ICity rate: a Bologna premiate le città italiane più smart

ICity Lab – dove la I evoca Innovazione, Inclusione, Interazione, Intelligenza – è una iniziativa di FORUM PA che vuole essere di supporto a tutti coloro che operano ai diversi livelli per migliorare le nostre città, ma è anche uno stimolo a impegnarsi sempre di più nei diversi ambiti che caratterizzano una città intelligente. Per questo motivo, oltre a produrre materiali di lavoro e di ricerca, FORUM PA – in occasione dell’apertura della manifestazione Smart City Exhibition il 29 ottobre a Bologna – presenterà i risultati di ICity Rate, la classifica delle città intelligenti italiane. I capoluoghi di provincia italiani sono stati messi a confronto sulla base di oltre cento indicatori riferiti alle dimensioni della governance della città, dell’economia, della mobilità, dell’ambiente, del capitale sociale e della qualità dei servizi che hanno poi permesso di arrivare alla classifica finale.

L’idea di Città Intelligente alla base del rating, quindi, è quella di una città inclusiva e competitiva ben descritta dalla parole del ministro Francesco Profumo: “Al centro della sfida vi è la costruzione di un nuovo genere di bene comune, una grande infrastruttura tecnologica e immateriale che faccia dialogare persone e oggetti, integrando informazioni e generando intelligenza, producendo inclusione e migliorando il nostro vivere quotidiano”.

Il tema della Smart City sarà al centro dei tre giorni di Smart City Exhibition, la manifestazione frutto della partnership tra FORUM PA e Bologna Fiere che darà vita a tre giorni di intenso lavoro presso la Fiera di Bologna il 29/30/31 Ottobre. L’iniziativa si pone come momento centrale nel trend che vede ormai la politica per le città intelligenti come una priorità europea e nazionale.

Le grandi opportunità date dai fondi comunitari e dai bandi nazionali sulle smart city e smart community rendono infatti sempre più necessario, per non essere sprecate, un momento “fondativo” di riflessione e di incontro tra i protagonisti per utilizzare al meglio questa grande occasione di innovazione, costruendo politiche sostenibili, lungimiranti ed effettivamente utili a rispondere ai crescenti e multiformi bisogni che, in questo momento di crisi, esprimono i cittadini.

La manifestazione propone una visione completamente nuova del concetto di città, intesa come insieme di flussi informativi e reti di relazioni e comunicazioni, fisiche e digitali, caratterizzate dalla capacità di creare capitale sociale, benessere per le persone, migliore qualità della vita.

Altrettanto nuova è la sua formula, centrata su momenti partecipativi e qualificati di lavoro collaborativo, sulla presentazione di grandi scenari internazionali, sulla costruzione di nuova cultura condivisa che aiuti a trasformare in Progetto-Paese una serie di iniziative ancora allo stato nascente e non sempre coordinate tra loro.

Gli obiettivi principali di SMART City Exhibition sono, in sintesi:

  • Elaborare in forma collaborativa una definizione condivisa di smart city, ossia mettere in luce i passaggi fondamentali per un approccio strategico e olistico; individuare le politiche settoriali, i nessi tra loro e i percorsi per realizzarle; chiarire il ruolo della tecnologia nei suoi tre livelli: quello della piattaforma di rete, quello degli applicativi verticali (scuola, sanità, welfare, ambiente, energia, mobilità, ecc.), quello delle periferiche, della sensoristica, dei device.
  • Proporre momenti di sensibilizzazione e di formazione per la classe dirigente politica ed amministrativa sul tema delle nuove città.
  • Individuare e divulgare le migliori esperienze italiane e internazionali e identificarne i modelli.
  • Costruire un set di documentazione sui singoli aspetti della smart city che possa costituire una cultura condivisa con il Governo, le città e le imprese e che sia la base su cui costruire le politiche future delle città intelligenti.
  • Confrontarsi sui nuovi modelli di procurement e di partnership pubblico-privata che rendano possibile investimenti lungimiranti per migliorare la qualità del vivere urbano.
  • Offrire ai cittadini e all’opinione pubblica un resoconto puntuale e indipendente sullo stato dell’arte dell’innovazione nelle città, con particolare attenzione alla accountability.

Smart cities e smart communities: l’innovazione che nasce dal basso

Sempre più spesso si sente parlare di Smart Cities e, più recentemente, di smart communities. Un tema che ha registrato un rinnovato interesse anche in seguito al recente bando pubblicato dal MIUR come prima iniziativa volta a finanziare idee progettuali per “Smart cities e communities”[1].

Ma quando una città è smart? Ovviamente il rischio maggiore è attribuire l’intelligenza alle sue dotazioni tecnologiche. Le reti e tutte le infrastrutture immateriali, il cloud computing, l’elettronica distribuita sono solo degli strumenti che devono essere finalizzati ad un obiettivo[2].

Andando quindi oltre la tecnologia sono tre le dimensioni principali di una smart city:

  • quella economica. Legata alla presenza di attività innovative, di ricerca, alla capacità di attirare capitali economici e professionali;
  • quella del capitale umano e sociale. Una città è smart quando sono smart i suoi abitanti in termini di competenze, di capacità relazionale di inclusione e tolleranza;
  • quella della governance. Da intendersi nell’adozione di modelli di governo improntati a dare centralità ai beni relazionali e attenzione ai beni comuni. Nella creazione di opportunità per favorire la partecipazione civica nella creazione di valore pubblico.

Assumendo questa prospettiva, il concetto di smart city si lega indissolubilmente a quello di innovazione sociale[3]. Le Smart cities sono le città che creano le condizioni di governo, infrastrutturali e tecnologiche per produrre innovazione sociale, per risolvere cioè problemi sociali legati alla crescita, all’inclusione e alla qualità della vita attraverso l’ascolto e il coinvolgimento dei diversi attori locali coinvolti: cittadini, imprese, associazioni.

La materia prima diventa l’informazione e la conoscenza e le città si possono qualificare nel modo in cui informazione e conoscenza sono prodotte, raccolte e condivise per produrre innovazione. Sia essa comunicazione finanziaria, economica, sociale o culturale le città sono sempre più nodi attivi dei flussi fisici ma anche, appunto, di quelli immateriali.

Negli ultimi dieci anni, però, è drasticamente cambiato il modo in cui le informazioni vengono elaborate e trasmesse, grazie soprattutto allo sviluppo delle tecnologie di rete. Lo stesso spazio urbano è divenuto un luogo ibrido nel quale esperienza fisica ed esperienza virtuale si combinano insieme creando un sistema socio tecnico esteso basato sulla combinazione di luogo e network. Un’interazione continua tra luoghi fisici e flussi informativi resa ancora più intensa dalla recentissima diffusione delle applicazioni georeferenziate utilizzate dai moderni device (i cosiddetti Location Based Social Network)[4]. La fruizione della città diventa un’esperienza che non finisce a quello che è direttamente osservabile ma che viene arricchita da comunicazioni, annotazioni e segnalazioni che provengono dalle comunità in rete[5].

La stessa rappresentazione grafica della forma urbana si è arricchita di nuove informazioni con l”utilizzo delle cartografia on line che da rappresentazione simbolica dello spazio urbano si è arricchita in un primo momento aggiungendo alla rappresentazione geografica quella dei fenomeni sociali per poi portare diventare strumento di socializzazione delle informazioni territoriali.

Semplificando, a seconda della priorità data alle diverse forme di comunicazione e di partecipazione, si possono isolare i seguenti modelli di smart cities:

La città delle reti o net city[6]. Le città sono centri flessibili in grado di relazionarsi sia alla propria popolazione sia ai flussi internazionali legati ai settori della finanza, dell’economia e della cultura con l’ambizione di fungere da collegamento tra globale e locale, di fare da cerniera di connessione fra la dimensione locale e quella globale. Da questa prospettiva, la città diventa lo strumento per mobilitare e valorizzare le risorse umane e le competenze che ospita ai fini della concorrenza globale. Per far questo deve essere per prima cosa “accogliente” ed essere capace di attrarre il capitale umano della classe creativa in settori innovativi e di ricerca[7].

La città aperta o open city[8]. È la città che dà priorità alla trasparenza del suo operato. La comunicazione delle proprie attività non è mediata ma è diretta: pubblicazione on line di tutti gli atti, trasmissione in diretta streaming delle sedute consiliari, acceso agli atti. E’ con l’adozione del modello degli open data che questo approccio ha trovato la massima espressione prima in alcuni paesi esteri e, recentemente, anche in Italia con le esperienze di Udine, Torino, Firenze.

La città senziente o sentient cities[9]. Finalizzata prioritariamente a migliorare l’efficienza operativa e la sostenibilità dello sviluppo, la città senziente crea le condizioni infrastrutturali per produrre e gestire le informazioni sul suo funzionamento negli ambiti prioritari delle sue funzioni come la mobilità, le risorse energetiche, la qualità dell’ambiente. Esempi di questo approccio, tra i tanti, sono: il progetto Trash Track e Live Singapore del MIT, il progetto del politecnico di Torino. La raccolta delle informazioni non è solo delegata al diffondersi di nuovi strumenti urbani sotto forma di sensori ma nuovi progetti coinvolgono i cittadini i quali da fruitori o beneficiari diventano soggetti attivi nel monitoraggio della città. Un esempio di questo tipo è la sperimentazione portata avanti nella città di San Francisco con la tecnologia Citysense[10], che analizza i flussi dei movimenti urbani monitorando (in formato anonimo) i dati di posizionamento prodotti dai cellulari (ciascun cellulare invia in continuazione in modo automatico informazioni sulla sua posizione). Ancora più ambizioso il “Copenaghen Wheel project” [11] che prevede, tramite uno speciale accessorio di trasformare normali biciclette in veicoli elettrici in grado di raccogliere informazioni sul sistema urbano: inquinamento, traffico, condizioni delle strade che vengono inviate ad un centro di controllo che le elabora e le ridistribuisce in tempo reale[12]

La città partecipata o wiki città. La comunicazione è orientata a favorire il coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica. Dai primi esperimenti di e-democracy alle recenti esperienze di contest pubblici e di wiki- government i cittadini sono chiamati a diventare parte attiva nelle decisioni che riguardano la città. Esempi concreti di questo approccio sono le esperienze di Bologna[13] e Cagliari[14].

La città neo-bohème o città creativa. E’ la città che dà spazio alla comunicazione che viene dal basso in formato di produzione artistica, creando così le condizioni per la riqualificazione di aree urbane. I quartieri neo-boheme sono laboratori di ricerca e sviluppo per la produzione dell’economia dell’entertainment, dei media, della pubblicità, dei lavori legati all’estetica[15].

La città resiliente[16]. Il 4 novembre, a seguito dell’emergenza causata dal nubifragio a Genova, twitter è stato utilizzato dai cittadini stessi per dare informazioni di pubblica utilità e, a fronte delle difficoltà di sovraccarico della rete cellulare, per invitare le famiglie ad aprire l’accesso ai router wifi domestici così da mettere la comunicazione su internet a disposizione della popolazione in generale. L’ashtag utilizzato su twitter è stato rilanciato dalle tv, a cominciare da Rainews24, creando così una rete di comunicazione formale-informale a disposizione della cittadinanza. E’ stato un classico esempio di comunità resiliente in grado, cioè, di reagire a una calamità esterna condividendo informazioni. Una città resiliente è quindi una città che aiuta i cittadini a meglio comprendere i rischi del proprio territorio, soprattutto legati ai cambiamenti climatici, tramite la formazione e la sensibilizzazione, e a condividere le informazioni in caso di eventi minacciosi.

La città 2.0. E’ un’amministrazione che si mette dalla parte dei cittadini e che, con gli stessi, stabilisce una relazione di comunicazione bidirezionale perché è consapevole che nessuno meglio di loro può valutare servizi e progetti, segnalare eventuali criticità, manifestare esigenze e bisogni e fare proposte per soddisfarli[17]. Nella sua accezione più ampia i cittadini non vengono coinvolti solo tramite consultazione ma nella progettazione stessa dei servizi, è quello che comunemente viene chiamato il co-design dei servizi[18]. Esempi sono le esperienze di Fixmystreet[19], Are you safe, e, in Italia, di e-part e del comune di Udine[20].

La città come piattaforma o cloud city. Lo spazio urbano, con le sue strade, piazze, parchi è da sempre la precondizione per l’interazione sociale. Nella città come piattaforma la tecnologia diventa un elemento facilitatore dell’interazione, diventa software di connessione tra idee, iniziative, competenze ed esperienze diverse o, come dice Ben Cerveny[21], il sistema operativo della società civile in grado diCombine the reach of the cloud with the power of the crowd”[22]. C’è chi denota questa caratteristica come MAAS, Municipality as a Service[23]prendendo a modello l’approccio portato avanti dalla città di New York che tra le prime città al mondo ha esplicitato il suo modello di sviluppo digitale tramite un piano di sviluppo, la Road Map for Digital City[24], finalizzato a “create an ecosystem that enables both transparency and also economic growth”[25].

Diversi modi, complementari tra di loro, di essere smart ma con un’unica prospettiva comune di considerare la città, il suo governo e le sue tecnologie quale ambiente abilitante del capitale sociale, the enabling city[26], in grado – attraverso azioni positive di inclusione, di innovazione e di interazione – di sostenere una cittadinanza attiva, una smart communities, orientata a risolvere problemi condivisi e creare nuove opportunità sociali, economiche e culturali.

Scarica le slide proiettate alla conferenza stampa di presentazione

Come sempre, quando si tratta di sostenere i processi innovativi in grado di modernizzare le pubbliche amministrazioni e i territori italiani, anche noi di FORUM PA cerchiamo di fare la nostra parte. In questo caso con due iniziative concrete, la prima, in ordine cronologico è “La Giornata PA e Smart Communities” organizzata nell’ambito del prossimo FORUM PA che si terrà a Roma dal 16 al 19 maggio. La seconda, ancora più ambiziosa, è l’organizzazione di un evento, insieme a Bologna Fiere, dal titolo SMART City Exhibition e che si terrà, appunto a Bologna nei prossimi 29-31 ottobre: una grande occasione non solo per parlare di smart city con i principali attori nazionali ed internazionali ma anche per toccare con mano le iniziative concrete portate avanti dalle diverse realtà urbane[27].


[1] Vedi il servizio sul sito di FORUM PA

[2] Tra le altre riflessioni vedi Alfonso Fuggetta, Com’è Smart la Cittàwww.lavoce.info, 13 marzo 2012

[3] Sul tema dell’innovazione sociale vedi il dossier curato da Chiara Buongiovanni: Il vaso di Pandora della Big society e i nuovi modelli di pubblica amministrazione, FORUM PA Saperi

[4] Eric Gordon, Adriana de Souza e Silva, Net Locality: Why Location Matters in a Networked World, Wiley-Blackwell, 2011

[5] Tra i progetti più interessanti di utilizzo della tecnologia per integrare l’esperienza urbana vedi i progetti Yellow Arrow, il Murmur project e, in Italia, le attività di Urban Experience

[6] Guarda ad esempio le considerazioni di Manuell Castells su The Network Society. From Knowledge do Policy. Washington, DC, Johns Hopkins center for Transatlantic relations, 2005 e le considerazioni dello stesso autore sulle Global City in The Rise of Network Society, British Library Cataloguing in Pubblication Data, 1996

.[7] Rimane un punto di riferimento, in merito all’attratività di una città, il lavoro di Florida: Richard Florida, L’ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Mondatori, Milano, 2003. In Italia l’approccio di Florida è stato applicato da colei che in quegli anni era la sua allieva, Tinagli. Vedi Irene Tinagli, Talento da svendere. Perché in Italia il talento non riesce a prendere il volo, Gli struzzi editore, 2008.

[8] Vedi Chiara Buongiovanni, Lo stato trasparente. Linked open data e cittadinanza attiva, FORUM PA portal, 2012

[9] Vedi Mark(Editor), Shepard Sentient City: Ubiquitous Computing, Architecture, and the Future of Urban Space , MIT Press (MA), 2011. Vedi anche il sito sentiencity.net. Vedi inoltre, Chiara Buongiovanni, So Smart, so Sentient, so Social. E’ la nostra città di domani?, FORUM PA Saperi.

[10] Vedi la pagina del progetto

[11] Vedi il sito del progetto

[12] Un progetto italiano interessante in questo ambito è “Pandora, un organismo vivente a Marghera” finalizzato a creare un edificio intelligente

[13] Diverse sono le iniziative di consultazione pubblica portate avanti dalla municipalità di Bologna, tra le ultime questa

[14] L’iniziativa di Cagliari nasce dal basso come stimolo all’attività del nuovo sindaco Massimo Zedda

[15] Richard Lloyd, Neo-Bohemia: Art and Commerce in the Postindustrial City. New York. 2006.

[16] Interessante da seguire su questo tema le attività di Elena Rapisardi sul suo blog fondatrice, tra le altre cose, del network Open Resilience, intervistata su FORUM PA Saperi da Michela Stentella.
Da segnalare anche Social media for emergency managers can’t start when the emergency does così come il progetto Notify NYC
Interessanti anche le iniziative nate sulla base della piattaforma open source Ushahidi

[17] Tra le iniziative più recenti promosse dalla Pubblica Amministrazione italiana segnaliamo quella della regione Lazio

[18] Su questo tema consulta su FORUM PA Saperi gli atti del webinar Dare voce ai cittadini: dall’ascolto al co-design dei servizi,

[19] Vedi la recente intervista di David Osimo a Tom Steinberg

[20] vai al sito del progetto

[21] Confronta www.themobilecity.nl

[22] Vedi qui

[23] vedi qui

[24] La versione in PDF della Road Map è disponibile qui

[25] Promotrice di questo approccio è Rachel Sterne, chief digital officer della città che in questa intervista descrive le sue ambizioni: New York City Sees Its Future as a Data Platform

[26] Guarda il bel progetto The enabling City e il relativo libro scaricabile gratuitamente. Un’interessante intervista alla promotrice, Chiara Camponeschi, si trova su FORUM PA Saperi

[27] Tra le ultime iniziative a livello territoriale confronta il resoconto SGI: ‘Non c’è smart city senza smart people’. Da Genova l’invito a investire sui giovani, innovare dal basso e fare sistema

I contest nella PA, scorciatoia o nuovo strumento di partecipazione?

C’è un nuovo termine che si sta diffondendo in modo virale tra le pubbliche amministrazioni di tutto il mondo: contest. Wikipedia così descrive il termine: un evento in cui due o più individui o team partecipano in competizione l’uno con l’altro, spesso per un premio o per un incentivo. Una semplice gara? Sì ma, per modalità di partecipazione e obiettivi, anche qualcosa di più. Tramite i contest le amministrazioni si rivolgono all’”intelligenza collettiva”, come direbbe Lévy, per coinvolgere il pubblico nella definizione di idee, di soluzioni e di proposte per meglio governare la cosa pubblica. Vediamo insieme alcune iniziative.

Le prime organizzazioni a ricorrere al meccanismo del contest sono state, come a volte accade, le aziende private. E cosi Salesforce, azienda che offre servizi di cloud computing, ha lanciato il portale IdeaExchange, una piattaforma tramite la quale i consumatori possono suggerire nuovi prodotti o miglioramenti dei servizi esistenti e interagire con l’azienda e con gli altri clienti. Un’esperienza simile l’ha lanciata Dell Computers con il suo Ideastorm, attraverso cui gli utenti possono partecipare allo sviluppo di nuovi modelli pubblicando idee e suggerimenti.

Ma, come dicevamo, anche la Pubblica Amministrazione ha ben presto fatto proprio il metodo, dando vita ad un ricco patrimonio di iniziative. Tra i primi, il governo del Stati Uniti. Nel 2009, all’indomani della nota iniziativa del presidente Obama “Memorandum on Transparency and Open Government” per un governo più trasparente, partecipativo e collaborativo, il contest fu l’occasione per raccogliere idee e suggerimenti da parte dei cittadini tutti. Proprio grazie al successo dell’iniziativa, al primo contest ne sono seguiti degli altri. E così con Openostop il Governo ha raccolto idee per realizzare l’Open Government Plan. Con l’iniziativa SAVE (Securing Americans’ Value and Efficiency) il Governo si è invece rivolto ai dipendenti pubblici per raccogliere idee per favorire il risparmio nella spesa pubblica e migliorare l’efficienza. Il ricorso alla raccolta di idee viene utilizzato anche per arricchire il dibattito su temi ed iniziative specifiche. E’ il caso di Broadband.gov, usato dal Governo degli Stati Uniti per sostenere un approccio partecipato alla realizzazione del piano di sviluppo della banda larga del Paese, così come di GrassRoots, lanciato con l’obiettivo di raccogliere suggerimenti per la realizzazione della Green Agenda.

Lo strumento dei contest trova applicazione, anzi forse è la dimensione più propria, anche a livello urbano. La città di New York, non a caso da quando Goldsmith ne è diventato il vicesindaco, ha lanciato diversi contest pubblici. Ce ne siamo più volte occupati sul nostro portale. Cito, tra le diverse iniziative, Change By Us e Simplicity Idea Market, particolarmente interessanti per i metodi adottati e per gli obiettivi prefissati. Degna di nota anche l’iniziativa della più piccola città di Austin che con Open Austin si rivolge ai cittadini per raccogliere idee per migliorare il proprio sito internet risparmiando anche sui costi.

Ma non solo gli Stati Uniti si stanno muovendo in questo campo. Il governo della Repubblica Ceca ha addirittura redatto un manuale (in inglese) dal titolo “How to organize a best public partecipation project contest for public”.

E in Italia? Non ci crederete, ma sono diverse le iniziative in corso.
Tra i soggetti pubblici il consiglio regionale del Veneto ha fatto da apripista con un’iniziativa finalizzata a realizzare una campagna di comunicazione per il progetto di E-democracy. Il Comune di Torino con il suo Open Data Contest si è rivolto alla comunità degli sviluppatori per individuare le migliori applicazioni che usassero i dati messi a disposizione e resi pubblici dall’amministrazione comunale. La Regione Emilia Romagna con Ideamocracy ha raccolto in poco più di un mese 65 idee per lo sviluppo di applicazioni web o mobile finalizzate a migliorare la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche.

Dal livello locale a quello nazionale: con 1252 proposte si è appena concluso il contest del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione per raccogliere le migliori idee per la campagna di comunicazione sulle iniziative di riforma della PA avviate in questi tre anni di mandato, mentre è ancora in corso quello lanciato da Italia Lavoro e dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per la creazione di una campagna di comunicazione sui Buoni Lavoro. Innovativo per il nostro Paese è invece Apps4Italy lanciato grazie alla collaborazione di una serie di soggetti pubblici, privati e del non profit per promuovere applicazioni che utilizzino dati pubblici.

Dal punto di vista operativo, le diverse iniziative citate usano internet quale ambiente esclusivo di raccolta e gestione delle proposte tramite specifiche piattaforme commerciali o soluzioni ad hoc realizzate per l’occasione. Tra le piattaforme commerciali la più diffusa è sicuramente Ideascale, che ha una specifica politica di prezzi ed offerte per la pubblica amministrazione. Altre piattaforme generaliste interessanti sono BubbleIdeas (più orientata alle aziende) e UserVoice, anch’essa invece con specifiche offerte per la PA (e infatti utilizzata dalla città di Vancouver per una sua iniziativa). Accanto alle piattaforme generiche, soprattutto utilizzate per raccogliere idee e suggerimenti, esistono poi piattaforme specializzate per contest specialistici. E’ il caso dell’Italiana Zooppa utilizzata per le campagne di comunicazione.

Ma aldilà delle diverse soluzioni tecniche alcuni principi sono comuni a tutte le soluzioni:

  • Il coinvolgimento estensivo del pubblico di riferimento. I diversi contest prevedono non solo la raccolta di contributi ma anche di valutazioni e rating dei contributi stessi da parte dei partecipanti. Il pubblico a cui è rivolto il contest ha la possibilità di votare le idee o i contribut,i partecipando quindi alla selezione stessa delle idee migliori.
  • La dimensione non solo funzionale (raccolta di contributi) ma anche strumentale dei contest. Il contest diventa un formidabile strumento di comunicazione per l’ente che lo utilizza grazie alle capacità virali di internet. Ciascun contributo presentato in un contest può essere reindirizzato sui diversi social media (facebbok e twitter per primi) generando attenzione sul tema trattato. Nel valutare un contest, quindi, il primo riferimento è alla quantità e alla qualità dei contributi raccolti ma anche alla comunicazione che è stato in grado di generare.
  • I contest devono comunque prevedere un meccanismo premiale che può essere in denaro, in prodotti (spesso offerti da sponsor), in incarichi professionali.

Per concludere due riflessioni di natura più politica.

Dal punto di vista politico non ci sono dubbi che i contest possono essere iniziative in grado di supportare la partecipazione civica nella creazione di valore pubblico. I contest rivolti ai dipendenti pubblici possono rafforzare il senso di identità e aiutare i governanti ad individuare cortocircuiti o raccogliere idee di coloro che sono impegnati quotidianamente a far funzionare un’organizzazione. I contest rivolti al pubblico in generale, nello stesso modo, possono aiutare a creare un rapporto di maggiore fiducia con i cittadini così come promuovere un approccio bottom up nella definizione di priorità e delle relative politiche pubbliche. I contest, infine, per prodotti e soluzioni hanno la capacità di far emergere soluzioni particolarmente creative a fronte, spesso, anche di un risparmio da parte dell’ente pubblico che dovrebbe al suo interno attivare procedure molto più dispendiose per raggiungere almeno gli stessi risultati.

I rischi, come in tutte le innovazioni, ci sono. In termini partecipativi il rischio è di creare una scorciatoia, tramite le nuove tecnologie, nel rapporto cittadino-ente che esclude tutti coloro, e non sono pochi, che non hanno accesso per diversi motivi agli strumenti telematici. In termini economici il rischio, soprattutto per i contest per prodotti e soluzioni, è che, piuttosto che essere un’occasione per l’emersione di nuove professionalità ed idee, i contest vadano a sostenere quella cultura dell’amatore fatta di buoni propositi ma anche di improvvisazione a discapito proprio delle professionalità consolidate o emergenti.

Come per tutte le tecnologie emergenti si tratta di gestirne i rischi per sfruttarne al massimo le potenzialità.

La cultura dell’openness per una PA che si rinnova

È evidente che non possiamo rimanere fermi a guardare. La crisi che attanaglia la nostra come le principali economie mondiali si riflette sulla pubblica amministrazione che si trova ogni giorno a dover dare di più spendendo di meno. Ne abbiamo già parlato in diverse occasioni e l’ultima edizione di FORUM PA è stata l’opportunità per ospitare riflessioni e approfondimenti sull’attuale situazione e, soprattutto, su quali potrebbero essere i nuovi modelli operativi e gli strumenti in grado di dare nuova forma ed efficienza a una pubblica amministrazione in cerca di ruolo .

Non possiamo rimanere fermi pensando che superata la crisi tutto ricomincerà come prima. Gli ultimi anni hanno dimostrato che in crisi non sono solo i mercati ma anche i modelli operativi con cui fino ad oggi abbiamo gestito lo sviluppo e governato il territorio. Su queste pagine abbiamo in più momenti messo in evidenza programmi e politiche che in altri paesi sono stati avviati nel tentativo di sperimentare nuovi modelli di sviluppo.

È il caso della Big Society  portata avanti dal governo inglese di Cameron e così descritta da Nat Wei, Consulente capo del Governo di Cameron sul programma Big Society.: “una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo”. Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se (e sottolinea se) gli si fornisce il giusto supporto”.

Un approccio simile a quello portato avanti da Goldsmith con il suo “Governo della Rete” tema che ha dato il titolo all’ultima edizione di FORUM PA e ben interpretato da Mauro Bonaretti in una lectio magistralis che abbiamo trascritto e pubblicato per le nostre edizioni. Riflettendo sul nuovo ruolo dei Comuni nel governare il territorio, Bonaretti scrive: “Il Comune diviene il centro del governo di una rete di attori che, complessivamente e in modo concertato, si assumono collettivamente la responsabilità di realizzare un progetto strategico complessivo di territorio al di là degli specifici ruoli e interessi individuali. Così, se al pubblico viene chiesto di impegnarsi nello sviluppo economico, al di là delle proprie ristrette competenze amministrative, così agli altri attori viene chiesta l’assunzione di nuove responsabilità, rispetto all’equilibrio del sistema sociale e alla sostenibilità ambientale nel lungo periodo. Alle imprese viene chiesto di contribuire alla sostenibilità o al welfare locale, ad esempio attivando convenzioni con gli asili o le case protette per i familiari dei propri dipendenti oppure partecipando concretamente all’integrazione dei propri lavoratori stranieri. Nuovi progetti di welfare aziendale, integrati con le politiche locali, prendono il posto dei vecchi benefit o delle pratiche filantropiche. Così, nello stesso modo, le azioni dei soggetti del terzo settore escono dall’estemporaneità individuale e si connettono entro visioni condivise di benessere collettivo”.

Per ultime, le iniziative legate al tema dell’innovazione sociale a cui abbiamo dedicato sul nostro sito uno speciale dossier continuamente aggiornato, raccogliendo materiali ed interviste su questo tema emergente. In un’intervista Andrea Bassicosì descrive questo approccio: “ Nel termine di innovazione sociale rientrerebbero nuovi modelli e pratiche di realizzazione di politiche pubbliche che vedono la compartecipazione delle persone che sono, poi, i soggetti oggetto delle politiche medesime. Il risultato principale di questa “applicazione” è la creazione di network che rimangono dopo (e a prescindere dal fatto) che i risultati di progetto siano stati del tutto o in parte raggiunti. Parlo, quindi, di reti durature e stabili sui territori.“

Tre approcci formalmente diversi, ma che condividono dimensioni e obiettivi per sostenere e sperimentare nuovi modelli e pratiche di governo pubblico. Tutti e tre gli approcci hanno in comune, infatti:

  • La centralità per il capitale sociale e dei beni relazionali:
  • La partecipazione civica nella creazione di valore pubblico;
  • L’attenzione per i beni comuni;
  • La centralità delle reti sociali.

L’importanza che è data a queste dimensioni presuppone l’acquisizione di una nuova centralità della pubblica amministrazione finalizzata a:

  • Svolgere un ruolo attivo nella gestione della governance locale. Il coinvolgimento dei cittadini, delle imprese, delle associazioni nella gestione dei beni comuni presuppone un ruolo di guida e di governo dei diversi attori coinvolti;
  • Favorire e sostenere i fenomeni emergenti valorizzando le proposte che vengono dal basso e le iniziative spontanee. Un esempio è proprio la recente iniziativa lanciata da Goldsmith nella città di New York.
  • Facilitare l’empowerment di cittadini e comunità tramite programmi di formazione, la creazione di figure di
  • Investire in formazione interna così da adeguare le competenze di chi all’interno della pubblica amministrazione si trova ad affrontare nuove sfide per sostenere il passaggio da una organizzazione basata sulle procedure ad una organizzata per obiettivi. Come scrive Eggers si tratta di effettuare la transizione da “rematori” a “timonieri”.

Una centralità che la PA può acquisire anche grazie ad un accurato uso delle nuove tecnologie che facilitano la messa in comune di risorse fisiche e competenze quali l’open source, l’open data e il cloud computing [a tale proposito segnaliamo gli atti del convegno conclusivo di FORUM PA 2011 in cui si è parlato proprio di questo].

Nel caso più recente del Cloud Computing non a caso gran parte dei governi dei principali paesi occidentali ha avviato iniziative relative all’adozione di questo approccio in ambito governativo, il cosiddetto G-Cloud.
Uno dei primi paesi a muoversi è stato il Canada con il suo “Cloud Computing and the Canadian Environment” presentato nel 2009. A seguire il noto documento di Vivek Kundra, Federal Chief Information Officer del governo degli Stati Uniti “State of Public Sector Cloud Computing”. Molto interessante, ancora, l’iniziativa portata avanti nel Regno Unito sintetizzata nel documento “Government Cloud Programme”, così come le iniziative dei governi australiano, danese e giapponese.

In tutti questi casi, le tecnologie vengono utilizzate per accelerare dei processi di cambiamento i cui obiettivi comuni a tutte le iniziative sono:

  • ridurre i costi di esercizio della macchina pubblica;
  • migliorare i servizi pubblici esistenti e introdurre di nuovi;
  • razionalizzare le risorse esistenti;
  • sostenere la crescita economica e la creazione di posti di lavoro;
  • ridurre l’inquinamento.

In Italia, purtroppo, ancora niente e alla crisi, particolarmente minacciosa in questi ultimi giorni, si risponde con tagli lineari che paralizzano l’attività pubblica. Per eliminare gli sprechi, dimostrano gli altri paesi, non è necessario o comunque sufficiente tagliare le spese ma è indispensabile investire in innovazione, intesa nel senso più ampio dal punto di vista culturale, organizzativo e tecnologico. Modelli e strumenti ci sono, si tratta “semplicemente” di farli propri.

Dal castello alla rete. Ovvero la Pa nell’era Facebook.

l più recente è il “caso Lazio”: a metà ottobre scorso il Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, vieta, tramite due specifiche direttive, l’accesso a Facebook e ad altri siti “non rilevanti” ai tremila dipendenti della Regione Lazio. La motivazione a sostegno della decisione è stata tanto semplice quanto disarmante: gli impiegati passano troppo tempo, in orario di lavoro, sui social media. Le reazioni sono state molteplici con l’inevitabile tendenza a posizioni manichee. D’altronde siamo sempre stati un popolo a cui piace schierarsi e contrapporsi: dai tempi storici e gloriosi degli “alfisti contro i lancisti” (mi riferisco alle automobili quando erano due marche diverse), dai sostenitori di “Coppi contro Bartali”, alle contrapposizioni meno edificanti contemporanee dei “fannullonisti contro i garantisti”. Non si cerca la dialettica, la comprensione, la contestualizzazione delle fenomenologie ma si arriva direttamente alla sintesi.

Mi ha colpito, tra gli altri, il commento di Andrea Di Maio, autorevole sostenitore dei processi di modernizzazione della pubblica amministrazione in ambito internazionale, che nel suo blog ha commentato la notizia difendendo nella sostanza la decisione perché considerata inevitabile in un contesto in cui i vertici apicali della pubblica amministrazione non sono in grado di valutare l’operato dei propri dipendenti in termini di risultati ed obiettivi. In sintesi, poiché i dirigenti non sono capaci di dirigere è meglio punire i dipendenti limitando la loro discrezionalità.

Cosa vuol dire? Che se in tutto il mondo la pubblica amministrazione sta sperimentando nuove forme organizzative, possibili proprio grazie alle tecnologie dei social media, in Italia è meglio consigliare un arroccamento che tenga buoni i fannulloni? Quale è il modello organizzativo a cui si ispira la gestione pubblica?

Parafrasando (o, meglio, stravolgendo) il titolo dello storico libro di Butera, sembra che il modello emergente da noi debba essere “Dalla Rete al Castello”, ovvero dell’isolamento dei nostri impiegati pubblici da dinamiche che, in altri Paesi, stanno avvicinando la pubblica amministrazione ai linguaggi dei cittadini e che da noi, invece, vengono considerate una minaccia per la produttività.

Ma, forse, anche il Castello rischia di non essere sufficientemente protettivo, perché se mette al riparo dalle minacce esterne, quale la Rete, rischia di non garantire il controllo sulla fuga dalle sue spesse mura verso bar e supermercati, sempre pronti ad accogliere e distogliere i moderni traditori.

Per fortuna che esistono i tornelli, che ci danno la possibilità di emanciparci verso una struttura organizzativa e di controllo ben più moderna ed efficace di quella del Castello e cioè quella del Panopticon, il carcere ideale ideato da Jeremy Bentham [ne avevo già parlato in un precedente editoriale].
Applicando il modello del Panopticon, così come ha fatto Michel Foucault nel descrivere le organizzazioni sociali moderne, alla nostra pubblica amministrazione, possiamo ottenere un formidabile controllo sull’operato dei dipendenti “modificando così indelebilmente il loro carattere”.

Ma è questo che vogliamo? Non credo proprio, così come sono convinto, al di là della provocazione, che quello descritto non sia il modello a cui vogliono ispirarsi i nostri governanti. Si tratta di prendere atto dei cambiamenti oramai inesorabili e condividere una visione comune della forma e del ruolo che dovrebbe avere una pubblica amministrazione moderna, individuando e rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

Mind the gap! quindi, come abbiamo detto nello scorso editoriale, se vogliamo non inciampare proprio appena prima che il treno parta.

Mind the gap! nel campo dei social media, dove ci piacerebbe vedere una pubblica amministrazione che incentivi i propri dipendenti a usare Facebook per raggiungere il pubblico a cui si riferisce e a offrire servizi integrati nei social media, come sta avvenendo nella gran parte degli altri Paesi avanzati.

Mind the gap! nel campo dei dati pubblici, per una pubblica amministrazione che stimoli l’iniziativa privata (profit o non profit che sia) nella produzione di servizi ai cittadini e alle imprese mettendo a disposizione i propri dati. Una pubblica amministrazione che sposi, quindi, i principi dell’open government promuovendo trasparenza, collaborazione e partecipazione.

Mind the gap! nel campo della ricerca e del trasferimento tecnologico, per un sistema che consideri l’innovazione come fattore determinante per la crescita e lo sviluppo e che favorisca la nascita di imprese innovative.

Mind the gap! nei rapporti con i cittadini, per un pubblica amministrazione che consideri la partecipazione civica elemento imprescindibile nella creazione di valore pubblico.

Mind the gap!, infine, nel campo della gestione delle risorse umane dove la cultura, appunto, del controllo deve finalmente lasciare lo spazio al merito e alla valutazione, alla responsabilità, alla condivisone di obiettivi, alla verifica dei risultati. A tale fine il quadro legislativo, almeno quello nazionale, è completo. Manca però la prassi e spesso manca la coerenza interna.
La cultura della valutazione non può essere assunta a metà, magari solo nel giorno in cui si dovranno distinguere i livelli di performance: essa deve essere pervasiva e quindi deve dettare tutti i comportamenti organizzativi. In questo senso sia i tornelli fisici, che prima citavamo “quia absurdum”, sia i tornelli virtuali, che limitano gli accessi ad Internet, non possono che essere false scorciatoie, in realtà deviazioni fuorvianti, rispetto al compito di orientare tutta la gestione e lo sviluppo delle risorse umane ad un corretto ciclo della performance e, quindi, ad una reale e coraggiosa azione di valutazione dei risultati in termini di output (efficienza), ma anche di outcome (efficacia).
Dalla dirigenza apicale, specie se politica, non vorremmo mai aspettarci soluzioni semplicistiche né porte sbarrate. Vorremmo invece sentir dire ai lavoratori pubblici: “impegnatevi nell’usare intelligentemente e creativamente tutti i mezzi che la tecnologia vi mette a disposizione, così come noi ci impegneremo a valutare senza pregiudizi i vostri risultati”.

Potremmo andare ancora avanti ma qui ci preme mettere in evidenza solo gli argomenti principali della prossima edizione della Manifestazione che, insieme a voi, cercheremo di trattare e di approfondire con la speranza di sostenere il cambiamento di questa pubblica amministrazione dalla forma del Castello a quella della Rete.

Nasce datagov.it

Nasce oggi datagov.it un’iniziativa mirata a sostenere la difffusione della cultura e delle pratiche dell’open government in Italia. Nasce, come gran parte delle iniziative innovative, dal basso, da un gruppo di cittadini, riuniti nell’Associazione Italiana per l’Open Government, “impegnati quotidianamente, con diverse modalità e professionalità, a promuovere l’innovazione all’interno del Paese e in particolar modo della Pubblica Amministrazione in tutte le sue dimensioni centrali e territoriali.”

La prima iniziativa con la quale l’Associazione si presenta è la realizzazione del Manifesto per l’Open Government quale strumento di stimolo per la diffusione, in Italia,  di una cultura della partecipazione.

Qui   la versione completa del Manifesto:

Il cittadino al centro

In termini programmatici è difficile trovare qualche amministratore pubblico che non metta al centro del proprio operato i cittadini a cui si dovrebbe riferire. In termini pratici, lo scollamento tra azione pubblica e popolazione amministrata è sempre più ampio. Anche la “speranza tecnologica” sembra tradita. Negli ultimi venti anni, infatti, in modo ricorrente, ci siamo appellati al presunto potere taumaturgico delle nuove tecnologie confondendo il fine con il mezzo, pensando che l’innovazione potesse essere relegata agli uffici dei sistemi informativi piuttosto che promossa e sostenuta dalle giunte politiche e dai decisori pubblici. E i risultati sono quelli che tutti possiamo vedere: la tecnologia, in Italia, non ha avvicinato in modo sostanziale i cittadini ai loro governanti, non ha sviluppato una nuova dimensione di cittadinanza (quella digitale), non ha arricchito le dinamiche della convivenza civile.

Questo risulta ancora più evidente se ci confrontiamo con quello che sta accadendo, invece, soprattutto in alcuni paesi di cultura anglosassone quali gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Australia. Perché, allora, in altri paesi la tecnologia è riuscita a promuovere l’innovazione quando in Italia, invece, ci troviamo davanti ad una rivoluzione incompiuta? Perché quei paesi non cadono nella trappola del determinismo tecnologico per cui è la tecnologia a indurre il cambiamento sociale ma esattamente il contrario: è l’innovazione sociale, politica e culturale che usa la tecnologia per meglio sostenere il cambiamento.

Tornando al coinvolgimento dei cittadini, sono paesi con una profonda tradizione di ascolto, di coinvolgimento del pubblico nella gestione della cosa pubblica basata su principi, regolamenti e metodologie concrete che, nel loro insieme, hanno contribuito a creare una solida cultura partecipativa.

Articolo completo

 

 

Innovare con chi?

Riporto di seguito la lettera che Ferruccio de Bortoli ha rivolto, sulle pagine del Corriere della Sera, ai propri colleghi. E’ decisamente interessante per capire quali siano le resistenze organizzative che spesso frenano l’introduzione dell’innovazione in Italia. Spesso chi parla di innovazione trascura il contesto in cui il cambiamento dovrebbe avvenire. E questo vale sia per il settore pubblico sia per il settore privato. Alcuni passaggi della lettera risultano incredibili (il sottolineato è mio) e mettono in evidenza come una riflessione sui temi dell’innovazione non posso essere confinata solo tra gli addetti ai lavori ma debba coinvolgere i diversi attori del sistema economico italiano.

Cari colleghi
Questa lettera vi complicherà la vita. Ma la discussione che ne scaturirà ci permetterà di investire meglio nel nostro futuro di giornalisti del Corriere della Sera. E costituirà uno spunto importante per una discussione di carattere generale che la nostra categoria non può rinviare all’infinito. Di che cosa si tratta? In sintesi vi potrei dire: investiamo di più nel giornale e nella qualità, ritorniamo a dare spazio ai giovani, ma ricontrattiamo quelle regole, in qualche caso autentici privilegi, che la multimedialità (e il buon senso) hanno reso obsolete. Con molta fatica, grazie soprattutto al vostro senso di responsabilità, stiamo completando una ristrutturazione dolorosa ma necessaria che non ha messo però in cassa integrazione diretta alcun collega, com’è avvenuto in tutte le altre testate.

Ora si apre una fase diversa, ugualmente impegnativa. Non mi nascondo le difficoltà. Il periodo che attraversiamo è difficile, in tutti i sensi. L’editore è chiamato a investire sul giornale, e sull’intero sistema di diffusione dei suoi contenuti, con una rinnovata attenzione alla qualità e alla promozione di talenti giovani e multimediali. Noi lo incalzeremo con il necessario puntiglio. Parte non secondaria dei risparmi, resi possibili dalla ristrutturazione, deve andare ad accrescere la capacità di penetrazione del giornale nelle diverse aree di diffusione, rafforzandone l’autorevolezza e l’indipendenza, anche con nuovi prodotti allegati. Nell’aggiornamento al piano editoriale sono contenute diverse proposte: dal rafforzamento del fascicolo nazionale a nuove cronache locali, dal nuovo inserto culturale della domenica alle iniziative sul web e sulla tv, all’assunzione di dieci giovani all’anno, attraverso la Rete e la selezione dagli stage universitari. Ne discuteremo a tempo debito. Questa condizione è, per chi vi scrive, irrinunciabile e pregiudiziale a ogni altro sviluppo editoriale, e al proseguimento di ogni forma personale di collaborazione.

Ma vi è una seconda condizione che, con sincerità forse un po’ brutale, io pongo alla vostra attenzione. In questi mesi abbiamo compiuto significativi passi avanti nell’arricchire la nostra informazione, non solo sulla carta, ma anche e in particolar modo sul web. Sono state lanciate nuove iniziative. Edizioni del giornale sono disponibili, per la prima volta anche a pagamento, su Iphone e smartphone. A due mesi dal lancio degli abbonamenti al giornale su Ipad, abbiamo già toccato la soglia delle settemila adesioni, la metà delle quali per un periodo di sei mesi o un anno. Gli streaming di Corriere tv sono ormai largamente superiori a molti, e importanti, canali televisivi. L’industria alla quale apparteniamo e la nostra professione stanno cambiando con velocità impressionante. In profondità. Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l’insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso. Questo ormai anacronistico impianto di regole, pensato nell’era del piombo e nella preistoria della prima repubblica, prima o poi cadrà. Con fragore e conseguenze imprevedibili sulle nostre ignare teste.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro.

L’elenco, cari colleghi, potrebbe continuare. E’ un elenco amaro, ma sono costretto a farlo perché, continuando così, non c’è più futuro per la nostra professione. E, infatti, vi sfido a contare in quanti casi sulla Rete è applicato il contratto di giornalista professionista. Tutto ciò deve farci riflettere. Seriamente. Sediamoci attorno a un tavolo, chiedendo all’azienda di assumersi le proprie responsabilità, per stringere un nuovo patto interno all’altezza delle nostre sfide professionali ed editoriali. Ma una cosa deve essere chiara fin dall’inizio. Se non vi sarà accordo, i patti integrativi verranno denunciati, con il mio assenso. Sono convinto che avremo modo di riflettere su questa mia proposta, insieme ai colleghi dell’intera redazione, e di convenire su tutto ciò che è necessario fare per non ipotecare ancora di più il nostro già incerto futuro.

Ferruccio de Bortoli
30 settembre 2010(ultima modifica: 02 ottobre 2010)

Riusciremo mai ad andare sulla Luna?

È evidente, purtroppo, l’incapacità dimostrata nel nostro paese nel gestire i progetti complessi che la sfida della modernità ci sottopone. Ne abbiamo parlato recentemente in merito al dibattito  scaturito sulla nostra Protezione Civile: tutto si trasforma in emergenza e viene gestito con procedure straordinarie al di fuori delle prassi amministrative.

Ma perché avviene questo? E, soprattutto, allo stato attuale siamo in grado, parafrasando il titolo dell’ultimo  libro di  William D. Eggers[1], di mandare un uomo sulla luna? E cioè di impegnarci su nuovi grandi progetti, di reintrodurre tecnologie complesse (quali la produzione di energia nucleare come in molti, forse inopportunamente, richiedono), di sostenere il dovuto e necessario processo di modernizzazione della pubblica amministrazione, così da renderla sempre più efficiente nei confronti dei bisogni delle imprese e dei cittadini? Probabilmente, no.

Negli altri paesi, a fronte delle sfide della complessità, la pubblica amministrazione sta cercando nuove forme organizzative che, di fatto, sanciscono il passaggio da una logica di service provider ad una di service facilitator. Per gestire un progetto complesso – come è stato appunto, storicamente, lo sbarco sulla luna, ma come è, ai tempi attuali, la gestione di un’emergenza, la realizzazione di una grande opera, l’organizzazione di un grande evento o anche, più semplicemente, la realizzazione di nuovi servizi – la pubblica amministrazione ha necessariamente bisogno di coinvolgere soggetti esterni, come fornitori, sponsor, enti del non profit, partner, cittadini interessati.

Si tratta, quindi, di “governare la rete”[2] dei diversi soggetti coinvolti, sviluppando un nuovo modello operativo basato:

  • sugli obiettivi da raggiungere piuttosto che sulle procedere;
  • sulla crescita di nuove competenze interne, soprattutto inerenti al project management (come scrive Eggers, si tratta di effettuare la transizione da “rematori” a “timonieri”);
  • sulla partecipazione civica alla creazione di valore pubblico[3] .

Proviamo a fare un esempio concreto con un settore a noi caro e di cui spesso abbiamo parlato in questa sede; un settore che non ha la complessità di un’impresa spaziale o del ponte sullo stretto, ma che impatta sulla qualità dei servizi pubblici offerti alle famiglie e alle imprese: quello della telematica pubblica.

I primi servizi on line della pubblica amministrazione sono scaturiti come emanazione diretta della logica burocratica e gerarchizzata. Utilizzando le proprie competenze interne, gran parte delle pubbliche amministrazioni ha riprodotto on line le proprie funzioni amministrative migliorando, di fatto, la comunicazione con i cittadini ma creando pochissimo valore pubblico nei servizi offerti. Successivamente, la logica gerarchizzata è stata in gran parte abbandonata a favore di una soluzione “esternalizzata”, che ha portato molti enti a bandire gare pubbliche (spesso anche di cospicuo valore economico) per appaltare all’esterno, a soggetti privati, lo sviluppo dei propri siti. Il risultato è noto a tutti: se in alcuni casi questa è stata l’occasione per raggiungere livelli di eccellenza, in molti altri il ricorso a contractors esterni non ha portato ai risultati sperati e molti soldi pubblici sono stati buttati in realizzazioni nate sbagliate o già vecchie.

La complessità sempre crescente delle tecnologie telematiche, i ritmi della loro obsolescenza, la crescente domanda di trasparenza ed efficienza da parte delle famiglie e delle imprese, le risorse pubbliche sempre più limitate non riescono a trovare risposte in questo modello di amministrazione esternalizzata. Ed è proprio partendo da qui, dall’esigenza di sbloccare questa situazione di stallo, che si potrebbe cominciare ad applicare un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica verticale di gestione dei servizi pubblici a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune.

Partendo da un tema emergente e centrale come quello della trasparenza dell’azione pubblica, si tratta quindi di sovvertire l’approccio attuale basato sulle procedure a favore di un approccio basato sul raggiungimento dell’obiettivo, coinvolgendo i diversi attori e utilizzando gli strumenti a disposizione. È quello che sta accadendo in molte amministrazioni fuori dall’Italia, dove l’obiettivo dell’Open Government sta scardinando prassi e procedure consolidate a favore di un nuovo modo di gestire la cosa pubblica.

Non si può pensare di cambiare da un giorno all’altro la logica burocratica che appesantisce la nostra pubblica amministrazione, ma si può e si deve pensare, invece, a fare laboratorio di nuovi possibili modi di agire del settore pubblico. È proprio partendo da questi presupposti che al prossimo FORUM PA di maggio continueremo a dare ampio spazio ai temi legati all’Amministrare 2.0. Uno specifico zoom tematico metterà in evidenza le soluzioni e le sperimentazioni in essere, mentre la sezione convegnistica ospiterà momenti di approfondimento e di confronto tra i diversi attori coinvolti. È il caso del 2° incontro nazionale di InnovatoriPA nel quale, tramite la formula del barcamp, si approfondiranno i temi dell’open data, dell’open government, del marketplace delle applicazioni pubbliche, delle linee guida sui siti istituzionali e di rapporti tra social network e PA. E ancora, del seminario gestito da David Osimo su quali prospettive per il “government 2.0″ e del laboratorio di Amministrare 2.0, solo per citare alcuni appuntamenti.

Probabilmente non riusciremo ad andare sulla luna, ma a dare un piccolo contributo per svecchiare questa pubblica amministrazione forse sì.


[1]William D. Eggers, If We Can Put a Man on the Moon. Getting Big Things Done in Government, Harvard Business School Press, 2009
[2] William D. Eggers, Stephen Goldsmith, Renato Brunetta (Prefazione), Governare con la rete. Per un nuovo modello di Pubblica Amministrazione, IBL Libri, 2010

Il vento caldo del nordest

Si sono da poco conclusi due eventi in Veneto che ci hanno visto tra i promotori e dai quali sono scaturiti interessanti spunti sul tema dell’Amministrare 2.0 e per la costruzione del Manifesto. Il primo incontro si è tenuto a Padova in occasione del Forum dell’ Innovazione organizzato da FORUM PA insieme al Ministero  per la pubblica amministrazione e l’innovazione e alla Regione Veneto.

Diverse le cose sentite e viste nel campo dell’e-gov per cui provo a fare un primo bilancio a freddo. Le eccellenze che questo primo territorio ci ha presentato sono interessanti, mature ma, forse, sotto alcuni aspetti superate se viste in termini di prospettiva. Diversi i sistemi informativi territoriali presentati basati prevalentemente sulla raccolta,sull’elaborazione e la rappresentazione grafica dei dati. Sistemi maturi, appunto, frutto di un buon utilizzo dell’informatica a livello territoriale che sollevano (e solo a volte risolvono ) i problemi classici di un approccio industriale all’informatizzazione: banche dati che non comunicano, la mancanza di standard, questioni di sicurezza relative alla detenzione centralizzata dei dati.

Fino a qualche mese fa, seguendo una logica basata sull’innovazione incrementale e sull’ottimizzazione dei processi avviati avrei detto che è necessario uno sforzo maggiore magari di coordinamento, per valorizzare le esperienze in corso ma i nuovi approcci che si stanno imponendo nei confronti dei dati publici proposti in ambito internazionale ci impongono di riflettere se la strada fino ad oggi intrapresa sia quella giusta o se, come sempre più spesso viene evocato, sia necessario un cambio completo di paradigma. A questo proposito interessante la metafora utilizzata da Fabrizio Panozzo (Docente di Economia delle Amministrazioni Pubbliche e City Management, Università Ca’ Foscari) intervenendo al workshop su Merito, valutazione e trasparenza che possono essere ben utilizzate per descrivere la cultura telematica attuale all’interno delle pubbliche amministrazioni: quella del panopticon. Come è noto per Jeremy Bentham “l’idea alla base del Panopticon (“che fa vedere tutto”) era quella che – grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici – un unico guardiano potesse osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento”. E’ una metafora forte ma che ben sintetizza l’attuale logica sottesa alla gestione dei dati pubblici. Un soggetto, una struttura raccoglie i dati di tutti gli altri senza che questi possano intervenire o sapere cosa è stato visto o raccolto. Una logica che ha spesso prodotto delle anomalie per cui, ad esempio all’interno della pubblica amministrazione, il “guardiano ” non condivide le informazioni nemmeno con gli altri uffici all’interno dello stesso ente.

Il secondo evento che ha contributo a sollevare questo vento caldo di idee e di riflessioni proveniente dal nordest è stato il Veneziacamp 2009 “tre giorni di condivisione, confronto e crescita; per promuovere i temi dell’innovazione e dell’etica per la cittadinanza digitale”. Tanti gli eventi e gli incontri ma vorrei soffermarmi, perché in linea con il ragionamento avviato, sull’incontro di lavoro organizzato sul Manifesto per l’Amministrazione 2.0. L’idea del Manifesto sta piacendo. Sono molti gli enti locali che ci hanno chiesto di sottoscriverlo così come sono tante le idee scaturite per far si che il Manifesto possa essere più incisivo possibile all’interno dell’attuale fase di modernizzazione della PA italiana. Una nuova versione del documento emendata sarà presto disponibile e includerà un punto dal quale tutti sono stati concordi è oramai impossibile prescindere: quello, appunto, della trasparenza e dell’accesso ai dati pubblici. Ne parla oggi anche David Osimo in un’intervista pubblicata sul nostro portale elaborando, tra le altre cose il concetto per cui le pubbliche amministrazioni dovrebbero gestire i dati creando “piattaforme finalizzate alla creazione di valore pubblico”. Come evidenzia Osimo questo non significa che i cittadini si debbano sostituire alla PA ma che diventano parte integrante per la creazione di valore.

E’ evidente, da quest’ottica, la necessità di cambio di paradigma che più volte abbiamo sostenuto: passare dal principio del panopticon a quello dell’anopticon per cui sono i “sorvegliati” o , uscendo dalla metafora, i cittadini che vedono cosa accade all’interno della pubblica amministrazione, che partecipano alla raccolta dei dati e alla loro elaborazione e diffusione.

Il bisogno di un nuovo paradigma per modernizzare la PA

Mi ricordo ancora, dopo tanti anni passati dal periodo universitario, l’esempio che Domenico De Masi faceva spesso dalla cattedra per descrivere sinteticamente il passaggio da una società industriale, prevalentemente orientata alla produzione di beni, alla società post-industriale o della conoscenza prevalentemente improntata sulla produzione di servizi basati sulla conoscenza e sulla centralità del sapere teorico .

Al di là degli indicatori di natura economica e sociale che descrivono il fenomeno, e della descrizione del cambiamento dei modi di produzione che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, De Masi metteva in evidenza il mutamento di paradigma alla base del cambiamento. Nella società industriale gli obiettivi sono determinati dai mezzi tecnici a disposizione, nella società post-industriale vengono prioritariamente definiti gli obiettivi e poi si cercano, si creano o si sviluppano gli strumenti più adatti per raggiungere tali obiettivi. Esempio più pertinente è lo sbarco sulla Luna. Gli Stati Uniti non avevano la tecnologia matura per poter programmare un’impresa di quel tipo ma per ragioni politiche decisero che quello doveva essere un obiettivo prioritario poi raggiunto grazie alle tecnologie e alle competenze sviluppate di proposito.

Perché questo riferimento? Perché credo che un cambiamento di prospettiva di questo tipo debba essere introdotto anche in quei settori, quale la Pubblica Amministrazione italiana, in cui assistiamo ancora a forti ritardi strutturali come conseguenza della mancanza di chiare linee strategiche.

Non sono le singole soluzioni tecnologiche, siano essi gli strumenti del web 2.0 o la recente  PEC, a dover orientare le scelte e definire gli obiettivi ma esattamente il contrario. C’è bisogno di un cambiamento di paradigma che definisca obiettivi chiari e condivisi che poi le tecnologie disponibili o da sviluppare siano in grado di raggiungere.

C’è bisogno che avvenga in Italia quello che sta avvenendo nella pubblica Amministrazione degli Stati Uniti. Il primo atto in assoluto che Barack Obama ha firmato in quanto Presidente è stato il documento Transparency and Open Government,  un testo di appena una pagina in cui però vengono definiti come strategici per il paese tre principi guida: il governo deve essere trasparente, partecipativo e collaborativo. Nel documento non si fa riferimento, se non per inciso, alla tecnologia, piuttosto vengono individuati e descritti con puntualità gli uffici preposti e i responsabili del raggiungimento di questo obiettivo.

E’ bastata una dichiarazione chiara, forte e, soprattutto, credibile per far si che in pochi mesi si attivasse da parte di soggetti pubblici e privati un’immediata risposta di soluzioni ed iniziative.

La prima risposta è stata il portale data.gov il cui obiettivo è di mettere a disposizione del pubblico, in un formato standard che ne permetta l’ulteriore elaborazione, i dati prodotti della pubblica amministrazione. Un primo passo apparentemente semplice ma che in realtà potrebbe risultare strategico nel processo di modernizzazione in atto e che ha sviluppato già un’interessante dibattito a proposito. Il principio ispiratore che ne è alla base parte dal presupposto che spesso è inutile e costoso che i governi, sia centrali sia locali, si impegnino a sviluppare interfacce e soluzioni finali di servizi al cittadino quando sarebbe molto più utile concentrarsi, appunto, sulla definizione di standard e di infrastrutture per rendere i dati pubblici disponibili e riutilizzabili. Saranno poi altri soggetti pubblici, privati o di associazioni non profit a sviluppare soluzioni e servizi in grado di soddisfare le svariate esigenze del pubblico.

La seconda risposta ai principi ispiratori di Obama è stato il portale apps.gov dove le pubbliche amministrazioni possono comprare applicazioni software certificate e approvate dal governo centrale. Anche qui il principio inspiratore è molto semplice: le pubbliche amministrazioni hanno bisogni di soluzioni tecnologiche molti simili tra di loro relative alla gestione interna o all’erogazione di servizi al pubblico. Nella maggior parte dei casi provvedono a queste esigenze dotandosi ciascuna di infrastrutture tecnologiche e di software appropriati. Il portale apps.gov offre invece una biblioteca di soluzioni, gratuite o a prezzi ridotti, che le singole pubbliche amministrazioni possono direttamente utilizzare senza dover installare specifici software sui proprio computer o sui propri server. L’applicativo per gestire le buste paghe, tanto per fare un esempio, non viene comprato ma usato accedendovi  tramite internet (una soluzione che tecnicamente viene chiamata del cloud computing).  I vantaggi sono immediati soprattutto per le pubbliche amministrazioni più piccole: significa risparmio nella scelta delle soluzioni da adottare, nel loro acquisto e nella loro manutenzione.

L’ultima risposta (per ora) è arrivata ieri con la presentazione del Federal Register 2.0, che mette on line e accessibili al pubblico tutti gli atti amministrativi dei governi federali (dalle leggi, alle proposte di legge, di regolamento, etc.) garantendo insieme maggiore trasparenza e anche maggiore partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica potendo intervenire direttamente sulle procedure in atto.

Se torniamo alla situazione italiana ci rendiamo che, invece, sono ancora imperanti logiche “industriali” basate su grandi appalti per soluzioni tecnologiche (il caso indecoroso del portale italia.it non sembra purtroppo aver insegnato molto) o su iniziative che rischiano di essere solo di facciata (la pubblicazione on line  dei dati relativi ai dirigenti pubblici ai sensi dell’art. 21, della Legge 69/09 risponde sì a principi di trasparenza ma applicandoli con modalità perlomeno arcaiche visto che i dati vengono forniti in pdf e quindi in un formato che non permette elaborazioni e confronti).

Abbiamo bisogno di varcare anche noi la soglia del nuovo secolo ma non pensiamo di poterlo fare ricorrendo alle nuove tecnologie. Serve un cambiamento di paradigma e servono idee forti, chiare e, soprattutto, credibili.

Amministrare 2.0: il Manifesto

Un’amministrazione 2.0 è un’amministrazione che si mette dalla parte dei cittadini e che con i cittadini stabilisce una relazione bidirezionale, perché è consapevole che nessuno meglio di loro può valutare servizi e progetti, segnalare eventuali criticità, manifestare esigenze e bisogni e fare proposte per soddisfarli. Ma c’è di più: è un’amministrazione che sceglie di improntare tutti i suoi processi, anche quelli interni, sui principi della condivisione e della collaborazione, di sfruttare l’intelligenza collettiva coinvolgendo le risorse a sua disposizione per migliorare la gestione interna e l’efficienza dei servizi offerti. E, infine, è un’amministrazione che sceglie di fare tutto questo sfruttando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dagli strumenti del web 2.0 e mettendoli al servizio di un nuovo approccio nei rapporti con il cittadino.

E’ questa la premessa che presenta il Manifesto Amministrare 2.0, un documento in progress che diversi attori o network quali FORUMPA, Formez, il Comune di Venezia, il Club di Amministrare 2.0, Artea Studio e Innovatori PA stanno promuovendo con lo scopo di proporre una visione condivisa per favorire la modernizzazione della PA digitale.

A fronte di una situazione di stallo del processo di telematizzazione della PA, si legge nel documento, ci sono però degli enti locali che hanno continuato a sperimentare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie al fine di migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini e favorire la loro partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Sono le amministrazioni locali che hanno promosso una telematica pubblica di secondo livello improntata su una logica relazionale e partecipativa, che hanno approfondito e applicato gli strumenti del Web 2.0, che hanno rimesso i cittadini al centro del processo di sviluppo della PA digitale. Sono un numero ridotto gli enti che si sono avventurati in questa direzione ma rappresentano una minoranza le cui esperienze possono rappresentare uno stimolo per riavviare l’intero settore. Queste amministrazioni hanno spesso implementato anche strumenti di partecipazione e di collaborazione interattivi all’interno delle stesse organizzazioni, permettendo così la diffusione e l’arricchimento dei saperi già presenti nelle risorse umane impiegate, ma che in molti casi restano inespressi.

Da qui nasce l’idea di un’iniziativa, il Manifesto Amministrare 2.0, in grado di valorizzare l’esperienze già realizzate arrichendole dei contributi di coloro che a diverso titolo sono interessati alla diffusione di una moderna PA digitale. Il processo di elaborazione del Manifesto ha già registrato momenti importanti di lavoro e di condivisione di idee e proposte: lo scorso 6 febbraio a Venezia nel corso della prima riunione con alcune amministrazioni locali (Venezia, Monza, Parma, Reggio Emilia, Trieste e Udine) è scaturito un programma di lavoro che poi è stato ripreso e approfondito nell’ambito di un incontro organizzato all’interno dell’ultimo FORUM PA e a cui hanno partecipato circa 70 persone tra esperti, amministratori pubblici e aziende. Sia gli incontri sia la collaborazione on line sono gestiti seguendo una metodologia per favorire la più ampia partecipazione nell’elaborazione del Manifesto.

Il prossimo appuntamento di lavoro di elaborazione del Manifesto è il VeneziaCamp2009 che si terrà nei giorni 23, 24 e 25 ottobre dove è stata prevista un’apposita sezione dedicata alla presentazione e all’elaborazione del Manifesto mentre per coloro che non potranno venire il wiki sarà lo spazio di riferimento per aggiornarsi . Per partecipare all’evento è necessaria la registrazione gratutita.

Per riprendere i ragionamenti su Amministrare 2.0 e la cittadinanza digitale

La migliore occasione è il prossimo Barcamp organizzato a Venezia per il 23-24-25 ottobre. Tre giorni densi di appuntamenti e di incontri  e momento ideale per riprendere i ragionamenti avviati all’ultimo FORUM PA.

A Venezia, infatti, porteremo il documento di sintesi (verso il Manifesto?) elaborato proprio a seguito degli incontri di Maggio così da arricchirlo con nuove idee e contributi in una logica di lavoro sempre in progress.

Il futuro della rete

Cercando di restituire un po’ dell’enorme mole dei materiali prodotti nell’ambito dell’ultimo FORUM PA comincio con gli approfondimenti relativi a Il futuro della rete. Di seguito la presentazione dei risultati della prima ricerca.

Amministare 2.0

Ci siamo incontrati  la scorsa settimana, ospiti del comune di Venezia, con un primo gruppo di città italiane per ragionare sulle possibili evoluzioni della PA digitale. Un tema centrale, trattato giovedì anche da Il Sole 24 Ore.

Diversi gli innovatori presenti a cominciare dal nostro ospite Michele Vianello e del vulcanico Gigi Cogo.

Di seguito la mia presentazione mentre sul sito FORUM PA trovate i dettagli: