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Facebook e la «rappresentatività esistenziale»

Sono settimane che, frequentandolo, mi interrogo senza risposte sul senso di Facebook. Perché dovrei essere interessato allo stato d’animo di persone che se incontrassi per strada neanche riconoscerei? Perché devo considerare “amici” compagni di scuola con cui nei trent’anni dal diploma non ho condiviso più niente e per questo mai  più incontrato? Perchè ieri la maggior parte dei miei “amici” su Facebook si interrogava su cose completamente inutili e non sui 143 morti a Mumbai?

Ho trovato tutte le mie risposte leggendo oggi, in ritardo rispetto allla pubblicazione, questo editoriale di Giuseppe De Rita il quale ovviamente non si riferisce direttamente a Facebook ma alla più generale crisi esistenziale che ci accomuna: [… Perché, come ha acutamente notato Natalino Irti, viviamo un tempo in cui non c’è più rappresentanza (di interessi, di bisogni, di opzioni collettive) ma «rappresentatività esistenziale», di messa in comune di emozioni e sentimenti individuali coltivati nella dimensione dell’esistenza, senza passioni e spessori di essenza. Non a caso, limitando la riflessione al puro campo politico, hanno oggi più successo le formazioni che si rifanno al disagio esistenziale (il leghismo, il dipietrismo) che quelle che devono (per necessitata ampia consistenza) far riferimento alla rappresentanza di interessi, bisogni e opzioni di carattere collettivo, più che ai turbamenti o ai rinserramenti esistenziali.]

Tolleranza zero

Continua il dibattito, anzi la polemica, sulla proposta del sindaco di Firenze Domenici di applicare la tolleranza zero nei confronti dei lavavetri ai semafori. Per ultimo, con il sindaco fiorentino, ha polemizzato Nichi Vendola che evidenzia il rischio di come, andando avanti così, non si ottiene altro che criminalizzare la povertà.

Bella idea questa della tolleranza zero, importata senza mediazioni, ma senza anche riflettere, dalla metropoli newyorkese.

Nelle nostre città, dove tolleriamo i proprietari dei cani che impunemente lasciano luridi i marciapiedi e i giardini, dove le automobili e i mezzi pubblici invadono strade e marciapiedi, dove si parcheggia, grazie alla tolleranza dei vigili, in seconda e terza fila bloccando la circolazione e intossicando l’aria, dove gran parte degli accessi pedonali sono preclusi ai disabili o alle carrozzine con bambini. Nelle nostre città, cresciute per mano degli speculatori edilizi e della furbizia dei vigliacchi abusi domestici. Nelle nostre città, senza idee e progetti, in cui le uniche trasformazioni in corso sono quelle destinate ai centri commerciali e alle migliaia di metri cubi che si portano dietro. Nelle nostre città, dunque, abbiamo bisogno della tolleranza zero e ce ne abbiamo urgentemente bisogno nei confronti di quella categoria che più sta minando il nostro futuro, il nostro stare insieme civile: i lavavetri.

Perché proprio i lavavetri? Ma è ovvio: perché hanno la sfrontatezza di farsi vedere, di toccare e a volte sporcare le nostre macchine, perché ci fanno perdere secondi preziosi nella nostra monotona corsa quotidiana dalla ricerca di un parcheggio all’altro, perché volendoli al limite ricompensare ci obbligano ad aprire i finestrini delle macchine in cui ci sigilliamo con il climatizzatore.

E dove devono andare i lavavetri che cacciamo dalle strade? Ma è ovvio, nelle fogne in cui vivono, sotto i ponti dei fiumi, nelle discariche abusive, comunque lontani dai nostri occhi. In quelle parti di città e di società che si sta stratificando sotto il livello in cui abitiamo, ci muoviamo e lavoriamo senza voler essere disturbati.

Consiglio un esercizio che sarebbe utile soprattutto a chi ci amministra: dare un’occhiata da dove arrivano quotidianamente gran parte dei lavavetri. A Roma, solo per fare un esempio, l’esercizio non è difficile da svolgere: basta farsi una passeggiata (magari non da soli) sulla ciclabile del Tevere di cui la Capitale tanto si gloria. La ciclabile, che arriva da nessuna parte, attraversa accampamenti sotto i ponti, villaggi improvvisati tra rifiuti e discariche: una città invisibile soprattutto agli occhi di chi non vuole vedere e capire.

Quindi ditela bene e, soprattutto, ditela tutta. Cari lavavetri da oggi tolleranza zero: via dalle nostre strade e rimanete nelle fogne con le vostre famiglie e i vostri bambini, lontani dai nostri occhi e dalle nostre auto.

I villaggi spontanei sugli argini del Tevere.

L’emblematica piazzola, in mezzo ai campi, di conclusione della ciclabile. Non si può far altro che tornare indietro

Solennemente

Recentemente la 7 ha mandato in onda un’intervista a Ferdinanda Scianna, siciliano, uno dei più grandi fotografi al mondo. Fuggito dalla Sicilia, come dice lui, diventa famoso grazie ad un libro sulle feste religiose in sicilia, nel 1965, che pubblica con introduzione di colui che diventerà un suo grande amico, Leonardo Sciascia.

 

Dico che?

Roma, 10 marzo 2007, manifestazione sui DICO a Piazza Farnese. La serie completa è qui.

Dico che?, originally uploaded by Gianni D..

 

 

L’Italia del Censis in foto

Da quarant’anni il Censis ci restituisce puntualmente una lettura dell’Italia dai mille volti ed espressioni: il paese del sommerso, del policentrismo, della segmentazione e della soggettualità. Una conoscenza del paese che scaturisce dal lavoro quotidiano che i ricercatori portano avanti sul territorio, seguendo direttamente e in prima persona i diversi processi e fenomeni .

Cosa succede se agli strumenti tipici della ricerca sociale ed economica si affianca la macchina fotografica? Il risultato è un reportage fotografico composto da più di 300 immagini scattate da me. Un viaggio dal Nord al Sud tra i volti della vitalità molecolare descritta dal Censis e tra le contraddizioni del crescere asimmetrico del nostro paese.

Espressioni di un’Italia che si confronta a livello internazionale (gli espositori alla fiera di Milano, le piccole imprese che innovano) e di un’Italia dai mestieri che vanno scomparendo (l’ultimo fabbricante di ghiaccio per i pescherecci dell’antica marineria di Sciacca, l’ultimo costruttore di nasse di Mazara del Vallo). Di un’Italia che si omologa (gli happy hours, il sushi) e di un’Italia legata alle tradizioni (le processioni, i borghi, la cucina tradizionale) e attraversata da immigrati in cerca di inclusione (le immagini dei venditori ambulanti) e di immigrati integrati nel mondo del lavoro (il commerciante di piazza Vittorio, gli operai di Cremona). Tutte tessere di un gigantesco puzzle che ci restituisce, una volta completato, l’immagine di un paese che della diversità ha fatto la propria identità.

Una selezione di 32 foto è stata pubblicata nel 40° Rapporto sulla situazione sociale del Paese presentato alla stampa il primo dicembre. E’ la prima volta che all’interno del Rapporto Censis si fa ricorso al linguaggio visuale della fotografia. Un’occasione per celebrare il quarantesimo anniversario e per sperimentare nuove forme descrittive dei fenomeni sociali.

La fotografia è usata nel Rapporto come strumento di indagine con l’obiettivo di affiancare le tecniche di rappresentazione visuale agli strumenti tipici della ricerca sociale ed economica nell’interpretazione dei fenomeni. Il risultato è un racconto sintetico per immagini che ripercorre alcune delle fenomenologie socioeconomiche su cui si fonda l’analisi attuale del nostro paese: la ripresa, i big player, la patrimonializzazione immobiliare, l’allargamento del terziario, dei grandi servizi e del turismo, la rinascita delle grandi città, gli aspetti sociali”.

 

I grandi soggetti dell'energia

 

 

Strike the war


Strike the war, originally uploaded by Gianni D..