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Ma di quale egov stiamo parlando?
Settimana ricca di stimoli, questa, in merito al tema dell’e-government. Il 15 dicembre la Commissione Europea ha rilasciato l’Action Plan per l’e-Government 2011-2015. Lunedi mattina il Ministro Brunetta ha presentato il primo Rapporto e-GOV Italia e anticipato i risultati del nono Benchmark sui servizi pubblici europei on line di Capgemini.
Cominciamo proprio da quest’ultimo. Per capire meglio sarà necessario aspettare la pubblicazione del rapporto, ma da quello che è stato anticipato sembra che nel ranking relativo alla piena disponibilità online dei venti servizi pubblici[1] destinati al cittadino e alle imprese l’Italia sia prima in Europa, registrando un salto in avanti, rispetto allo scorso anno, di più del 25%. Se ben capiamo, significa che per la totalità dei servizi considerati (tanto per fare un esempio sono compresi anche quelli sanitari come le procedure per effettuare una prenotazione presso una struttura ospedaliera ufficialmente riconosciuta dalle autorità nazionali, regionali o locali), in Italia è possibile, non solo avere informazioni on line, ma anche completare l’intera procedura, compreso il pagamento. Accipicchia!
Nell’attesa di capire meglio i risultati e, soprattutto, la metodologia e l’attendibilità della rilevazione conviene concentrarsi sul lavoro presentato dal Ministro Brunetta: il primo Rapporto e-gov Italia curato da DigitPA e dal Dipartimento per la Digitalizzazione della PA e l’‘innovazione Tecnologia della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il rapporto è molto ampio e completo ed è focalizzato sul processo di modernizzazione tecnologica della Pubblica Amministrazione italiana. Un prima lettura veloce ci restituisce il panorama che conosciamo. Solo per fare dei parzialissimi esempi:
- Nei comuni con siti web istituzionale, il 90% fornisce informazioni, il 68% permette l’acquisizione di modulistica, il 15% permette l’inoltro on line di moduli mentre solo il 7% permette la conclusione on line dell’intera procedura;
- I comuni che consentono pagamento on-line sul sito web istituzionale sono poco più del 20% con un picco della Provincia di Bolzano dove gli enti locali che ricorrono alle transazioni elettroniche sono quasi il 40%;
- I Comuni che effettuano monitoraggio sull’utilizzo dei servizi offerti via web sono meno del 30%. Anche in questo caso ci sono delle realtà avanzate (di nuovo la provincia autonoma di Bolzano) e dei territori che arrancano con valori ben al di sotto della media nazionale;
- le aule scolastiche con accesso ad internet sono poco più del 10% .
Qual è, dunque, la situazione? Siamo traino o rimorchio nell’ambito dell’ampio processo europeo verso una società dell’informazione basata anche e soprattutto su una pubblica amministrazione moderna ed efficiente? Probabilmente nessuno dei due.
Come gran parte dei paesi occidentali stiamo vivendo un periodo di disorientamento alla ricerca di nuovi modelli operativi all’interno dei quali la pubblica amministrazione possa giocare un ruolo centrale nel sostenere la ripresa economica offrendo di più, in termini di servizi, e spendendo meno. Il futuro, anche del nostro paese, non sarà determinato dal posto in classifiche che oramai fanno riferimento a processi senza futuro operativo, ma dalla capacità di trovare nuove forme organizzative in grado di gestire la complessità attuale.
Da questo punto di vista un contributo utile può arrivare dal terzo documento citato: l’Action Plan per l’e-government rilasciato dalla Commissione Europea [qui trovate la traduzione in italiano del documento, che sul sito della Commissione manca].
SI legge nel Piano: “Esiste un’evidente necessità di effettuare la transizione verso un modello più aperto di concezione, produzione e offerta di servizi in linea, sfruttando le possibilità offerte dalla collaborazione fra cittadini, imprenditori e società civile. La combinazione di nuove tecnologie, specifiche aperte, architetture innovative e la disponibilità delle informazioni del settore pubblico può avere un grande valore per i cittadini che dispongono di minori risorse”.
E ancora: il Piano: “mira a massimizzare la natura complementare degli strumenti politici nazionali e dell’Unione , sostenendo la transizione dell’attuale eGovernment verso una nuova generazione di servizi di amministrazione digitale aperti, flessibili e collaborativi a livello locale, regionale, nazionale ed europeo, per conferire nuove responsabilità ai cittadini e alle imprese”.
Per raggiungere questi obiettivi il Piano individua una serie di priorità e di azioni con le relative scadenze fino al 2015. Ne riparleremo presto, e approfondiremo nel dettaglio, ma quello che qui preme mettere in evidenza è la natura politica del documento. I servizi di egovernment che ci ostiniamo a misurare seguono una logica non più applicabile ai livello nazionale e internazionale. Ne abbiamo parlato più volte (più o meno sono tre anni che ne parliamo) sottolineando la necessità di un nuovo modello per intendere i servizi pubblic on line.
L’Action Plan può essere un primo passo, una visione comune per stabilire obiettivi e strumenti da condividere. Non continuiamo ad accanirci su un progetto di egovernment oramai morto, a misurare le ultime esalazioni di un progetto senza sostenibilità, andiamo oltre, e al più presto.
Dal castello alla rete. Ovvero la Pa nell’era Facebook.
l più recente è il “caso Lazio”: a metà ottobre scorso il Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, vieta, tramite due specifiche direttive, l’accesso a Facebook e ad altri siti “non rilevanti” ai tremila dipendenti della Regione Lazio. La motivazione a sostegno della decisione è stata tanto semplice quanto disarmante: gli impiegati passano troppo tempo, in orario di lavoro, sui social media. Le reazioni sono state molteplici con l’inevitabile tendenza a posizioni manichee. D’altronde siamo sempre stati un popolo a cui piace schierarsi e contrapporsi: dai tempi storici e gloriosi degli “alfisti contro i lancisti” (mi riferisco alle automobili quando erano due marche diverse), dai sostenitori di “Coppi contro Bartali”, alle contrapposizioni meno edificanti contemporanee dei “fannullonisti contro i garantisti”. Non si cerca la dialettica, la comprensione, la contestualizzazione delle fenomenologie ma si arriva direttamente alla sintesi.
Mi ha colpito, tra gli altri, il commento di Andrea Di Maio, autorevole sostenitore dei processi di modernizzazione della pubblica amministrazione in ambito internazionale, che nel suo blog ha commentato la notizia difendendo nella sostanza la decisione perché considerata inevitabile in un contesto in cui i vertici apicali della pubblica amministrazione non sono in grado di valutare l’operato dei propri dipendenti in termini di risultati ed obiettivi. In sintesi, poiché i dirigenti non sono capaci di dirigere è meglio punire i dipendenti limitando la loro discrezionalità.
Cosa vuol dire? Che se in tutto il mondo la pubblica amministrazione sta sperimentando nuove forme organizzative, possibili proprio grazie alle tecnologie dei social media, in Italia è meglio consigliare un arroccamento che tenga buoni i fannulloni? Quale è il modello organizzativo a cui si ispira la gestione pubblica?
Parafrasando (o, meglio, stravolgendo) il titolo dello storico libro di Butera, sembra che il modello emergente da noi debba essere “Dalla Rete al Castello”, ovvero dell’isolamento dei nostri impiegati pubblici da dinamiche che, in altri Paesi, stanno avvicinando la pubblica amministrazione ai linguaggi dei cittadini e che da noi, invece, vengono considerate una minaccia per la produttività.
Ma, forse, anche il Castello rischia di non essere sufficientemente protettivo, perché se mette al riparo dalle minacce esterne, quale la Rete, rischia di non garantire il controllo sulla fuga dalle sue spesse mura verso bar e supermercati, sempre pronti ad accogliere e distogliere i moderni traditori.
Per fortuna che esistono i tornelli, che ci danno la possibilità di emanciparci verso una struttura organizzativa e di controllo ben più moderna ed efficace di quella del Castello e cioè quella del Panopticon, il carcere ideale ideato da Jeremy Bentham [ne avevo già parlato in un precedente editoriale].
Applicando il modello del Panopticon, così come ha fatto Michel Foucault nel descrivere le organizzazioni sociali moderne, alla nostra pubblica amministrazione, possiamo ottenere un formidabile controllo sull’operato dei dipendenti “modificando così indelebilmente il loro carattere”.
Ma è questo che vogliamo? Non credo proprio, così come sono convinto, al di là della provocazione, che quello descritto non sia il modello a cui vogliono ispirarsi i nostri governanti. Si tratta di prendere atto dei cambiamenti oramai inesorabili e condividere una visione comune della forma e del ruolo che dovrebbe avere una pubblica amministrazione moderna, individuando e rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.
Mind the gap! quindi, come abbiamo detto nello scorso editoriale, se vogliamo non inciampare proprio appena prima che il treno parta.
Mind the gap! nel campo dei social media, dove ci piacerebbe vedere una pubblica amministrazione che incentivi i propri dipendenti a usare Facebook per raggiungere il pubblico a cui si riferisce e a offrire servizi integrati nei social media, come sta avvenendo nella gran parte degli altri Paesi avanzati.
Mind the gap! nel campo dei dati pubblici, per una pubblica amministrazione che stimoli l’iniziativa privata (profit o non profit che sia) nella produzione di servizi ai cittadini e alle imprese mettendo a disposizione i propri dati. Una pubblica amministrazione che sposi, quindi, i principi dell’open government promuovendo trasparenza, collaborazione e partecipazione.
Mind the gap! nel campo della ricerca e del trasferimento tecnologico, per un sistema che consideri l’innovazione come fattore determinante per la crescita e lo sviluppo e che favorisca la nascita di imprese innovative.
Mind the gap! nei rapporti con i cittadini, per un pubblica amministrazione che consideri la partecipazione civica elemento imprescindibile nella creazione di valore pubblico.
Mind the gap!, infine, nel campo della gestione delle risorse umane dove la cultura, appunto, del controllo deve finalmente lasciare lo spazio al merito e alla valutazione, alla responsabilità, alla condivisone di obiettivi, alla verifica dei risultati. A tale fine il quadro legislativo, almeno quello nazionale, è completo. Manca però la prassi e spesso manca la coerenza interna.
La cultura della valutazione non può essere assunta a metà, magari solo nel giorno in cui si dovranno distinguere i livelli di performance: essa deve essere pervasiva e quindi deve dettare tutti i comportamenti organizzativi. In questo senso sia i tornelli fisici, che prima citavamo “quia absurdum”, sia i tornelli virtuali, che limitano gli accessi ad Internet, non possono che essere false scorciatoie, in realtà deviazioni fuorvianti, rispetto al compito di orientare tutta la gestione e lo sviluppo delle risorse umane ad un corretto ciclo della performance e, quindi, ad una reale e coraggiosa azione di valutazione dei risultati in termini di output (efficienza), ma anche di outcome (efficacia).
Dalla dirigenza apicale, specie se politica, non vorremmo mai aspettarci soluzioni semplicistiche né porte sbarrate. Vorremmo invece sentir dire ai lavoratori pubblici: “impegnatevi nell’usare intelligentemente e creativamente tutti i mezzi che la tecnologia vi mette a disposizione, così come noi ci impegneremo a valutare senza pregiudizi i vostri risultati”.
Potremmo andare ancora avanti ma qui ci preme mettere in evidenza solo gli argomenti principali della prossima edizione della Manifestazione che, insieme a voi, cercheremo di trattare e di approfondire con la speranza di sostenere il cambiamento di questa pubblica amministrazione dalla forma del Castello a quella della Rete.
Nasce datagov.it
Nasce oggi datagov.it un’iniziativa mirata a sostenere la difffusione della cultura e delle pratiche dell’open government in Italia. Nasce, come gran parte delle iniziative innovative, dal basso, da un gruppo di cittadini, riuniti nell’Associazione Italiana per l’Open Government, “impegnati quotidianamente, con diverse modalità e professionalità, a promuovere l’innovazione all’interno del Paese e in particolar modo della Pubblica Amministrazione in tutte le sue dimensioni centrali e territoriali.”
La prima iniziativa con la quale l’Associazione si presenta è la realizzazione del Manifesto per l’Open Government quale strumento di stimolo per la diffusione, in Italia, di una cultura della partecipazione.
MiaPA
Di MiaPA abbiamo parlato ampiamente, qui di seguiro le slides di presentazione dell’iniziativa
Gov. 2.0, facciamo il punto
Il vantaggio per un paese come il nostro che sui temi dell’innovazione insegue, un po’ arrancando, gli altri è che ha la possibilità di arrivare sulle cose quando in altri paesi già si fanno bilanci. E così, mentre in Italia stanno arrivando i primi evangelisti dell’open government, proliferano i post e si rivendicano improbabili primogeniture sui temi emergenti, negli Stati Uniti è tempo di fare il punto sulle cose fatte. Approfitto allora di due eventi recenti per cercare di interpretare lo stato dell’arte. Il primo è il Gov 2.0 summit che si è tenuto a Washington il 7 e l’8 settembre che ho seguito a distanza grazie alla ricchezza dei materiali resi disponibili on line; il secondo, che si è tenuto a Roma il 10 settembre, presso l’Ambasciata degli Stati Uniti, a cui ho invece avuto la possibilità di partecipare direttamente ha registrato la testimonianza, in videoconferenza con gli Stati Uniti, di Stacy Donohue, Clay Johnson e Noel Dickover.
E-government, indietro tutta

La presentazione dei risultati dell’Egovernment Report ci da l’occasione per riflettere sull’andamento del processo di digitalizzazione della nostra Pubblica Amministrazione. Come è noto il rapporto – curato da Capgemini, dall’istituto di ricerca Rand Europe, dal gruppo di analisi IDC e dal Danish Technological Institute (DTI), per conto dell’European Commission Directorate General for Information Society and Media – è un benchmark in merito ai servizi pubblici on-line erogati dai principali Paesi europei che ha raggiunto la sua ottava edizione e rappresenta quindi un formidabile strumento di analisi delle politiche nei diversi paesi europei.
I risultati complessivi, descritti in circa 180 pagine, purtroppo non fanno che confermare le tendenze già in atto da diversi anni e da noi più volte commentate[1]: la prima fase dell’e-government, inteso quale processo di informatizzazione incentrato prevalentemente sulle strutture e sui processi esistenti, è da considerarsi conclusa con diversi risultati raggiunti, molte aspettative tradite e svariati obiettivi mancati (come, per fare un esempio, quello individuato dalla Dichiarazione Ministeriale di Manchester del 24 novembre del 2005 che prevedeva entro l’anno 2010 la disponibilità on line di tutti gli appalti pubblici dei paesi membri).
Una fase improntata prevalentemente su una logica autoreferenziale e in cui l’utente, come purtroppo già scrivemmo due anni fa, svolge un ruolo marginale: neanche il 50% dei siti europei analizzati soddisfa i criteri individuati di usabilità, il 54% supera l’esame di accessibilità e “nemmeno un terzo dei siti web governativi può essere valutato e commentato dall’utente”. Risultati, questi, decisamente migliori di quelli registrati due anni fa ma ancora lontanissimi da quelle che sono anche le più tiepide aspettative di una società della conoscenza per tutti, nessuno escluso.
In un contesto complessivamente deludente l’Italia non figura essere la prima della classe, tutt’altro. In merito alla maturità e alla completezza dei venti principali servizi di e-government individuati siamo al 18° posto con un valore inferiore anche alla media dei 31 paesi analizzati. Un dato che peggiora se si prendono in considerazione i servizi con il massimo livello di sofisticazione: diventiamo ventesimi e raggiungiamo la media europea di due anni fa (ben lontana da quella di quest’anno).
Risultati analoghi li otteniamo rispetto alle altre dimensioni analizzate dove è impossibile trovare l’Italia ai primi posti delle classifiche stilate. Ma non è questo il punto. Abbiamo detto che il rapporto analizza, con metodo e rigore, una fase che oramai dobbiamo necessariamente considerare esaurita per mancanza di risorse e perché non risponde più alle necessità crescenti delle famiglie e delle imprese. Si tratta allora di guardare avanti e capire come, in un contesto radicalmente cambiato, rendere più efficienti e significativi gli investimenti per la Pubblica Amministrazione digitale. Lo stesso Rapporto indica che “la sfida del futuro sarà modificare la forma mentis delle amministrazioni e cambiare il modello di erogazione dei servizi pubblici, affinché sia in grado di coinvolgere chiaramente il cliente in tutti gli aspetti del processo”.
Un cambiamento culturale che anche noi recentemente abbiamo auspicato e di cui in molti altri paesi si intravedono i caratteri distintivi tramite progetti basati sulla centralità dei cittadini e delle imprese e dove l’amministrazione e la società civile sono partner nel processo di creazione di valore pubblico. Dobbiamo recuperare e recuperare in fretta elaborando anche in Italia una visione condivisa di obiettivi e strumenti per completare il processo di digitalizzazione della nostra pubblica amministrazione. Non si tratta semplicemente di scalare le classifiche dei più bravi ma di garantire un futuro per questo paese.
Cosa si intende per gov 2.0
Breve ma efficace presentazione dei principi del gov 2.0 da parte della Sunlight Foundation.
Amministrare 2.0: il Manifesto
Un’amministrazione 2.0 è un’amministrazione che si mette dalla parte dei cittadini e che con i cittadini stabilisce una relazione bidirezionale, perché è consapevole che nessuno meglio di loro può valutare servizi e progetti, segnalare eventuali criticità, manifestare esigenze e bisogni e fare proposte per soddisfarli. Ma c’è di più: è un’amministrazione che sceglie di improntare tutti i suoi processi, anche quelli interni, sui principi della condivisione e della collaborazione, di sfruttare l’intelligenza collettiva coinvolgendo le risorse a sua disposizione per migliorare la gestione interna e l’efficienza dei servizi offerti. E, infine, è un’amministrazione che sceglie di fare tutto questo sfruttando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dagli strumenti del web 2.0 e mettendoli al servizio di un nuovo approccio nei rapporti con il cittadino.
E’ questa la premessa che presenta il Manifesto Amministrare 2.0, un documento in progress che diversi attori o network quali FORUMPA, Formez, il Comune di Venezia, il Club di Amministrare 2.0, Artea Studio e Innovatori PA stanno promuovendo con lo scopo di proporre una visione condivisa per favorire la modernizzazione della PA digitale.
A fronte di una situazione di stallo del processo di telematizzazione della PA, si legge nel documento, ci sono però degli enti locali che hanno continuato a sperimentare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie al fine di migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini e favorire la loro partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Sono le amministrazioni locali che hanno promosso una telematica pubblica di secondo livello improntata su una logica relazionale e partecipativa, che hanno approfondito e applicato gli strumenti del Web 2.0, che hanno rimesso i cittadini al centro del processo di sviluppo della PA digitale. Sono un numero ridotto gli enti che si sono avventurati in questa direzione ma rappresentano una minoranza le cui esperienze possono rappresentare uno stimolo per riavviare l’intero settore. Queste amministrazioni hanno spesso implementato anche strumenti di partecipazione e di collaborazione interattivi all’interno delle stesse organizzazioni, permettendo così la diffusione e l’arricchimento dei saperi già presenti nelle risorse umane impiegate, ma che in molti casi restano inespressi.
Da qui nasce l’idea di un’iniziativa, il Manifesto Amministrare 2.0, in grado di valorizzare l’esperienze già realizzate arrichendole dei contributi di coloro che a diverso titolo sono interessati alla diffusione di una moderna PA digitale. Il processo di elaborazione del Manifesto ha già registrato momenti importanti di lavoro e di condivisione di idee e proposte: lo scorso 6 febbraio a Venezia nel corso della prima riunione con alcune amministrazioni locali (Venezia, Monza, Parma, Reggio Emilia, Trieste e Udine) è scaturito un programma di lavoro che poi è stato ripreso e approfondito nell’ambito di un incontro organizzato all’interno dell’ultimo FORUM PA e a cui hanno partecipato circa 70 persone tra esperti, amministratori pubblici e aziende. Sia gli incontri sia la collaborazione on line sono gestiti seguendo una metodologia per favorire la più ampia partecipazione nell’elaborazione del Manifesto.
Il prossimo appuntamento di lavoro di elaborazione del Manifesto è il VeneziaCamp2009 che si terrà nei giorni 23, 24 e 25 ottobre dove è stata prevista un’apposita sezione dedicata alla presentazione e all’elaborazione del Manifesto mentre per coloro che non potranno venire il wiki sarà lo spazio di riferimento per aggiornarsi . Per partecipare all’evento è necessaria la registrazione gratutita.
Per riprendere i ragionamenti su Amministrare 2.0 e la cittadinanza digitale
La migliore occasione è il prossimo Barcamp organizzato a Venezia per il 23-24-25 ottobre. Tre giorni densi di appuntamenti e di incontri e momento ideale per riprendere i ragionamenti avviati all’ultimo FORUM PA.
A Venezia, infatti, porteremo il documento di sintesi (verso il Manifesto?) elaborato proprio a seguito degli incontri di Maggio così da arricchirlo con nuove idee e contributi in una logica di lavoro sempre in progress.
Il futuro della rete
Cercando di restituire un po’ dell’enorme mole dei materiali prodotti nell’ambito dell’ultimo FORUM PA comincio con gli approfondimenti relativi a Il futuro della rete. Di seguito la presentazione dei risultati della prima ricerca.
Amministare 2.0
Ci siamo incontrati la scorsa settimana, ospiti del comune di Venezia, con un primo gruppo di città italiane per ragionare sulle possibili evoluzioni della PA digitale. Un tema centrale, trattato giovedì anche da Il Sole 24 Ore.
Diversi gli innovatori presenti a cominciare dal nostro ospite Michele Vianello e del vulcanico Gigi Cogo.
Di seguito la mia presentazione mentre sul sito FORUM PA trovate i dettagli:
e per finire (per ora) sulla e-democracy…
VI segnalo lo speciale E-democracy messo a punto dalla redazione di FORUM PA: interviste, materiali, approfondimenti.

Convegno sull’e-democracy
A proposito del convegno di Palermo, di seguito i materiali da me elaborati.
Da un po’ di tempo la riflessione e il dibattito sulle dinamiche relative alla pubblica amministrazione si concentrano sulla necessaria riforma del pubblico impiego (lotta all’assenteismo, riconoscimento del merito) mentre ridotto all’osso è l’attenzione nei confronti del processo di modernizzazione della pubblica amministrazione.
Eppure l’informatizzazione della pubblica amministrazione e tutt’altro che conclusa e, soprattutto, si è interrotto quel percorso apparentemente lineare che si aspettava portasse la pubblica amministrazione ad instaurare un nuovo rapporto con i cittadini e le imprese basato su una maggiore e più accessibile informazione, un migliore accesso ai servizi pubblici fino al coinvolgimento, tramite gli strumenti di e-democracy, dei cittadini nelle consultazioni alla base delle decisioni politiche ed amministrative. Un traguardo finale, quello dell’e-democracy, raggiunto solo da pochi campioni all’interno dell’ampio universo della pubblica amministrazione italiana mentre gran parte del gruppo si è fermato o perso per strada.
ForumPA ha voluto riportare l’attenzione sul tema proponendo un approfondimento attraverso PanelPA, una indagine on line rivolta ad un panel di iscritti alla propria community. All’indagine hanno risposto in oltre 4.000 (4.362 per l’esattezza) fornendo utili indicazioni sulla percezione che il pubblico ha del tema proposto. Inoltre, tramite le domande aperte, in ben 700 hanno fatto riferimento ad esperienze conosciute o espresso considerazioni personali sul tema proposto.
In termini quantitativi, già dalla prima domanda emergono con chiarezza le problematiche principali legate al tema dell’e-democracy. Agli intervistati è stato chiesto quali fossero secondo loro gli aspetti più importanti e più incisivi dell’e-democracy e un’ampia maggioranza (54%) ha indicato l’accesso diffuso da parte dei cittadini alle informazioni e la maggiore trasparenza dei processi decisionali. Molto meno sono invece coloro che si riferiscono alle modalità più interattive e partecipative che le nuove tecnologie offrono se applicate ai rapporti tra cittadine e amministratori. Ritiene che l’e-democracy offra la possibilità di avviare nuove forme di collaborazione tra le amministrazioni locali e i cittadini il 20% degli intervistati, il poter partecipare alle decisioni riguardanti i territorio di riferimento il 17,7% e, infine, il poter esprimere opinioni, giudizi e idee inerenti il governo del territorio il 7,5%. E’ evidente che gli intervistati esplicitano con chiarezza la necessità di vedere risolti ancora i bisogni “primari” della nuova cittadinanza digitale: essere informati delle attività dei propri amministratori piuttosto che immaginarsi un loro ruolo attivo, mediato dalle tecnologie, nella gestione del proprio territorio di riferimento e dei beni comuni (tab.1).
Una visione negativa delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie che traspare anche quando è stato chiesto agli intervistati quali potrebbero essere gli ostacoli principali alla diffusione degli strumenti di e-democracy. La poca familiarità nei confronti delle nuove tecnologie da parte dei cittadini e delle amministrazioni viene considerato un fattore importante ma minoritario rispetto a quel complessivo 64% che attribuisce i problemi alla scarsa fiducia da parte di cittadini sull’effettiva presa in considerazione delle loro opinioni (37%) e allo scarso interesse per la partecipazione dei cittadini da parte degli amministratori (27%).
Un atteggiamento prudente che non nasce dalla poca conoscenza del fenomeno. Tutt’altro. Quando si chiede quale sia la fase attuale di sviluppo dell’e-democracy le risposte rispecchiano fedelmente la situazione reale: di sperimentazione in alcune realtà, risponde il 57% degli intervistati, di discussione e di approfondimento il 24,6 , di progressiva applicazione l’8,6%.
Non ci sono prospettive quindi per una telematica che avvicini i cittadini al governo pubblico? Gli intervistati ci indicano la strada da percorrere: secondo il 67% sono gli enti locali i soggetti che dovrebbero maggiormente farsi carico di promuovere iniziative di e-government. È partendo dalle istituzioni più prossime ai cittadini che è necessario ricreare (o meglio creare) quel clima di fiducia che è il presupposto indispensabile per un dialogo fattivo tra i cittadini e i loro governi.
Ancora sull’e-democracy
Un tema dal quale non si può e non vogliamo prescindere e che sicuramente rischia di essere una delle tante occasioni perdute della società della conoscenza.
Ne riparliamo a Palermo il prossimo martedi 18 novembre con un convegno dal titolo “E-democracy e Web semantico: modalità avanzate per ascoltare i cittadini”. Ci si può iscrivere sul sito di ForumPA.
Nell’ambito dell’incontro presenteremo in anteprima i risultati di un indagine on line che abbiamo rivolto al Panel di ForumPanet.
e-Government, e-Democracy
FORUM PA, Siav, Poste Italiane ed Accenture ripropongono anche quest’anno, nella cornice classica di Villa Miani a Roma, giovedì 9 ottobre 2008, l’evento che inizia ormai a diventare un punto di riferimento sulla tematica per autorevolezza dei partecipanti e il successo di adesioni delle precedenti edizioni.L’evento sarà l’occasione per un attento esame su dematerializzazione, protocollo informatico, firma digitale, posta certificata, fattura elettronica, interoperabilità e trasparenza dei procedimenti.
Si discute della Digital Local Agenda
Si sta tenendo in questi giorni a Napoli (25-27 settembre) la conferenza internazionale di valutazione dei progressi del MANIFESTO dell’Agenda Locale Digitale, un manifesto per lo sviluppo della società dell’informazione sottoscritto dai governi europei lo scorso anno in Finlandia.
Codice Internet
Non ho potuto partecipare alla conferenza stampa che si è tenuta il 4 settembre a Milano di presentazione del progetto Codice Internet per cui le considerazioni discendono da una visione del progetto, dei materiali video parziali pubblicati e dalla lettura delle testimonianze di coloro che hanno partecipato all’iniziativa.
Obiettivi del progetto sono: “… di diffondere maggiormente in Italia l’impatto positivo che la rete – e le nuove tecnologie in generale – possono avere sulla società e di contribuire a far comprendere come tali strumenti siano in grado di migliorare la qualità della vita di ognuno, con l’obiettivo ultimo di stimolare ed accelerare un cambiamento nella direzione di un sostanziale e celere incremento della digitalizzazione della realtà italiana.”
Obiettivi dunque importanti già ampiamente dibattuti sia all’interno che all’esterno della rete perché sollevano la questione legata al cosiddetto Digital Divide o meglio al rischio che le nuove tecnologie siano occasione di nuove discriminazioni e di esclusione sociale.
Benché gli obiettivi siano importanti e i proponenti seri, il progetto, così come si presenta, solleva delle perplessità a cominciare dall’incipit che tradisce una scarsa conoscenza dei processi all’interno dei quali ci si inserisce e un pericoloso riduzionismo tecnologico: Per società dell’informazione si intendono le “nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione”. Ora non è questa la sede per entrare nello specifico ma di certo, come dice la parola stessa, la Società dell’informazione è ben altro e sono proprio i riduzionismi tecnologici la causa delle principali forme di digital divide. Probabilmente una rilettura dei classici su questo argomento permetterebbe di meglio impostare le premesse: da Daniel Bell, ad Alvin Toffler e Manuel Castells solo per citarne alcuni.
Oltre a ciò l’approccio rimane troppo generico. Cosa significa portare internet alle persone? Quali persone? La società è differenziata e articolata e proprio la diversa distribuzione degli utenti internet lo dimostra: non usano internet la quasi totalità dei pensionati, la quasi totalità delle casalinghe e un’enorme percentuale di disoccupati. E questo perché il veicolo principale di alfabetizzazione alla nuove tecnologie è proprio il mondo del lavoro: chi ne sta fuori per motivi anagrafici, professionali o sociali ha una possibilità molto più scarsa di essere “contaminato” dalle nuove tecnologie. Questo situazione crea dei forti squilibri sociali perché:
- non conoscono internet proprio coloro che ne avrebbero più bisogno per trovare lavoro (i disoccupati) o per accedere più facilmente ai servizi alle persone e alle famiglie (casalinghe e pensionati);
- crea una frattura generazionale. Il rapporto tra giovani anziani era una volta imperniato anche sul trasferimento (dagli anziani verso i giovani) dei saperi e del saper fare. Ora nella migliore delle ipotesi possiamo dire che la tradizione si tramanda dai nonni ai nipoti e l’innovazione dai nipoti verso i nonni (non è un caso che l’indice di penetrazione dei PC e di internet tra le famiglie è altamente correlato con la presenza di ragazzi in casa).
Già queste prime fenomenologie sollevano l’evidenza che voler divulgare internet fra le persone presuppone un approccio articolato di iniziative specifiche per le diverse categorie sociali. Solo per fare un esempio l’iniziativa Nonni su Internet è un progetto di successo di alfabetizzazione informatica dei più anziani tramite il coinvolgimento dei più giovani.
Per ultimo è necessario chiedersi perché alcune categorie sociali non usano internet. Abbiamo scritto che coloro che non lavorano hanno molte meno possibilità di entrare in contatto con le tecnologie informatiche per cui è necessario trovare delle killer application di contenuti e di servizi interessanti per le categorie attualmente escluse e che invece le incuriosiscano e le motivino nei confronti di internet. Sicuramente per le categorie più escluse (casalinghe e pensionati) una funzione trainante potrebbero svolgerla proprio le istituzioni, soprattutto quelle locali. Sul programma di Codice Internet leggiamo: “La situazione italiana è composita, in quanto si tratta di una nazione all’avanguardia in materia di e-government, ma che presenta livelli ancora molto bassi di connettività e di percentuale di utenti Internet abituali.” E questo, purtroppo, è un altro punto di partenza sbagliato. In passato le reti civiche hanno svolto un ruolo fondamentale di alfabetizzazione delle realtà sociali. Il processo di istituzionalizzazione della telematica locale ha portato, invece, ad un abbandono di questa funzione e ad una riduzione dei possibili obiettivi perseguibili. Che l’e-government in Italia non sia all’avanguardia non è un’opinione ma un dato di fatto dimostrato da numerose ricerche. Oltretutto recenti dati ISTAT hanno dimostrato che se gli utenti dei diversi contenuti offerti su Internet crescono da un anno all’altro, quelli dei servizi pubblici on line sono gli unici che hanno registrato, nell’ultima rilevazione, una diminuzione di utenti.
Non è sufficiente, quindi, far conoscere internet e promuoverla come fosse una saponetta o un bene di consumo. Se davvero vogliamo far si che le nuove tecnologie non siano occasione di nuove discriminazioni sociali dobbiamo andare a capire i bisogni e le aspettative di coloro che per ora ne sono esclusi, mettendo i cittadini, piuttosto che i proclami, al centro delle nostre azioni. Se le persone non sono connesse (socialmente), come dice Giuseppe De Rita, un motivo c’è e su questo che dobbiamo lavorare.
E-government, la strada è ancora lunga
Al post precedente associo questo riferimento ad un articolo di Caravita dal titolo curiosamente coerente con quello precedente. “E-government, avanti!” ha scritto Retecamere, “E-government, la strada è ancora lunga”, commenta Caravita.
La sostanza è quella che abbiamo più volte evidenziato anche in questa sede: il fallimento della telematica quale strumento in grado di fornire servizi più efficienti ai cittadini, il cui utilizzo è stato limitato, ad oggi, a soluzioni di carattere prevalentemente informativo.
E-government, avanti!

Riprendiamo integralmente il comunicato di Retecamere di presentazione della ricerca e-gov.impresa
Retecamere presenta il 2° Rapporto e-gov.impresa, che fornisce un quadro completo di tutti i servizi on line forniti dalla Pubblica Amministrazione locale e centrale, individua le competenze degli Enti pubblici, delinea le strategie di miglioramento e fa un confronto con le attività online di altri Paesi esteri. A partire dai risultati dell’indagine Luiss Research Network, Retecamere e Nova lanceranno da settembre un Innovation Forum virtuale, integrando in una community aperta ma selezionata tutti gli operatori pubblici e privati che vorranno contribuire al ridisegno e al monitoraggio di una nuova stagione di e-Government nel Paese. Il 10 luglio Nova ilsole24ore ha pubblicato l’articolo “Più digitale per l’impresa”: una panoramica sui principali temi trattati nel Rapporto.




