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APPS4ITALY una speranza per la PA

Ci siamo, il contest Apps4italy è arrivato al traguardo e sabato 19 maggio durante FORUM PA saranno presentati i vincitori.

Lo dico subìto, se lo avessimo organizzato come FORUM PA saremmo stati probabilmente più efficaci e pronti nelle comunicazioni e nel rispetto dei tempi. E, probabilmente, meglio ancora avrebbe fatto ciascuno dei soggetti promotori se avesse lavorato da solo.
Ma il successo di APPS4ITALY è stato proprio questo, di non essere iniziativa di un singolo ma di una collettività, riunitasi in comitato, fatta di soggetti pubblici e privati, associazioni, ed istituzioni, sponsor che, intorno al tema federatore dell’Open Data, hanno lavorato insieme con un’obiettivo comune: valorizzare e premiare le migliori idee, applicazioni, ed utilizzi dei dati rilasciati dalle pubbliche amministrazioni italiane.
Senza esagerare con l’enfasi è però l’esempio di come dovrebbe lavorare la PA per fare di più spendendo di meno, governando la rete di attori pubblici e privati verso obiettivi e progetti comuni. Certo non sono mancati i problemi, certo non tutti hanno sviluppato quel senso del “noi” indispensabile per la riuscita del progetto insistendo fino all’ultimo con infantili protagonismi, così come non sono mancate le critiche e le pochezze di chi si è sentito escluso da questo momento creativo. Ma nonostante tutto si è andati avanti. Un grazie a tutti i componenti del comitato organizzato che hanno profuso competenze ed entusiasmo e un complimenti ai vincitori che il 19 saranno protagonisti per un giorno.
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Social media e customer satisfaction management per le amministrazioni pubbliche

Il webinar che si è tenuto a metà dicembre è stata una prima occasione per ragionare, insieme ad interessanti ospiti, sui temi della customer satisfaction in un periodo, come quello attuale, in cui stanno emergendo con sempre più chiarezza, da parte dei cittadini, nuovi bisogni e nuove modalità di partecipazione alla vita pubblica. Bisogni e aspettative che trovano, almeno in parte, accoglienza nel ricorso alle nuove tecnologie, contribuendo a delineare quello che, semplificando, viene definita come cittadinanza 2.0.

D’altronde, anche l’ultimo rapporto dell’ISTAT su “Cittadini e nuove tecnologie” ha messo in evidenza come, benché con ritmi inferiori a molto altri paesi, la penetrazione di internet nelle famiglie italiane continua a crescere: “rispetto al 2010 cresce la quota di famiglie che nell’anno in corso possiede un personal computer (dal 57,6% al 58,8%), l’accesso a internet (dal 52,4% al 54,5%) e un a connessione a banda larga (dal 43,4% al 45,8%)”. Se la dotazione tecnologica cresce cambiano anche i comportamenti, Internet, fino a qualche hanno fa usato quasi esclusivamente per gestire la posta elettronica o per navigare su web si è arricchito, in pochissimo tempo, della dimensione sociale. Sempre sul rapporto ISTAT si legge: “Nel 2011 il 53,8% degli utenti d’Internet consulta un wiki per acquisire informazioni, il 48,1% crea un profilo utente, invia messaggi o altro su Facebook, Twitter. I social network non vengono utilizzati solo come strumento per mantenere i rapporti nella propria rete amicale, ma anche come strumento di informazione e comunicazione su temi sociali o politici (22,8%).”

Di questo cambiamento si sono rese conto, per prime, le aziende che hanno cercato di instaurare un nuovo rapporto con i cittadini aggiungendo nuovi canali di comunicazione interattiva. E’ il caso del ricorso ai contest, di cui parlammo qualche mese fa, grazie ai quali le aziende non solo raccolgono feedback sui servizi e i prodotti offerti, ma anche suggerimenti ed idee per l’implementazione di nuove proposte e, soprattutto, del social CRM definito da wikipedia, appunto, come una disciplina emergente finalizzata a creare un nuovo rapporto collaborativo con gli utenti.

Anche la Pubblica Amministrazione sta muovendo i suoi primi passi e tra esperimenti e progetti pilota il termine social è sempre di più in voga. Sulla presenza delle pubbliche amministrazioni su Twitter sicuramente interessante il report annuale di Giovanni Arata intitolato TwitterPA dal quale si evince, però, che il ricorso a tale strumento è ancora basato prevalentemente sull’improvvisazione. Un’esperienza di successo è stata, invece, l’iniziativa non istituzionale dell’Ideario di Cagliari [di cui ci siamo occupati ampiamente] che viene presentato come “un’iniziativa dal basso, nata per creare partecipazione sulla nostra città dopo l’elezione del nuovo sindaco, Massimo Zedda. L’ideario non appartiene ad un partito, né al Comune di Cagliari, né allo staff di Massimo Zedda. Questi soggetti pertanto non hanno alcuna responsabilità sui contenuti dell’Ideario stesso”. Un’iniziativa informale che però ha dimostrato una propensione tutta nuova dei cittadini a partecipare, in pochi mesi sono arrivate 574 idee, 2.942 commenti, 13.000 voti per 1.152 utenti registrati.

Ma a muoversi non sono solo le associazioni o i singoli cittadini. Lo scorso anno l’allora Ministero della Pubblica Amministrazione e l’innovazione ha lanciato, in collaborazione con il Formez PA e FORUM PA, il progetto MiaPA; un’iniziativa volta ad introdurre e sperimentare linguaggi e strumenti innovativi nel rapporto tra Pubblica Amministrazione e cittadini. A questo scopo MiaPA fa ricorso alle tecnologie del social check in (la possibilità offerta dagli smartphone di condividere punti di interesse geolocalizzati) per permettere agli utenti di segnalare e valutare un servizio della Pubblica Amministrazione di cui si è usufruito. A livello cittadino, invece, uno dei Comuni più attivi e sicuramente quello di Udine la cui esperienza è sintetizzata dall’assessore Paolo Coppola. Il Comune da diversi anni è oramai impegnato a sperimentare le diverse forme di interazione con i cittadini: twitter, Facebook, contest su uservoice fino ad essere il primo comune italiano ad utilizzare una piattaforma per la segnalazione da parte, degli utenti, di eventuali disservizi sul territorio.

Se le iniziative portate avanti fino ad ora sembrano promettenti le prospettive non devono indurci a intraprendere scorciatoie. L’ascolto dei cittadini tramite i social network, infatti, sconta comunque l’esclusione di coloro che per diversi motivi di natura tecnologica o culturale non usano o usano saltuariamente le tecnologie di rete ma, soprattutto, la non rappresentatività statistica dei risultati. Anche se internet dovesse raggiungere la totalità della popolazione, gli strumenti social di per sé prevedono una partecipazione volontaria che non è rappresentativa degli atteggiamenti del pubblico in generale.

Mettere il cittadino al centro del proprio operato deve quindi significare, per una pubblica amministrazione, adottare un approccio articolato che si avvale di diversi strumenti a disposizione con obiettivi specifici in grado di raggiungere pubblici diversi. Considerando gli strumenti a disposizione si può ipotizzare una strategia basata su tre livelli diversi:

  1. I social network per raggiungere pubblici più giovani e contribuire a creare una cultura della partecipazione tra i cittadini;
  2. La raccolta dei feedback sulla qualità dei servizi erogati che può avvenire tramite internet, tramite strumenti avanzati come MiaPA, tramite il ricorso a strumenti strutturati come Mettiamoci la Faccia “per rilevare in maniera sistematica attraverso l’utilizzo di emoticons, la soddisfazione di cittadini e utenti per i servizi pubblici erogati agli sportelli o attraverso altri canali (web e telefono)”.
  3. L’adozione di strumenti di Customer Satisfaction che permettono il ricorso a metodologie collaudate rigorose ma flessibili in grado di adattarsi alle necessità delle diverse pubbliche amministrazioni. Tra queste ultime non possiamo non citare il progetto MiglioraPA del Dipartimento della Funzione Pubblica pensato per tutte le amministrazioni delle Regioni Convergenza (Puglia, Calabria, Sicilia, Campania).

Una strategia europea per l’open data

Con una nota stampa rilasciata ieri, 12 dicembre, la Commissione Europea ha presentato, tramite la commissaria Neelie Kroes (guarda il video) una comunicazione ufficiale finalizzata a valorizzare gli Open Data tra i paesi europei:

La strategia è basata su quattro azioni principali:

  1. Con la prima la Commissione vuole dare il buon esempio annunciando il rilascio, nella prossima primavera, di un portale europeo, attualmente in fase beta, con i dati prodotti dalla Commissione stessa e dai diversi organismi comunitari.
  2. Un investimento di 100 milioni di euro nel periodo 2011-2013 per sostenere la ricerca per lo sviluppo di tecnologie in grado di gestire e valorizzare i dati aperti.
  3. La creazione di un portale paneuropeo, che sarà operativo nel 2013, che diventerà la porta di accesso ai diversi  dataset messi a disposizione dai diversi paesi membri.
  4. Una proposta di aggiornamento della direttiva del 2003 sul riutilizzo dei dati pubblici.

Cominciamo proprio da quest’ultimo documento diffuso già sotto forma di bozza. Si legge nel documento: “L’importanza economica dell’apertura delle risorse di dati, inclusi i dati pubblici è oggi riconosciuta da tutti. Ad esempio, secondo una relazione pubblicata dall’Economist nel 2010, i dati sono diventati “una materia prima economica quasi alla pari del capitale e della forza lavoro”, mentre il Digital Britain Final Report definisce i dati “una valuta dell’innovazione… la linfa dell’economia della conoscenza”.
Secondo uno studio recente, il mercato complessivo delle informazioni del settore pubblico nel 2008 totalizzava un importo di 28 miliardi di EUR nell’Unione. Lo stesso studio indica che l’utile economico complessivo derivante dall’ulteriore apertura delle informazioni del settore pubblico determinata da un accesso agevole alle stesse ammonta a 40 miliardi di EUR all’anno per i paesi dell’UE-27. Gli utili economici diretti e indiretti totali connessi alle applicazioni e all’uso delle informazioni del settore pubblico per l’intera economia dell’UE-27 sarebbero dell’ordine di 140 miliardi di euro all’anno.

Oltre ad alimentare l’innovazione e la creatività, che servono da stimolo alla crescita economica, l’apertura dei dati delle pubbliche amministrazioni faciliterà anche la partecipazione attiva dei cittadini, rafforzando una democrazia partecipativa e promuovendo la trasparenza, la responsabilità e l’efficienza delle amministrazioni. ”

La Commissione, dunque, ribadisce l’importanza strategica del riutilizzo dei dati pubblici e cerca di porre le condizioni per diffondere, tra le pubbliche amministrazioni europee la cultura e la prassi degli open data cercando anche di intervenire su quella che attualmente viene considerata “la mancanza di consapevolezza degli organismi pubblici per quanto riguarda le potenzialità dei dati aperti” Nello specifico, la proposta di nuova direttiva:

  • introduce il principio che tutte le informazioni in possesso del settore pubblico, che non rientrano esplicitamente tra le eccezioni, sono riutilizzabili per fini commerciali e non commerciali;
  • stabilisce che l’importo addebitabile per l’acquisizione di informazioni del settore pubblico non può essere superiore ai costi marginali di divulgazione e che solo in casi eccezionali rimane possibile addebitare l’intero costo di produzione e divulgazione delle informazioni;
  • amplia il campo di applicazione della direttiva per includervi biblioteche, archivi, musei e biblioteche universitarie, in modo tuttavia da limitare i possibili effetti finanziari e non imporre oneri amministrativi eccesivi a tali istituzioni.

Accanto alle iniziative di adeguamento del quadro normativo, come abbiamo già introdotto, sono previste una serie di azioni volte a sostenere  e valorizzare i processi in corso: costruzioni di portali, sostegno alle imprese che intendono proporre soluzioni per il riutilizzo dei dati, lancio di contest pubblici per premiare soluzioni innovative che utilizzino i dati resi pubblici.

Un’attività complessiva che diventa parte integrante dell’Agenda Digitale e che, secondo quanto affermato nella Comunicazione, può portare a un giro di affari pari a 40 miliardi l’anno.

La centralità che la Commissione dà agli Open Data (Turning government data into gold! è lo slogan della comunicazione) non può che riportarci alle questioni nostrane. Rispetto alla direzione tracciata dalla Commissione, una volta tanto non siamo, come Paese, gli ultimi della classe. Come il Regno Unito e la Francia anche noi abbiamo un portale nazionale e diversi portali regionali per la distribuzione degli open data della pubblica amministrazione, abbiamo una licenza specifica a protezione dei dati liberati, abbiamo un vademecum di indirizzo e di guida per le amministrazioni che vogliono liberare i dati, abbiamo, infine, un contest finalizzato a premiare le migliore soluzioni di riutilizzo dei dati pubblici. Cosa ci manca allora? Ci manca una politica che valorizzi le diverse iniziative all’interno di un quadro coerente e di un progetto condiviso, una visione strategica che indichi priorità tra le diverse iniziative. L’augurio che possiamo farci è che, conclusa questo fase concitata, l’attuale governo abbia la forza e la volontà di riprendere il filo delle cose già in corso.

Web e copyright un connubio difficile anche per Tim Berners-Lee

La notizia è passata un po’ in sordina, con un’insolita disattenzione dei protagonisti della rete poi, sabato, Stefano Epifani, professore universitario alla Sapienza di Roma, l’ha rilanciata con un tweet diretto e provocatorio: “(@stefanoepifani) Ma lo speech di Tim Berners Lee, li valeva 25000 euro per 45 minuti non riproducibili sui media? #hbw11”
A cosa ci riferiamo? Alla partecipazione di Tim Berners-Lee, l’inventore del world wide web,  all’incontro dedicato a lui e alla sua creatura e che si è tenuto a Roma con il titolo Happy Birthday Web.

Ora non entro nel merito del compenso, eludendo così una parte della domanda di Epifani, probabilmente la partecipazione a un evento di Berners-Lee vale tutti i 25.000 euro che ha chiesto agli organizzatori, d’altronde, diversamente, sarebbe stato difficile vederlo a Roma a spegnere le candeline del compleanno che gli avevano organizzato.
La  questione centrale che solleva Epifani con il suo breve ma incisivo tweet è un’altra: Tim Bsrners-Lee ha preteso, con tanto di contratto scritto e blindato, che tutta la sua presenza a Roma, al compleanno della sua creatura, fosse coperta da copyright: vietato fare le foto durante il suo intervento, vietato registrarlo e tantomeno distribuirlo su internet, interviste solo a pagamento. E queste condizioni scorrevano sullo schermo mentre Berners-lee parlava alla platea, come una minaccia davanti ai presenti intimoriti. Poi, proprio grazie alle pressioni che stavano provenendo dalla rete, gli organizzatori (bisogna riconoscere prontamente) hanno convinto il papà del web a desistere almeno in merito alla pubblicazione dell’intervento che ora è effettivamente disponibile sul sito dell’evento, protetto da una semplice, ma efficace, licenza creative commons. La rete, quindi, almeno in questo caso, alla fine ha vinto ancora, ma la minaccia è evidente.

Ma come, il papà del web, colui che ha permesso l’avvento della società della conoscenza, colui che ha posto le condizioni per lo sviluppo di internet come la conosciamo ora, fonte di informazioni e di saperi ma anche di relazioni e di libertà di espressione considera la rete non degna di diffondere un suo intervento, peraltro già retribuito.

Certo la cosa deve far riflettere. Il pensiero per prima cosa va ai milioni di contributori che in tutto il mondo riempiono la rete anche di conoscenze e di saperi. Va a coloro che tramite Slideshare mettono a disposizione le proprie conoscenze, a coloro che hanno fatto di Flickr la più grande collezione di immagini che si possa immaginare, a coloro che da anni contribuiscono ad alimentare wikipedia, a chi si impegna quotidianamente a manutenere la licenza Creative Commons per proteggere le conoscenze liberate sulla rete, penso a quello che è significato per la diffusione dell’innovazione il movimento Open source con i suoi prodotti che usiamo quotidianamente nel nostro agire quotidiano, penso alle iniziative per gli open data, penso alla miriade di piccole aziende che con le loro soluzioni creano valore pubblico dai saperi liberati. Penso, ancora, agli innovatori nella PA caparbiamente impegnati a trasformare le loro conoscenze tacite in sapere da condividere per contagiare di innovazione altre realtà. Penso al nostro sito che raccoglie e diffonde gli interventi di migliaia di relatori che hanno messo a disposizione le registrazioni dei propri interventi e i materiali da loro elaborati e che contribuisce, quotidianamente, a diffondere conoscenze e soluzioni di un PA in cerca di efficienza e modernità.

E poi rifletto su cosa sarebbe oggi internet se tutti facessero come Tim Berners-Lee e considerassero la propria testimonianza, il proprio intervento a un convegno, le proprie riflessioni un prodotto del proprio ingegno la cui pur necessaria ed indispensabile tutela passa però per una censura totale di Internet.

Il tema del copyright è un tema serio che merita molta attenzione, ma che non si dovrebbe affrontare censurando il web. Come ha dichiarato appena poche ore fa il Commissario europeo Neelie Kroes rivolgendosi agli autori, è ora di finirla con l’ossessione (espressione sua) del copyright ed è importante cominciare a ragionare su nuove forme per retribuire la creatività.
Ma, considerando che non stiamo parlando di una persona qualsiasi, ma di colui che il web lo ha inventato, siamo costretti a prendere seriamente in considerazione questo scenario. Uno scenario che porterebbe a svuotare internet dalle conoscenze e dai saperi lasciandola in balia dei produttori del nulla e di rumore per poi avere i saperi veri protetti e blindati magari sotto forma di Apps. Perderemmo, all’improvviso, gran parte dei contenuti che hanno contribuito in pochi anni ad alimentare “la ricchezza della Rete“. Potrebbe così avverarsi davvero la profezia di Chris Anderson e di Michael Wolff che lo scorso Agosto anunciarono  dalle colonne di Wired (quello originale) la morte di internet a favore di più profittevoli soluzioni.

Se così fosse non abbiamo assistito al compleanno del web, ma al suo funerale. Ecco perché la rete ha avuto poco da festeggiare.

Voto:

Dove sono stato negli ultimi 6 mesi?

Me lo dice l’Iphone che ha registrato a mia insaputa tutti i movimenti! L’unica consolazione è che qualcosa gli è sfuggita.