratta semplicemente di scalare le classifiche dei più bravi ma di garantire un futuro per questo paese.


[1] Confronta: La sfida dell’utente, FORUM PA NET di giovedì 17 gennaio 2008; La prematura fine delle città digitali, FORUM PA del 30 gennaio 2008;
(*) Confronta anche L’innovazione necessaria di Carlo Mochi Sismondi e Il governo della peer administration di Daniela Pillittu.

Riusciremo mai ad andare sulla Luna?

È evidente, purtroppo, l’incapacità dimostrata nel nostro paese nel gestire i progetti complessi che la sfida della modernità ci sottopone. Ne abbiamo parlato recentemente in merito al dibattito  scaturito sulla nostra Protezione Civile: tutto si trasforma in emergenza e viene gestito con procedure straordinarie al di fuori delle prassi amministrative.

Ma perché avviene questo? E, soprattutto, allo stato attuale siamo in grado, parafrasando il titolo dell’ultimo  libro di  William D. Eggers[1], di mandare un uomo sulla luna? E cioè di impegnarci su nuovi grandi progetti, di reintrodurre tecnologie complesse (quali la produzione di energia nucleare come in molti, forse inopportunamente, richiedono), di sostenere il dovuto e necessario processo di modernizzazione della pubblica amministrazione, così da renderla sempre più efficiente nei confronti dei bisogni delle imprese e dei cittadini? Probabilmente, no.

Negli altri paesi, a fronte delle sfide della complessità, la pubblica amministrazione sta cercando nuove forme organizzative che, di fatto, sanciscono il passaggio da una logica di service provider ad una di service facilitator. Per gestire un progetto complesso – come è stato appunto, storicamente, lo sbarco sulla luna, ma come è, ai tempi attuali, la gestione di un’emergenza, la realizzazione di una grande opera, l’organizzazione di un grande evento o anche, più semplicemente, la realizzazione di nuovi servizi – la pubblica amministrazione ha necessariamente bisogno di coinvolgere soggetti esterni, come fornitori, sponsor, enti del non profit, partner, cittadini interessati.

Si tratta, quindi, di “governare la rete”[2] dei diversi soggetti coinvolti, sviluppando un nuovo modello operativo basato:

  • sugli obiettivi da raggiungere piuttosto che sulle procedere;
  • sulla crescita di nuove competenze interne, soprattutto inerenti al project management (come scrive Eggers, si tratta di effettuare la transizione da “rematori” a “timonieri”);
  • sulla partecipazione civica alla creazione di valore pubblico[3] .

Proviamo a fare un esempio concreto con un settore a noi caro e di cui spesso abbiamo parlato in questa sede; un settore che non ha la complessità di un’impresa spaziale o del ponte sullo stretto, ma che impatta sulla qualità dei servizi pubblici offerti alle famiglie e alle imprese: quello della telematica pubblica.

I primi servizi on line della pubblica amministrazione sono scaturiti come emanazione diretta della logica burocratica e gerarchizzata. Utilizzando le proprie competenze interne, gran parte delle pubbliche amministrazioni ha riprodotto on line le proprie funzioni amministrative migliorando, di fatto, la comunicazione con i cittadini ma creando pochissimo valore pubblico nei servizi offerti. Successivamente, la logica gerarchizzata è stata in gran parte abbandonata a favore di una soluzione “esternalizzata”, che ha portato molti enti a bandire gare pubbliche (spesso anche di cospicuo valore economico) per appaltare all’esterno, a soggetti privati, lo sviluppo dei propri siti. Il risultato è noto a tutti: se in alcuni casi questa è stata l’occasione per raggiungere livelli di eccellenza, in molti altri il ricorso a contractors esterni non ha portato ai risultati sperati e molti soldi pubblici sono stati buttati in realizzazioni nate sbagliate o già vecchie.

La complessità sempre crescente delle tecnologie telematiche, i ritmi della loro obsolescenza, la crescente domanda di trasparenza ed efficienza da parte delle famiglie e delle imprese, le risorse pubbliche sempre più limitate non riescono a trovare risposte in questo modello di amministrazione esternalizzata. Ed è proprio partendo da qui, dall’esigenza di sbloccare questa situazione di stallo, che si potrebbe cominciare ad applicare un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica verticale di gestione dei servizi pubblici a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune.

Partendo da un tema emergente e centrale come quello della trasparenza dell’azione pubblica, si tratta quindi di sovvertire l’approccio attuale basato sulle procedure a favore di un approccio basato sul raggiungimento dell’obiettivo, coinvolgendo i diversi attori e utilizzando gli strumenti a disposizione. È quello che sta accadendo in molte amministrazioni fuori dall’Italia, dove l’obiettivo dell’Open Government sta scardinando prassi e procedure consolidate a favore di un nuovo modo di gestire la cosa pubblica.

Non si può pensare di cambiare da un giorno all’altro la logica burocratica che appesantisce la nostra pubblica amministrazione, ma si può e si deve pensare, invece, a fare laboratorio di nuovi possibili modi di agire del settore pubblico. È proprio partendo da questi presupposti che al prossimo FORUM PA di maggio continueremo a dare ampio spazio ai temi legati all’Amministrare 2.0. Uno specifico zoom tematico metterà in evidenza le soluzioni e le sperimentazioni in essere, mentre la sezione convegnistica ospiterà momenti di approfondimento e di confronto tra i diversi attori coinvolti. È il caso del 2° incontro nazionale di InnovatoriPA nel quale, tramite la formula del barcamp, si approfondiranno i temi dell’open data, dell’open government, del marketplace delle applicazioni pubbliche, delle linee guida sui siti istituzionali e di rapporti tra social network e PA. E ancora, del seminario gestito da David Osimo su quali prospettive per il “government 2.0” e del laboratorio di Amministrare 2.0, solo per citare alcuni appuntamenti.

Probabilmente non riusciremo ad andare sulla luna, ma a dare un piccolo contributo per svecchiare questa pubblica amministrazione forse sì.


[1]William D. Eggers, If We Can Put a Man on the Moon. Getting Big Things Done in Government, Harvard Business School Press, 2009
[2] William D. Eggers, Stephen Goldsmith, Renato Brunetta (Prefazione), Governare con la rete. Per un nuovo modello di Pubblica Amministrazione, IBL Libri, 2010

Il vento caldo del nordest

Si sono da poco conclusi due eventi in Veneto che ci hanno visto tra i promotori e dai quali sono scaturiti interessanti spunti sul tema dell’Amministrare 2.0 e per la costruzione del Manifesto. Il primo incontro si è tenuto a Padova in occasione del Forum dell’ Innovazione organizzato da FORUM PA insieme al Ministero  per la pubblica amministrazione e l’innovazione e alla Regione Veneto.

Diverse le cose sentite e viste nel campo dell’e-gov per cui provo a fare un primo bilancio a freddo. Le eccellenze che questo primo territorio ci ha presentato sono interessanti, mature ma, forse, sotto alcuni aspetti superate se viste in termini di prospettiva. Diversi i sistemi informativi territoriali presentati basati prevalentemente sulla raccolta,sull’elaborazione e la rappresentazione grafica dei dati. Sistemi maturi, appunto, frutto di un buon utilizzo dell’informatica a livello territoriale che sollevano (e solo a volte risolvono ) i problemi classici di un approccio industriale all’informatizzazione: banche dati che non comunicano, la mancanza di standard, questioni di sicurezza relative alla detenzione centralizzata dei dati.

Fino a qualche mese fa, seguendo una logica basata sull’innovazione incrementale e sull’ottimizzazione dei processi avviati avrei detto che è necessario uno sforzo maggiore magari di coordinamento, per valorizzare le esperienze in corso ma i nuovi approcci che si stanno imponendo nei confronti dei dati publici proposti in ambito internazionale ci impongono di riflettere se la strada fino ad oggi intrapresa sia quella giusta o se, come sempre più spesso viene evocato, sia necessario un cambio completo di paradigma. A questo proposito interessante la metafora utilizzata da Fabrizio Panozzo (Docente di Economia delle Amministrazioni Pubbliche e City Management, Università Ca’ Foscari) intervenendo al workshop su Merito, valutazione e trasparenza che possono essere ben utilizzate per descrivere la cultura telematica attuale all’interno delle pubbliche amministrazioni: quella del panopticon. Come è noto per Jeremy Bentham “l’idea alla base del Panopticon (“che fa vedere tutto”) era quella che – grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici – un unico guardiano potesse osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento”. E’ una metafora forte ma che ben sintetizza l’attuale logica sottesa alla gestione dei dati pubblici. Un soggetto, una struttura raccoglie i dati di tutti gli altri senza che questi possano intervenire o sapere cosa è stato visto o raccolto. Una logica che ha spesso prodotto delle anomalie per cui, ad esempio all’interno della pubblica amministrazione, il “guardiano ” non condivide le informazioni nemmeno con gli altri uffici all’interno dello stesso ente.

Il secondo evento che ha contributo a sollevare questo vento caldo di idee e di riflessioni proveniente dal nordest è stato il Veneziacamp 2009 “tre giorni di condivisione, confronto e crescita; per promuovere i temi dell’innovazione e dell’etica per la cittadinanza digitale”. Tanti gli eventi e gli incontri ma vorrei soffermarmi, perché in linea con il ragionamento avviato, sull’incontro di lavoro organizzato sul Manifesto per l’Amministrazione 2.0. L’idea del Manifesto sta piacendo. Sono molti gli enti locali che ci hanno chiesto di sottoscriverlo così come sono tante le idee scaturite per far si che il Manifesto possa essere più incisivo possibile all’interno dell’attuale fase di modernizzazione della PA italiana. Una nuova versione del documento emendata sarà presto disponibile e includerà un punto dal quale tutti sono stati concordi è oramai impossibile prescindere: quello, appunto, della trasparenza e dell’accesso ai dati pubblici. Ne parla oggi anche David Osimo in un’intervista pubblicata sul nostro portale elaborando, tra le altre cose il concetto per cui le pubbliche amministrazioni dovrebbero gestire i dati creando “piattaforme finalizzate alla creazione di valore pubblico”. Come evidenzia Osimo questo non significa che i cittadini si debbano sostituire alla PA ma che diventano parte integrante per la creazione di valore.

E’ evidente, da quest’ottica, la necessità di cambio di paradigma che più volte abbiamo sostenuto: passare dal principio del panopticon a quello dell’anopticon per cui sono i “sorvegliati” o , uscendo dalla metafora, i cittadini che vedono cosa accade all’interno della pubblica amministrazione, che partecipano alla raccolta dei dati e alla loro elaborazione e diffusione.

Amministrare 2.0 a Venezia

Ci siamo, il prossimo 23 ottobre inizia Veneziacamp: Tre giorni di futuro in quella che è stata la prima fabbrica al mondo: l’Arsenale di Venezia. 3.000 metri quadri divisi in tre aree allestite con stand, community area, sale convegni, clusters. Innovazione e cittadinanza digitale, luogo di incontro per il “Popolo della Rete”ma non solo; le tre giornate prevedono una serie di convegni, tavole rotonde e seminari in cui verranno illustrati , tra gli altri, Best Practice mondiali per l’e-democracy,strategie di comunicazione per la PA, visioni condivise per favorire la modernizzazione della PA digitale.

Tra le tante iniziative, il primo giorno alle 10 in sala Galeazze , il tavolo di lavoro sul Manifesto Amministrare 2.0.

Temi che affronteremo
– Valutazione, commenti, osservazioni al Manifesto.
– Valutazione , commenti, osservazione al Programma di lavoro dei prossimi mesi
– Raccolta delle dichiarazioni di interesse da parte degli attori pubblici e privati presenti a sottoscrivere il Manifesto
– Raccolta di testimonianze di iniziative portate avanti o in via di definizione dai diversi attori locali riconducibili al tema dell’Amministrare 2.0

Organizzazione dei lavori
Per questo incontro seguiremo una logica semistrutturata: una presentazione iniziale mia e di Gianluigi Cogo, un giro di tavolo tra coloro che si sono prenotati a parlare (per ora: Dott. Andrea Pellizzari, Ass.to all’Innovazione ed e-government – Provincia di Vicenza, Dott. Pierfranco Maffè, Ass.to Società Partecipate e Sistema Culturale, Comunicazione, Organizzazione, Progetti di e-government, Relazioni Internazionali del Comune di Monza, Dott. Mario Marini, Assessore con delega alla Comunicazione del Comune di Parma, Dott. Carmine Santalco, Ass.to alle politiche di e-Government del Comune di Messina, Dott.ssa Sabrina Franceschini, Servizio Sistemi Informativi della Regione Emilia Romagna, Ing. Walter Baldassi, Direttore Generale Venis, Dott. Michele Lo Squadro, Project Manager – CST Provincia di Matera, Dott. Giorgio Pellitteri, Direzione Sistemi Informativi del Comune di La Spezia, Dott. Pierluigi Piva e Dott.ssa Barbara Valente, Gartner Italia, Dott. Eros Guareschi, Responsabile Sistemi Informativi del Comune di Reggio Emilia, Dott.ssa Martina Semenzato del Comune di Venezia, Dott. Maurizio Carlin della Direzione del Comune di Venezia, Dott. Roberto Tedone, Sales and Consulting Director dell’IFM Infomaster, Dott. Giuseppe Russo, Chief Technology Officer della Sun Microsystems Italia) e  la possibilità a tutti i partecipanti  di intervenire sui i temi.

Materiali di riferimento
Aspetti logistici
La bozza del Manifesto
Le prossime scadenze (in fondo alla pagina)

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