Archivio | Politicamente parlando RSS for this section

Talento sprecato

Irene Tinagli si è dimessa dalla Direzione Generale del Partito Democratico con una lettera indirizzata a Veltroni.

Dallo stesso sito prendo qualche riga di descrizione della Tinagli: ” insegna alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh. Allieva di Richard Florida, è esperta di politiche pubbliche per l’innovazione, la creatività e lo sviluppo economico. Lavora come consulente per il Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’Onu e per la Commissione europea. Il suo ultimo libro è “Talento da svendere” (Einaudi 2008).”

Giovane ricercatrice la Tinagli è un “talento” nazionale purtroppo, come spesso accade, prestata ad università americane. Leggendo il suo libro si trova una lucida, approfondita e chiara  analisi del sistema dell’innovazione italiano e della sua capacità di competere in ambito internazionale. La Tinagli non si limita ad applicare i modelli interpretativi del suo noto maestro Richard Florida ma elabora una prospettiva di analisi inedita ed efficace.

Le sue dimissioni sono davvero una occasione sprecata e non solo per il partito a cui si era dedicata ma per tutti noi. Mancano in Italia campioni nazionali ed internazionali di queste tematiche che incredibilmente vengono trattate in modo sempre più marginale.

Come non si fa innovazione

Se ne parla da molte parti ma è difficile non riportare un commento: dopo una breve quanto contestata esistenza il ministro Rutelli annuncia la chiusura del portale Italia.it.

Dettagli sulla notizia e sulla storia del portale si possono trovare su siti e blog della rete così come sui quotidiani.

58,6 milioni di euro buttati, soldi che sarebbero potuti andare alla ricerca di base, a start up innovative, al trasferimento tecnologico solo per rimanere nel campo dell’innovazione.

Solo per fare un esempio fra i tanti possibili, qualche giorno fa gli scienziati impegnati da 20 anni nel Programma di ricerche al Polo Sud sono scesi in piazza per protestare del taglio del 70% dei finanziamenti pari 28 milioni annui destinati al progetto. E mentre i loro colleghi francesi e tedeschi continuano a lavorare ad uno dei più importanti progetti di studio sui cambiamenti climatici, ai nostri scenziati non rimane altro che protestare.

Tolleranza inopportuna

Ancora oggi giornali e telegiornali dedicano ampio spazio all’incidente accaduto a Bormio dove una moto ha investito e ucciso un bambino di tre anni lungo una pista ciclabile dove stava pedalando con la mamma. Un incidente assurdo, in piena campagna, accaduto dove era impensabile che accadesse: una ciclabile isolata e lontana dalla strada.

Un incidente che colpisce ma che non sorprende considerando il poco rispetto che viene riservato alle piste ciclabili. La foto di seguito è stata scattata a poche ore dall’incidente in pieno centro di Roma, in via Cicerone, zona presidiata da vigili e forze dell’ordine che, rispetto a tale invadenza, esercitano, in questo caso sì, una inopportuna, pericolosa e complice tolleranza.

Certo è difficile pensare a forme innovative di trasporto urbano, ad approcci multimodali e alla riduzione dell’inquinamento atmosferico nelle nostre città se sulle ciclabili ci mandiamo le automobili.

ciclabile a Roma

Tolleranza zero

Continua il dibattito, anzi la polemica, sulla proposta del sindaco di Firenze Domenici di applicare la tolleranza zero nei confronti dei lavavetri ai semafori. Per ultimo, con il sindaco fiorentino, ha polemizzato Nichi Vendola che evidenzia il rischio di come, andando avanti così, non si ottiene altro che criminalizzare la povertà.

Bella idea questa della tolleranza zero, importata senza mediazioni, ma senza anche riflettere, dalla metropoli newyorkese.

Nelle nostre città, dove tolleriamo i proprietari dei cani che impunemente lasciano luridi i marciapiedi e i giardini, dove le automobili e i mezzi pubblici invadono strade e marciapiedi, dove si parcheggia, grazie alla tolleranza dei vigili, in seconda e terza fila bloccando la circolazione e intossicando l’aria, dove gran parte degli accessi pedonali sono preclusi ai disabili o alle carrozzine con bambini. Nelle nostre città, cresciute per mano degli speculatori edilizi e della furbizia dei vigliacchi abusi domestici. Nelle nostre città, senza idee e progetti, in cui le uniche trasformazioni in corso sono quelle destinate ai centri commerciali e alle migliaia di metri cubi che si portano dietro. Nelle nostre città, dunque, abbiamo bisogno della tolleranza zero e ce ne abbiamo urgentemente bisogno nei confronti di quella categoria che più sta minando il nostro futuro, il nostro stare insieme civile: i lavavetri.

Perché proprio i lavavetri? Ma è ovvio: perché hanno la sfrontatezza di farsi vedere, di toccare e a volte sporcare le nostre macchine, perché ci fanno perdere secondi preziosi nella nostra monotona corsa quotidiana dalla ricerca di un parcheggio all’altro, perché volendoli al limite ricompensare ci obbligano ad aprire i finestrini delle macchine in cui ci sigilliamo con il climatizzatore.

E dove devono andare i lavavetri che cacciamo dalle strade? Ma è ovvio, nelle fogne in cui vivono, sotto i ponti dei fiumi, nelle discariche abusive, comunque lontani dai nostri occhi. In quelle parti di città e di società che si sta stratificando sotto il livello in cui abitiamo, ci muoviamo e lavoriamo senza voler essere disturbati.

Consiglio un esercizio che sarebbe utile soprattutto a chi ci amministra: dare un’occhiata da dove arrivano quotidianamente gran parte dei lavavetri. A Roma, solo per fare un esempio, l’esercizio non è difficile da svolgere: basta farsi una passeggiata (magari non da soli) sulla ciclabile del Tevere di cui la Capitale tanto si gloria. La ciclabile, che arriva da nessuna parte, attraversa accampamenti sotto i ponti, villaggi improvvisati tra rifiuti e discariche: una città invisibile soprattutto agli occhi di chi non vuole vedere e capire.

Quindi ditela bene e, soprattutto, ditela tutta. Cari lavavetri da oggi tolleranza zero: via dalle nostre strade e rimanete nelle fogne con le vostre famiglie e i vostri bambini, lontani dai nostri occhi e dalle nostre auto.

I villaggi spontanei sugli argini del Tevere.

L’emblematica piazzola, in mezzo ai campi, di conclusione della ciclabile. Non si può far altro che tornare indietro

Immigrati, brava gente

Quello dell’immigrazione è sicuramente il fenomeno sociale dove maggiore e più drammatica è la mancanza di soluzioni innovative dal punto di vista politico, organizzativo e culturale.

Questa estate, come tutte le precedenti, abbiamo assistito all’ennesimo, drammatico bollettino dei viaggi della speranza verso l’Italia molto spesso conclusi tragicamente. Quasi non ci si fa più caso, come se fosse uno degli elementi, come il gran caldo, che oramai caratterizzano le nostre estati. L’ultimo Agosto, però, è stato segnato da una novità, un sussulto di orgoglio politico che si è concretizzato con l’ordinanza dell’amministrazione comunale di Firenze che ha riportato al centro delle discussioni il tema dell’immigrazione.

Per dare un piccolo contributo a un’altra dimensione relativa all’immigrazione, quella dell’integrazione, riporto una galleria di foto a testimonianza delle diverse modalità con la quale le migliaia di immigrati si stanno inserendo in Italia: dall’ambulante, all’operaio specializzato, dal pastore al pescatore fino al cuoco del ristorante di sushi.

Una selezione di queste foto verrà esposta, insieme a quelle di altre autori, proprio a Firenze, nella sala d’Armi di Palazzo Vecchio a partire dal prossimo 21 settembre in una mostra organizzata dalla Fondazione Fratelli Alinari per la Storia della Fotografia per conto del Ministero dell’Interno.

Politiche di innovazione, innovazione per la politica

Era questo il titolo di un paragrafo pubblicato dal Censis nella sua Relazione Sociale di due anni fa reso attuale alla luce delle inziative tecnologiche recenti di alcuni esponenti della classe politica italiana.

Si poteva leggere:

… Ci si domanda se la politica stessa, che propone l’innovazione, sia preparata ad agire in modo innovativo, ad adottare nuovi schemi, nuovi principi, strumenti tecnologici e inesplorate modalità di relazione. La complessità crescente delle scelte che ogni paese deve maturare e le nuove abitudini di comunicazione dei cittadini, specie i più giovani, dovrebbero spingere ad esplorare nuovi sistemi attraverso cui sviluppare la discussione pubblica.

Le principali forme di interazione dei soggetti politici con i propri referenti rimangono oggi quelle tradizionali, frontali, conformate al modello “broadcast” di comunicazione unidirezionale. Gli elementi di novità nell’azione politica sono sempre iscritti in un percorso già noto, anche se poggiano su nuovi strumenti, il cui utilizzo è nella maggior parte dei casi accessorio. C’è difficoltà a maneggiare le nuove tecnologie e la rete Internet per i propri scopi e dai discorsi delle leadership emerge ancora una certa diffidenza, alimentata probabilmente dall’idea che la politica non si faccia in piazza, tanto meno se telematica. D’altro canto non è più possibile considerare trascurabile come pubblico il numero dei cittadini on line, sia per la costanza di presenza in rete (è sempre più diffusa la tendenza all’always-on) sia le loro caratteristiche specifiche di soggetti informati e sempre più attivi in dinamiche relazionali.

Si possono isolare due atteggiamenti, qualitativamente e quantitativamente molto diversi, di chi oggi fa politica in rete. Il primo è dei “presenzialisti”, ossia di coloro che hanno capito l’opportunità di essere on line ma non hanno la giusta competenza e padronanza del mezzo. I loro progetti sono spesso evanescenti e poco efficaci. L’altro atteggiamento è quello dei “relazionisti”, quantitativamente una minoranza, che invece hanno preso consapevolezza di quali siano le potenzialità delle nuove tecnologie e quindi le utilizzano in modo maturo ed adeguato.

Almeno per un “dovere di presenza”, quindi, tutti i partiti politici hanno siti web aggiornati e ricchi di documentazione e informazioni. Anche le sezioni territoriali di partito, sebbene in modo molto più artigianale, sono presenti sul web. Molti sono anche i siti personali dei politici italiani. I siti contengono blog, forum, bacheche elettroniche, indirizzi e-mail, materiale di propaganda, foto. La rete è oggi territorio di conquista: lo dimostra non solo il gran numero di nuovi siti nati in occasione delle campagne elettorali ma anche l’importanza accordata dalle nuove giunte locali e dai nuovi ministri alla personalizzazione delle proprie pagine sui siti istituzionali. Le pagine dedicate al vertice politico sono spesso più ricche di quelle volte alla descrizione e presentazione degli uffici amministrativi e di contatto con il pubblico. I siti così creati sono poco frequentati, i servizi interattivi vengono spesso sospesi perché male utilizzati o ingestibili.

Quindi i “presenzialisti” non ignorano tanto l’esistenza di nuovi strumenti, piuttosto tradiscono la logica di rete che li dovrebbe animare.

Un ragionamento molto attuale perché, appunto alla luce delle nuove iniziative, rimane aperta la domanda? Ci troviamo di fronte, semplicemente, a forme di presenzialismo atte ad occupare nuovi spazi di comunicazione o stiamo asisstendo alla nascita di un modo nuovo di intendere la politica basato sulle capacità di relazionalità e di ascolto che le nuove tecnologie offrono?

Guardando alle diverse iniziative in essere la risposta, per ora, non è certa.

Tra le diverse presenze on line troviamo Diego Cammarta che, in occasione della recente campagna elettorale per le amministrative a Palermo, oltre ad un proprio blog personale ha avviato un canale di comunicazione con i cittadini tramite Twitter . Gianfranco Micciché, sempre in Sicilia, ha aperto recentemente un account di foto su Flickr uno su Youtube e avviato un Blog personale per la gestione quotidiana dei rapporti con i cittadini.

Con Capezzone la politica non va semplicemente on line ma parte dalla rete tramite Dec!dere.net con l’obiettivo di comunicare e aggregare attraverso la pubblicazione di videoprogrammi.

Analogo approccio quello di Enrico Letta che affida la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico ad un video, unico contributo, per ora, del suo nuovo sito. A dire il vero, quello di Letta è il messaggio chè più discosta dalla logica comunicazionale e partecipativa on line. Il suo, più che un videomessaggio informale, è uno spot ben registrato distribuito su youtube.

Ancora più avanti, tecnologicamente, si pone Antonio Di Pietro con il suo annuncio:

Oggi, giovedì 12 luglio, il Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro condurrà su Second Life una conferenza stampa virtuale in 3D in diretta con i più autorevoli giornalisti italiani e con il pubblico. Il Ministro incontrerà i giornalisti per discutere e dimostrare le potenzialità di Second Life come strumento per la politica e l’organizzazione sociale.

La conferenza stampa si terrà giovedì 12 luglio alle ore 17.00 orario italiano (ovvero le 8.00 secondo l’orario di Second Life). L’evento è presentato da Casaleggio Associati e da ”Italia dei Valori”, e sarà prodotto da Lichtenstein Creative Media.

Non è solo la prima volta che un ministro della repubblica italiana si affida a internet nella sua dimensione di SL ma è anche la prima volta che un evento politico virtuale è stato salutato da una manifestazione di protesta virtuale. Lo stesso giorno, infatti, la lega ambiente ha contestato il ministro con cartelli digitali con su scritto Qui puoi costruire tutte le autostrade che vuoi.


No oil. Innovare con la tradizione

Parlare di mobilità significa soprattutto parlare di linee metropolitane o di sottopassi stradali. Questo in Italia. Le più grandi e dinamiche metropoli europee da molto tempo intendono la mobilità urbana quale risultato di un sistema multimodale basato sull’integrazione dei diversi mezzi disponibili. Tra questi, in ambito metropolitano, la bicicletta assume un ruolo sempre più centrale. Basta passare due giorni a Barcellona o a Berlino per rendersi conto come la bicicletta possa essere, in un contesto urbano che ne prevede l’uso, un valido strumento alternativo o complementare agli altri mezzi pubblici e privati.

Proprio di questi giorni è la notizia del nuovo servizio offerto a Parigi, la cui municipalità mette a disposizione 10 mila biciclette che si possono affittare in un quartiere e restituire in un altro. Velib hanno chiamato questo servizio, il cui acronimo tradotto sta per bicicletta e libertà, già adottato in altre capitali europee come, tra le altre, Bruxelles.

Le statistiche italiane, a proposito delle infrastrutture urbane per le biciclette, sono disastrose. Nell’ultimo rapporto sull’ecosistema urbano della Legambiente i chilometri complessivi di ciclabili in Italia vengono indicati in 1.700. La classifica per città evidenzia una situazione delle realtà metropolitante deludente e preoccupante: Roma è 67° in Italia con 1,55 km di pista ogni 100 abitanti, segue immediatamente Milano con 1,49 Km. Leggermente migliiore la situazione di Torino 52° con 3,61 Km per 100 abitanti mentre pari a zero è la dotazione di Napoli.

Al di là dei dati, comunque importanti, la percezione diretta dà la misura della differenza. Spostarsi in biciletta, a Berlino come a Barcellona, risulta naturale e facile grazie alle ciclabili che attraversano la città, alla possibilità di portare le bici su gran parte dei mezzi pubblici e agli spazi dedicati a questo mezzo.

Attrezzature ed infrastrutture inesistenti nelle nostre grandi città. Roma, ad esempio, non solo detiene una dotazione misera di ciclabili ma l’uso della bici non sembra essere contemplato neanche in prospettiva. Al di là dei piani previsti basta guardare le ultime realizzazioni di ammodernamento delle vie stradali dove le ciclabili sono state completamente ignorate: i recenti lavori nella banchina centrale di viale dell’università, risistemata per dare spazio a parcheggi in un quartiere ad altissima concentrazione di giovani e in una via che collega la stazione termini con l’università; il marciapiede di via prenestina, altra importante direttrice da e verso quartieri altamente popolati, appena ristrutturato con spazi ampissimi calpestabili e senza aver previsto un piccolo spazio per la bicicletta. Lo stesso vale per via labicana che permetterebbe una fruizione in bicicletta della città da parte dei turisti. Interventi recenti, come la ciclabile lungo la Palmiro Togliatti, dimostrano improvvisazione e mancanza di politiche attive.

Non è solo un problema infrastrutturale ma anche culturale. Rimanendo a Roma, la ciclabile lungo il tevere, benché a tratti difficilissima da percorrere a causa del manto stradale rovinato, è una importante via di collegamento fra diversi quartieri e occasione di passeggiate anche familiari. Per tutto il periodo estivo lo spazio a questa dedicato viene coperto dalle installazioni per i locali realizzati in occasione dell’estate romana: paninoteche, spiaggia, bancarelle di prodotti vari per cui viene resa inpraticabile proprio nei mesi più idonei allo spostamento in bicicletta. Non solo. Molti custodi dei parchi urbani non sono a conoscenza della modifica apportata oramai anni fa al regolamento comunale in merito ai divieti nei parchi per cui ne impediscono l’attraversamento in bicicletta. I cartelli presenti sono quelli vecchi che vietano oltre al passeggio dei cani senza guinzaglio, all’accesso alle moto anche, appunto, l’accesso in bicicletta.

Eppure, le altre città insegnano, spesso l’innovazione passa proprio per la riscoperta della tradizione soprattutto quando il suo recupero non presuppone finanziamenti speciali ma solo una decisa volontà ispirata da una chiara visione dello sviluppo della città e della mobilità. Multimodale in questo caso.

Immagini di Barcellona